Dalla Russia (danzando) con amore

La danza al Russkij Festival di Roma

Pubblicato il 19/01/2005 / di / ateatro n. 080

Un mondo inquieto e sognatore quello della danza e del teatro danza dell’’ex Unione Sovietica, un mondo affascinante ma spesso poco noto. Storia e geografia hanno fatto di tutto affinchè questi attori e coreografi rimanessero a lungo isolati, ricevendo solo un’eco lontana di quel che accadeva a Ovest, ma ciò ha consentito loro di mantenere spesso intatta un’’urgenza e una necessità dell’andare in scena che oggi a Ovest è sempre più difficile incontrare. Professionisti rigorosi, umili e schivi, lettori appassionati, conoscitori d’arte e osservatori sensibili, gli artisti russi che abbiamo incontrato in questi anni sperimentano con coraggio e onestà, senza alcuna concessione al pubblico, abituati all’’immediatezza di rapporto con i propri spettatori che applaudono solamente se lo spettacolo è piaciuto davvero.
Un’’occasione preziosa per osservare da vicino una parte di quel che si muove nel profondo Est Europa è stato il Russkij Festival, il Festival Russo che dal 3 al 31 dicembre ha trovato casa negli spazi avveniristici dell’Auditorium del Parco della Musica di Roma. Teatro, danza, cinema, musica, letteratura, cucina, gioco, arte e circo hanno contribuito a dare uno sguardo intrigante alla cultura russa attraverso l’’incontro con “mostri sacri” come Lev Dodin e Pëtr Fomenko ma anche con la nuova scena, come nel caso della danza di Olga Pona (Teatro di Danza Contemporanea di Celjabinsk) e di Tatjana Baganova (Compagnia di Danza della Provincia di Ekaterinburg) e del teatro visionario di Akhe Group.
Come ci spiega Olga Pona poco prima dello spettacolo:

“Oggi si cammina su di un filo. tutto quello che è targato Occidente viene considerato da mitizzare e le nostre tradizioni e radici spesso assumono la forma di un pesante fardello di cui ci si può anche sbarazzare. La contaminazione è inevitabile ma il rischio è proprio quello che non avvenga affatto e che i giovani si lascino completamente abbagliare da un sistema di vita e di cultura molto differente dal loro, sostituendolo acriticamente al proprio. Attualmente quel che accade di più interessante nel panorama della danza non è a Mosca ma nella zona degli Urali, povera, isolata ma fertile per la ricerca artistica. In Siberia c’è un profondo interesse per la danza anche se il supporto pubblico e privato è pressoché assente e i giovani devono fare più lavori per permettersi di danzare, ma questo li rende più determinati, creativi e coraggiosi”.

Questa è un po’ anche la storia di Olga Pona, nata nel 1959 a Novorossisk, un villaggio nel governatorato di Orenburg, e avvicinatasi alla danza piuttosto tardi, dopo gli studi tecnici con specializzazione nella costruzione di macchine e trattori. Non ha studiato all’estero e il suo primo incontro con la danza, racconta, sono stati gli spettacoli di danze folcloristiche e tradizionali, nessun grande maestro, nessun esempio folgorante cui ispirarsi e da seguire. La molla profonda è una irresistibile necessità di andare in scena per raccontare la Russia e la sua gente. Infatti di ciò parlano i quattro spettacoli presentati in prima nazionale a Roma: L’attesa, www.volti.ru, Cinemania (ovvero c’è vita su Marte? e Fissando l’infinito , spettacoli accomunati, ci dice Olga Pona,

“da un forte senso della memoria che mi viene dalla mia famiglia e da mia madre. In Russia è molto forte il senso della comunità, non c’è come in Occidente il singolo, il suo emergere su tutti gli altri, la sua realizzazione individuale che è indipendente da tutto il resto. In Russia c’è la collettività, con un destino comune e una profonda condivisione del dolore e delle sofferenze, dei ritmi della vita, delle tradizioni e della nostalgia.

Ad esempio in Fissando l’’infinito sono in scena solo uomini, alcuni cantano dal vivo canzoni popolari, altri danzano in un’atmosfera maschile, potente e fragile insieme perché c’è una sorprendente solidarietà ma anche il coraggio di mostrare disagio e sofferenza.

Fissando l’infinito.

In Cinemania sono invece protagoniste delle donne che devono arrangiarsi a vivere senza i propri mariti e trovano una grande solidarietà nella ricerca di una vita privata non disgiunta dalla speranza collettiva per un futuro migliore, in cui poter avere successo nel lavoro.

Cinemania.

www.volti.ru racconta invece la vita di un villaggio russo nel corso del tempo, facendone come uno specchio della realtà di oggi

L’attesa.

