Ammalarsi d’amore con una nuova liturgia: il corpo umano secondo Giuseppe Semeraro

Human Body prodotto da Principio Attivo Teatro al Castello Carlo V di Lecce il 18 e 19 giugno 2021

Pubblicato il 13/08/2021 / di / ateatro n. 179

Qualche tempo dopo l’esperienza della performance Human Body l’ideatore e regista di questa esperienza multipercettiva riflette e risponde ad alcune domande per i lettori di Ateatro. In scena con Semeraro: Leone Marco Bartolo, Alberto Cacopardi, Dario Cadei, Ilaria Carlucci, Paola Leone, Riccardo Lanzarone, Silvia Lodi, Cristina Mileti, Fabrizio Pugliese, Francesca Randazzo, Fabrizio Saccomanno, Barbara Toma. Il progetto è sostenuto dalla Regione Puglia nel “Programma Custodiamo la cultura in Puglia, Fondo Speciale per la Cultura e Patrimonio Culturale L.R. 40 art. 15 comma 3 – Investiamo nel vostro futuro”. Lo spettacolo, prodotto da Principio Attivo Teatro, è andato in scena il 18 e 19 giugno al Castello Carlo V di Lecce. Il tema del corpo e delle sue potenzialità di relazione con l’altro non è più soltanto una questione aperta per sociologi o psicologi, ma è diventata una ferita sanguinante nel profondo di una pandemia che non sembra scemare.

Perché ha senso oggi più che mai una performance con al centro la poetica del corpo?

Penso che ci siano molte ragioni che mi hanno spinto a immaginare questa performance collettiva. Il primo ragionamento e forse il più evidente è naturalmente legato alla pandemia e a tutte le restrizioni che ci sono state imposte. Ci è stato chiesto un sacrificio collettivo in nome di un bene comune e improvvisamente ci siamo ritrovati a essere un corpo sociale, condizione che non accadeva da moltissimo tempo.
A mio avviso questa è anche un’occasione nel momento in cui siamo capaci di mantenere uno sguardo lucido sul nostro presente e trasformare questa grande tragedia in una possibilità. La possibilità è quella di non perdere la coesione e mantenere ferma in noi la consapevolezza di essere corpi che solo abbattendo ogni distanza, ogni confine, ogni barriera possono sperare di cambiare il corso delle cose. Ovviamente questo è difficile che accada ma è l’unica speranza ed è compito di noi artisti di tentare di salvare il buono che paradossalmente questa condizione ci ha insegnato.
Il nostro corpo è stato messo sotto una enorme lente d’ingrandimento sia delle grandi società di marketing, di raccolta dati ma anche da scienziati e sociologi. L’occasione è stata ghiotta perché improvvisamente si è presentata agli occhi di tutte le multinazionali la possibilità di studiarci in una condizione di cattività. È come se magicamente il nostro corpo sia stato lanciato in una sorta di acceleratore sociale per essere osservato in una dimensione estremamente extraordinaria. Il campo di battaglia oggi più che mai è il corpo con il suo ingombro, con la sua carne, con il suo palpitare con i suoi desideri.

In che modo l’artista può lottare politicamente contro la sottrazione dei corpi?

Human Body

L’artista adesso per me ha un compito molto importante ed è quello di ricostruire un rito, di generare incontri di corpi, creare cerchi un cui gli occhi si guardano negli occhi. Paradossalmente adesso l’arte deve assumersi quasi una funzione religiosa ponendo il bisogno di sacro, che tutti noi avvertiamo, al centro del proprio essere nell’arte.
Credo che l’arte non debba diventare politica ma allo stesso tempo porsi al centro della politica. C’è bisogno a mio avviso di inventare riti in cui è possibile creare comunità. La nostra battaglia adesso è quella di riprenderci spazi e far diventare quegli spazi il luogo per immaginare una nuova liturgia dell’incontro. Non deve essere una fuga né un esilio ma una bonifica di quanto già c’è. Beuys parlava di “scultura sociale” e noi artisti abbiamo il compito di pensare le nostre opere come sculture sociali. L’arte ha il compito di ripristinare un recinto sacro in cui rinnovare un patto con la comunità di cittadini.

