Come sarà il FUS 2022-2024?

In attesa del Codice dello Spettacolo, il DM per il prossimo triennio

Pubblicato il 23/11/2021 / di and / ateatro n. 180

Maestro dei mesi, Giano bifronte (anno vecchio e anno nuovo), 1225-1230 ca.

Da più parti, con riferimento al FUS, si suggeriva e chiedeva che il 2022 fosse considerato ancora straordinario (post – o forse ancora – pandemico) e il prossimo triennio partisse dal 2023. Molte cose sono cambiate e stanno cambiando. Saranno da interpretare in primo luogo il comportamento del pubblico, ma anche la scelta e l’organizzazione degli spazi (al chiuso e all’aperto), gli stessi modi di produzione e la struttura delle stagioni, le forme di comunicazione e promozione…non sappiamo cosa resterà nei nostri modi di fare teatro delle sperimentazioni del 2020 e 2021, ma sappiamo che i cambiamenti incideranno sui progetti artistici, sull’organizzazione, sui bilanci.
Si sarebbe potuto aspettare ed evitare disposizioni vincolanti per un triennio, anche considerando la ripartenza della discussione intorno al Codice dello Spettacolo (il disegno di legge delega a firma Franceschini-Orlando è in discussione al Senato e dovrebbe mettere a fuoco principi, funzioni e meccanismi del comparto), ma il MIC ha ritenuto opportuno probabilmente dare alcune certezze e prospettive al settore, rilanciando il decreto del 2017 con non poche e non irrilevanti modifiche. (Sui temi del lavoro e del welfare, vedi anche Quando avremo la riforma del rapporto di lavoro nello spettacolo e il Codice dello Spettacolo?).
Il testo del Decreto Ministeriale che regolerà l’erogazione del FUS nel triennio 2022-2024 si compone sostanzialmente di due parti. La prima, corrispondente all’articolo 2, introduce numerose modifiche al DM 27.7.2017 che ha regolato il precedente triennio 2018-2020 e che, così modificato, regolerà anche il prossimo triennio. La seconda, corrispondente all’articolo 3 del Decreto, detta le regole specifiche per l’erogazione dei contributi nel triennio 2022-2024, con disposizioni straordinarie per l’anno 2022.
Sul sito del MIC il 23 novembre 2021 è stato pubblicato il Decreto Ministeriale 25 ottobre 2021, rep. n. 377 del 26 ottobre 2021, registrato alla Corte dei conti il 19 novembre 2021, al n. 2868, recante “Criteri e modalità per l’erogazione, l’anticipazione e la liquidazione dei contributi allo spettacolo dal vivo, a valere sul Fondo Unico per lo Spettacolo, di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163, per il triennio 2022-2023-2024 e modifiche al decreto ministeriale 27 luglio 2017”, in corso di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Il testo del DM 25 ottobre 2021, rep. n. 377 del 26 ottobre 2021, pubblicato il 23 novembre sul sito del MIC, in corso di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Le modifiche sono rilevanti, anche con l’introduzione di categorie nuove, che il DM del 2017 non prevedeva. In questo contributo cerchiamo di inquadrare sinteticamente il FUS nel complesso delle politiche del MIC (paragrafo 2) e di cogliere un disegno generale e le possibili ricadute sull’ecosistema dello spettacolo (paragrafo 3).
Prossimamente illustreremo in dettaglio le modifiche, articolo per articolo e per quanto riguarda gli allegati, con approfondimenti sui diversi ambiti e settori. Proseguiamo coasì l’anisi che Ateatro ha condotto sui decreti del 2014 e del 2017, osservando non solo le scelte generali, ma anche scelte apparentemente rilevanti solo per uno specifico settore, perché pensiamo che riguardino in realtà tutti.
E i tempi stringono considerano che i termini per la presentazione delle domande triennali scadono il 31 gennaio (le eccezioni riguardano le attrezzature per il circo, i progetti speciali, le tournée all’estero e anche le residenze, che seguono tempi legati agli accordi di programma fra Stato e Regioni).