L’attesa fotografa uno dei temi centrali della vita russa, la pazienza espressa nell’aspettare, l’attesa di un cambiamento, l’attesa di una vita migliore, ma anche le piccole attese quotidiane, le code per il cibo, i mezzi pubblici…”.
Semplice e pulita, la coreografia di Olga Pona non cerca effetti speciali ma crea tensioni ed emozioni solo con i corpi e la musica, riuscendo ad esprimere le domande esistenziali di ciascuno di noi con totale naturalezza, affidandosi alla precisione e all’entusiamo di danzatori giovanissimi. Un tocco più classico, nella danza e nelle scenografie arriva dai Compagnia di Danza della Provincia di Ekaterineburg di Tatjana Baganova, anche lei nata a ridosso degli Urali, nella regione di Tumen nel 1968, e fondatrice della compagnia che ha sede per l’appunto a Ekaterinburg, quarta tra le più grandi città della Russia. Formatasi in coreografia presso l’Università di Mosca, Baganova ha poi studiato all’estero e oggi è una delle figure più interessanti della nuova coreografia russa, tanto da vincere per le produzioni del 2000 e del 2001 il prestigioso riconoscimento “La Maschera d’Oro”.
C’è una forte teatralità nello stile della compagnia, un riferimento alla pittura, alla mitologia e alle tradizioni popolari, al patrimonio delle narrazioni che creano un’atmosfera surreale e fiabesca, piena di splendore e di malinconia.

Le nozze.

Storie d’amore come in Il Giardino degli aceri, che ricorda alcuni dipinti di Breughel e le streghe di Shakespeare, antichi rituali come in Le nozze, ispirato all’opera omonima di Stravinskij con una ritualità addirittura dal sapore orientale, e poi Voli davanti a una tazza di tè, elegante e corale, di impatto e preciso come una musica eseguita all’unisono.

Voli davanti a una tazza di tè.

Un autentico “mondo a parte” sono gli Akhe Group, che a Roma hanno presentato un loro cavallo di battaglia, La cabina bianca, con cui si sono fatti conoscere nei festival più prestigiosi di tutta Europa, tra cui il Fringe di Edimburgo nel 2002.

La cabina bianca.

Si considerano un collettivo teatrale, la critica parla «teatro ottico» o «teatro tecnico russo» perché uniscono performance, cinema e arti visive, con uno stile unico che rievoca le invenzioni più curiose nel campo delle immagini in movimento, il mimo e il gusto per l’esperimento scientifico applicato alla scena. Indipendente, fondato nel 1989, il gruppo è passato da tre a sette componenti che collaborano anche con altre realtà, russe e straniere. La cabina bianca è una sequenza di immagini con personaggi che non si preoccupano troppo di doverci raccontare una storia, eppure lo fanno, a modo loro. Ci sono un ubriaco, una fanciulla, un pazzo, ciascuno perso nella propria solitudine, goffi, malinconici, tenaci, trafitti dal dolore di una perdita eppure capaci di grande comicità. Lo spettacolo è una fantasmagoria, tutto giocato su piccoli e grandi effetti speciali che si susseguono per accumulo, con evidente attenzione al valore simbolico di oggetti e azioni che non sempre però lo spettatore riesce a decifrare.
Il Russkij Festival ha dunque contribuito con intelligenza a far luce su un panorama meno noto della scena russa e ci auguriamo che non si tratti di un semplice episodio isolato, nato nell’ambito delle manifestazioni Italia-Russia promosse dal Ministero degli Affari Esteri e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma che abbia la possibilità di diventare un appuntamento fisso e una effettiva occasione di dialogo.
Il terreno da esplorare è infatti ampio, come ha dimostrato anche il Festival Internazionale di Teatro e Danza Apritiscena che si tiene da 6 anni a Crema nel mese di settembre. Da questa piccola ma curiosa e tenace vetrina sono passati con delle prime nazionali alcuni gruppi interessanti della scena dell’Est Europa e in particolare tre gruppi russi di forte impatto: blackSKYwhite, Teatr Novogo Fronta e DoTheatre .
Dimitry Ariupin e Marcella Soltan sono il cuore della compagnia moscovita nata nel 1988 che in Italia ha presentato Bertrand’s Toys, lo spettacolo-manifesto creato nel 1995. Mimo, teatro, danza, installazioni, musiche techno e da cabaret, sonorità etniche e luci raffinatissime, surreali, sono gli ingredienti di uno stile unico che colpisce per la carica emozionale e la tecnica ineccepibile di corpi in continua metamorfosi in cui tutto ciò che è inanimato prende improvvisamente vita. Ispirato al teatro della crudeltà di Antonin Artaud, quello di Blackskywhite è un teatro danza che non lascia scampo allo spettatore e lo immerge in una dimensione irreale e mozzafiato fra incubi, clown, creature meccaniche, uomini marionetta, mostri e demoni che ricordano l’espressionismo e creano uno spettacolo inquietante. Entrare in un sogno e non sapere se tutto quel che accade sia finzione o realtà, camminare sul filo dell’inconscio e sperimentare la paura di un incubo in cui ogni certezza scompare e tutto può capovolgersi nel suo esatto opposto da un istante all’altro. “Ogni cosa non è quel che sembra” paiono dire i danzatori che creano uno spettacolo assolutamente non narrativo ma fatto di immagini giustapposte quasi fossero il materializzarsi dei sogni in cui i rapporti tra le cose hanno radici profonde e inspiegabili, fatte di sensazioni più che di pensieri.
Non c’è una storia da cercare dunque ma è lo spettatore a creare personalissime connessioni tra quel che vede sulla base delle sue esperienze personali. Lo spettacolo è uno specchio in cui guardare e guardarsi, è spietato poiché mostra la vita com’è.
“Coinvolgente, terrificante, esilarante, lascia il pubblico senza parole e inchiodato alla poltrona”, ha scritto di Bertrand’s Toysil britannico «The Guardian», cui ha fatto eco la giuria di Mimos 2001: “L’abilità di Blackskywhite è nella capacità di condensare nel proprio lavoro l’intera storia del mimo, da Debureau fino alle forme più contemporanee”.
Alcuni gruppi russi, dopo aver lavorato a Mosca e San Pietroburgo si sono poi trasferiti all’estero, continuando tuttavia un cammino originale e intenso anche se disponibile a contaminazioni e dialogo. E’ questo il caso di Teatr Novogo Fronta che dal 1994 si è trasferito a Praga e di Do Theatre che dal 1990 lavora stabilmente a Potsdam, la vivacissima cittadina alle porte di Berlino.
Arte del circo, clownerie, danza moderna, butoh giapponese, misticismo e astrazione con suggestioni dark e video apocalittici sono gli ingredienti dei lavori di Teatr Novogo Fronta, gruppo dalla fisicità esplosiva, a volte grezzo o ingenuo ma vero e onesto. La compagnia russa dipinge a tinte forti momenti inquietanti di vita contemporanea, addolcendoli con lo sguardo ingenuo di clown surreali. Nel loro repertorio ci sono sia spettacoli di strada o realizzati appositamente per spazi aperti come Fabrika Liudi (1996), una sorta di esplorazione nel mondo degli emarginati in cui non è difficile scorgere anche una figura che può suggerire il Cristo, e spettacoli per spazi più convenzionali come lo splendido The Primary Symptom of Name Loss, Petrouchka e Who is looking here. Uno sguardo poetico e infantile incontra la realtà, dura, violenta e spietata e la racconta senza mediazioni, chiamando il dolore per nome.