Giuseppe Semeraro è poeta, attore e regista come nasce in lui l’idea del progetto Human Body?

Human Body

È strano ma durante la pandemia sono incappato in un libro scientifico- divulgativo che in maniera dettagliata raccontava e analizzava tutte le meraviglie del corpo umano. È stato quello stupore e quella meraviglia a innescare la miccia che poi mi ha spinto ad approfondire e scavare fino ad allargare la questione da un punto di vista artistico. Il nostro corpo è il particolare che ci permette meglio di ogni altra cosa di guardare all’universale.

Cos’è l’amore del corpo? Perché ne abbiamo bisogno?

Nel mio lavoro di attore mi sono trovato in più di venticinque anni di lavoro scenico a studiare recitazione, danza, mimo corporeo, giocoleria, clownerie. Ho inoltre praticato molti sport, ho studiato Capoeira, insomma ho sperimentato molto con il mio corpo e sento che le possibilità espressive del nostro corpo sono infinite e in continua evoluzione.
Penso che l’amore per il nostro corpo è il primo passo per essere in grado di ascoltare ed entrare in connessione con altri corpi. Il nostro corpo è l’antenna delle nostre emozioni, delle nostre sensazioni. Se smettiamo di pensare la nostra mente e il pensiero stesso come qualcosa di staccato dal corpo potremo capire quanto il nostro corpo è la materia della nostra spiritualità. Tutto passa dal corpo sia ciò che in noi fiorisce, sia ciò che al nostro corpo viene imposto. È il nostro corpo il vero campo di battaglia in cui si decide delle nostre libertà ed è necessario non abbassare la guardia per difenderlo. L’amore per il corpo è per me la possibilità di moltiplicare questo amore attraverso gesti, azioni che vadano nella direzione di altri corpi.

Human Body (Foto Zuzana Zwiebel)

Credo che l’amore alla fine sia una piccola scintilla prodotta da due corpi e oggi più che mai ne abbiamo disperato bisogno. L’arte ha il compito di allargare e uscire fuori dal dualismo dell’amore e moltiplicarlo in un amore sempre più ampio. Penso che l’arte sia un amplificatore d’amore. In teatro una parola molto usata è stata quella del contagio e credo che oggi più che mai dobbiamo tornare ad essere contagiosi, è come se noi artisti oggi dovessimo imparare a comportarci proprio come virus ammalati d’amore.

Giuseppe Semeraro è un artista sensibile e un raffinato poeta. Per questa ragione l’intervista si conclude con due dei componimenti scritti a compendio della performance, che abbiamo il privilegio di potere leggere e pubblicare in anteprima e che presto faranno parte di una nuova silloge.

Quanto tempo ci mette un corpo

a perdere l’abitudine

a un bacio, a un abbraccio

alla carezza di un bambino?

E non per i nostri vicini

per i fratelli, i nostri cari

ma per i lontani, gli sconosciuti

per chi ci offre il caso di un incontro,

per gli infreddoliti, i dispersi

chi è mangiato dalla solitudine,

tutti quei corpi che incontriamo

senza una stretta di mano

senza un bacio

senza un abbraccio

diventando sempre più lontani

sconosciuti, infreddoliti e persi.

 

 

Non so cosa redimere

di questo corpo

che più di tutto sa rialzarsi

che sa volare e piangere

che sa prendersi un desiderio

che sa infilare la lama nel cuore di un fratello

ma anche donare rispetto e cedere il meglio.

Di che paradiso dovrei parlargli

che Dio dovrei spiegargli

quale eternità promettergli al mio corpo

se non quella di ascoltare fino alle stelle

ogni tanto danzare e sfinire i muscoli

battendo i piedi sulla terra senza traccia

come suonando e vibrando all’unisono

con un fiume, con un pesce, con un albero

con un pozzo vuoto di silenzi.

Cosa posso inventarmi per stupirlo

se dentro ogni nostra minuscola cellula

c’è così tanto DNA che steso in un filo unico

arriveremmo a carezzare Plutone

come faccio a raccontargli l’universo

se col nostro corpo usciamo dal sistema solare

cosa c’è di più meraviglioso in noi

di quella voce che non sappiamo spiegare.




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