2. Di cosa parliamo quando parliamo di FUS

Quando parliamo di FUS (la legge 163/85), ormai da una decina di anni dobbiamo avere presente che non si tratta più dell’unica (o quasi) disposizione di sostegno e finanziamento ai settori dello spettacolo dal vivo. Sono infatti innumerevoli le azioni e i bandi diretti o indiretti del MIC che lo riguardano: da tutta l’area che ha ricondotto al Ministero le competenze dell’Ente Teatrale Italiano (sciolto nel 2010), all’art bonus, a linee di intervento indiretto come “diciottapp”, cui si sono aggiunti nel 2020 e 21 i vari “ristori” e la promozione dei “borghi”, si sono aperte e si aggiungeranno – speriamo – opportunità da ritagliare nel meandri del PNRR (da esplorare: non solo con riferimento alle linee dedicate alla cultura).
Senza contare le iniziative parlamentari, molto apprezzabili ma che si sovrappongono non di rado a quelle governative. Si sono sovrapposte in modo significativo negli ultimi mesi, in particolare in tema di lavoro e welfare (favorendo così anche un approfondimento del dibattito), ma a volte si orientano su obiettivi molto specifici: per esempio con la norma approvata di recente a sostegno ai festival blues e jazz di Pistoia e Berchidda (e come si vedrà ai festival di musica contemporanea e jazz dedica particolare attenzione anche il dm che stiamo esaminando).
La considerazione sull’articolazione delle politiche e delle forme di sostegno non costituisce un’attenuante al grafico che mostra l’andamento del valore reale del FUS in questi anni.

Andamento dello stanziamento del Fondo Unico per lo Spettacolo (milioni di euro a prezzi correnti e costanti) (1985-2019) (Fonte: Elaborazione Osservatorio dello Spettacolo-MiBACT su dati MiBACT e su dati ISTAT. Per il calcolo dei valori a prezzi costanti si è utilizzato l’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati al netto dei tabacchi (FOI(nt))

E nemmeno a questa tabella, ancora più eloquente.

Andamento dello stanziamento del Fondo Unico per lo Spettacolo (milioni di euro a prezzi correnti e costanti) e incidenza sul PIL (1985-2019) (Elaborazione Osservatorio dello Spettacolo-MiBACT su dati MiBACT e su dati ISTAT. Per il calcolo dei valori a prezzi costanti si è utilizzato l’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati al netto dei tabacchi (FOI(nt))

Grafico e tabella sono del 2019: con alti e bassi le contrazioni riguardano anche l’era Franceschini (ministro dal 2016 – uno dei più longevi della storia – con la partentesi di Bonisoli nel 2018). Recuperi importanti tuttavia si sono registrati nel 2020 e nel 2021, tanto che lo stanziamento complessivo 2021 ci risulta essere di 400.141.856 euro (o forse di 408,4 milioni di euro, come risulterebbe dal sito della Camera), contro i 345 milioni di euro del 2019, tornando più o meno ai livelli del 2016 (il che non è proprio consolante se si pensa al lontano 1985: il calo da allora sul PIL è superiore al 60%).
Questo incremento ha consentito di accogliere nel quadro dei finanziamenti 2021 (eccezionalmente annuali), ben 651 prime istanze (di cui per l’ambito teatro 261, multidisciplinare 35, musica 266, danza 52, circhi 37). Questa apertura ispira probabilmente alcuni dei cambiamenti che si registrano nel Decreto 2022-2024.
Il trend positivo si conferma con la legge di bilancio 2022 in discussione alle Camere: a decorrere dal 2022, il FUS viene incrementato di ulteriori 20 milioni di euro, superando così i 400 milioni di euro annui.