The Primary Symptom of Name Loss.

Così fa la piccola barbona di The Primary Symptom of Name Loss, che guarda video di distruzione alternati alle immagini di Mickey Mouse e poi diventa lei stessa il fortunato topo disneyano; così fa il poeta che ripercorre la sua esistenza e condivide i sogni irrealizzati con il pupazzo di un tempo, Petrouchka, così fa la casalinga di Who is looking here che soffre per la povertà e l’abbandono ma poi si libra radiosa in cima all’armadio.
Nato nel 1987 a San Pietroburgo, pioniere di un teatro fisico estremo, DoTheatre ha elaborato già dal 1990 un linguaggio di grande forza, costruendo una forma di “teatro danza” che in Russia è stata definito Modernismo Russo, brutale, inquietante, denso di humor, spietato e ironico ma tecnicamente ineccepibile. Attualmente la compagnia ha sede a Potsdam dove collabora con diverse realtà internazionali, tra cui il centro Fabrik. Grazie alla sua unicità la compagnia si è conquistata una posizione di prestigio intrattenendo numerose collaborazioni internazionali con tournèe nei maggiori teatri e festival del mondo, dall’Australia a New York, dal Giappone all’Europa.

Upside Down.

Vincitrice del Fringe Festival di Edimburgo con Hopeless games nel 1999 e Upside Down nel 2001 DoTheatre è una delle realtà più originali dell’underground post sovietico. Dark, espressionista e pulp è il mondo alla rovescia disegnato in uno degli spettacoli più belli, Upside Down, che ispirandosi al cinema delle origini, al dipinto di Rembrant “L’anatomia del dottor Tulip” e al Frankestein di Mary Shelley racconta in maniera ironica e paradossale le avventure di un’infermiera, un medico e un paziente.

Bird’s eYe View.

Atmosfere più raffinate e rarefatte si respirano in Bird’s eYe View, uno spettacolo prodotto dal Baltic Theatre Festival di San Pietroburgo e dal Comitato per la Cultura della Città di S. Pietroburgo, riflessione poetica sul tema del “volo”, da Icaro ai kamikaze giapponesi.
Come uomini-uccello, i danzatori si muovono in uno spazio invaso da piume, creando scene di forte impatto, pronte a dissolversi con la delicatezza dei sogni, in una continua sfida fra cielo e terra. In un turbine di ossessioni legate all’innato desiderio dell’uomo di “spiccare il volo”, si succedono echi d’infanzia, momenti sfrenati di gioco, piloti, cosmonauti, colombe, mongolfiere, angeli, sogni e incubi. Ci si trova così a sperimentare nuove dimensioni di spazio e di tempo, quando tutto è eternamente sospeso, quando la gravità si dissolve, quando non c’è differenza tra pensare/immaginare ed essere concretamente in un sogno.

Mara_Serina

2005-01-19T00:00:00




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