Il filo della condivisione e il filo del potere

Ad Anghiari la XXV edizione di Tovaglia a quadri

Pubblicato il 20/08/2021 / di / ateatro n. 179

Nell’estate del teatro ritrovato, Tovaglia a quadri si conferma un progetto esemplare di costruzione di una comunità recitante capace di raccontarsi parlando del presente, facendo reagire il patrimonio di storie locali con temi di attualità e riuscendo a restare popolare senza cadere nel folklorico. Trasferitasi quest’anno dalla storica collocazione del Poggiolino, nel centro di Anghiari, al suggestivo Castello di Sorci, la manifestazione ha animato gli spazi della corte medievale con Filocrazia.

La Fattoressa di Sorci (Monica Bauco)

La formula è sempre quella che da venticinque anni rende magiche le serate di metà agosto nella cittadina in provincia di Arezzo: uno spettacolo che va in scena fra una portata e l’altra in mezzo ai tavoli imbanditi con l’elegante sobrietà della tradizione contadina; una drammaturgia divertente e rigorosa che, in un clima di convivialità tipicamente toscana, declina un soggetto non privo di risvolti politici; una recitazione schietta affidata alla gente di Anghiari, cui si è aggiunta quest’anno una professionista come Monica Bauco, che fa sentire a casa gli spettatori provenienti ormai da ogni dove. Si condividono tavoli, chiacchiere, vino e risate.

Gli spettacoli sono improntati a un’ironia bonaria e genuina, che tocca tutti e non le manda a dire a nessuno, ma sa trasformarsi in riflessione amara sui tempi che corrono. Così è stato negli anni scorsi per le storie che affrontavano il problema della chiusura nei paesi delle vecchie botteghe e dei laboratori artigiani per la crescita incontrollata del commercio sul Web (Ci Ammazzon), oppure il disagio dei giovani in cerca di lavoro all’estero (Disajob) e quello degli immigrati impegnati nel duro lavoro nei campi dell’alta Valtiberina, dove si coltiva il prezioso tabacco nero che ha sfrattato altre coltivazioni, un tempo condivise da tutti, e ridisegnato il paesaggio (Poderi forti).
Filocrazia si snoda per spunti narrativi apparentemente eccentrici ma sapientemente cuciti da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini. Gli attori si muovono nella corte, si affacciano alle finestre, usano le scale, il pozzo, la chiesetta, seguendo l’efficace disegno dello spazio scenico proposto da Stefan Schweitzer.

Finita la guerra, gli sfollati che la fattoressa (Monica Bauco) ha accolto nel castello si apprestano a partire per ritornare alle proprie case. Siamo dunque in una dimensione sospesa, che inevitabilmente fa pensare alle vicende che stiamo vivendo, «senza sapere del prima, incerti del dopo». Il filo è stato smarrito e l’ago è ancora nel pagliaio. Una donna (Stefania Bolletti) continua a cucire i bottoni di una camicia per l’amato che forse non tornerà.
L’anziano parroco (Mario Guiducci) perde continuamente il filo dei suoi discorsi e confonde ricordi lontani e accadimenti presenti, sogna la promozione a monsignore e insieme alla perpetua (Maris Zanchi, che è realmente la perpetua di Anghiari) intona canzonette popolari sulla sua fisarmonica, prima di appisolarsi sulla sedia.
Un vecchio coriaceo (Fabrizio Mariotti) resiste alle lusinghe del nuovo corso («Smetto ogni cosa», ripete) e un rilegatore cerca di tenere insieme le storie del borgo.
Arriva anche un filosofo a distribuire consigli. Ma i piani temporali s’intersecano: un giovane preferisce rollarsi le canne e inseguire i suoi fantasmi.

Una ragazza proclama a gran voce la sua rivolta e srotola da una finestra un lenzuolo con la scritta «castello okkupato». Due candidati alla poltrona di sindaco presentano identici programmi elettorali, grossolani e demagogici, dimentichi della cultura e della storia di quel popolo cui chiedono voti e consenso. Muovendosi ogni tanto tra le scene, è forse la figura leggiadra di una bimba sordomuta a disegnare il fil rouge di questa storia che, mentre gli sfollati sono ormai in partenza, resterà custodita nelle pietre del castello. Come gli echi della famosa battaglia di Anghiari, dipinta da Leonardo, il fruscio del leggendario fantasma abitatore del fortilizio o le voci di Benigni e Troisi che qui si ritirarono a scrivere Non ci resta che piangere.

Il Tapas, maitre sfollato (Sergio Fiorini) e Il Filza, legatore e tipografo (Rossano Ghignoni)