Tra gli ultimi interventi che hanno incrementato le risorse del FUS si ricorda la L. 175/2017 (art. 4), che ha incrementato la dotazione del FUS di € 9,5 mln annui per il 2018 e il 2019 e di € 22, 5 annui dal 2020, la L. di bilancio 2019 (L. 145/2018 : art. 1, co. 605), che ha incrementato lo stanziamento di € 8 mln per il 2019, la L. di bilancio 2020 (L. 160/2019 : art. 1, co. 367), che ha incrementato lo stanziamento del FUS di € 10 mln per il 2020, e la L. di bilancio 2021 (L. 178/2020) che, con un intervento operato in Sez. II, ha rifinanziato alcuni dei capitoli di spesa afferenti al FUS, per complessivi + € 50 mln per ciascuno degli anni dal 2021 al 2050. In base alla legge di assestamento (L. 143/2021), lo stanziamento per il 2021 ammonta a € 408,4 mln.

Con questi ulteriori 20 milioni di euro, verrebbe potenziato il sostegno finanziario a enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti nei settori delle attività musicali, di danza, teatrali, circensi e dello spettacolo viaggiante.

E’ stato inoltre istituito un nuovo fondo per il risanamento delle Fondazioni lirico-sinfoniche (FLS) con una dotazione di 100 milioni di euro per l’anno 2022 e 50 milioni di euro per il 2023. E’ una buona notizia: le FLS assorbono il 52% circa del FUS (e la lirica nel suo complesso parecchio di più, considerando i teatri di tradizione e le attività liriche ordinarie). Ci si augura che, libere dai debiti pregressi, gravino in misura minore sul FUS e sull’ecosistema spettacolo.
La legge 175/ 2017 (“Codice dello Spettacolo”, rilanciata dalla proposta Franceschini-Orlando) prevede per le Fondazioni “lo scorporo dal Fondo unico per lo spettacolo delle risorse ad esse destinate”: non è chiaro se il riferimento sia all’ultima ripartizione del FUS, o a quella nella legge istitutiva del FUS, del 1985, che prevedeva il 45% per tutta l’attività musicale e di danza.
Questi due provvedimenti, assieme a parecchi altri, consentono al Ministro della Cultura di dichiarare che “Le politiche culturali sono centrali nelle scelte di politica economica del governo” (Manovra, Franceschini: Cultura al centro della politica economica del governo).
Siamo ancora molto lontani – ci sembra – dall’antico obiettivo del 1% del PIL alla cultura, la parola d’ordine lancoiata da Ateatro alle Buone Pratiche nel 2005, ma per lo spettacolo dal vivo ci sono un po’ di soldi in più (non troppi) rispetto al triennio 2018-2020. Dove andranno questi fondi, possiamo ipotizzarlo confrontando il vecchio e il nuovo DM.

3. “C’è del metodo in questa follia”

Più istituzioni, più spazi, più piccole attività musicali, più promozione, più estero, più progetti speciali…
C’è un disegno in queste “modifiche”?

Il Decreto nel suo complesso (il testo base, principi e criteri) letto oggi dopo l’esperienza di due trienni appare farraginoso, barocco, inutilmente complicato, distante dalla realtà. E anche quei pochi aspetti che nel lontano 2014 ci erano sembrati potenzialmente positivi (la valutazione comparativa e la possibilità di attivare dei riequilibri nella stratificazione dei riconoscimenti per esempio), si perdono fra commi, allegati, segmentazioni, un groviglio burocratico, un ostacolo alla progettazione. Cosa di questa esperienza recuperare nella discussione del Codice dello Spettacolo e nella normativa futura (ormai dal 2025 in poi) andrà attentamente valutato.
Le modifiche attuali, che a volte contraddicono le premesse del 2014 e 17 (e tutte quelle possibili e forse anche urgenti che non si è ritenuto di fare) ci sembrano tuttavia riconducibili ad alcune linee precise – per quanto non esplicitate per ora – che è utile interpretare e valutare e che incideranno in misura rilevante sugli assetti del sistema.

Si ridisegna il sistema ai livelli istituzionali

Nell’ambito teatro si registrano due interventi rilevanti sui Teatri Nazionali.
Il primo riguarda la permanenza in sede: le modifiche prevedono che “non più del cinquanta per cento del totale delle giornate recitative prodotte sia rappresentato al di fuori della regione di appartenenza” (era il 30%). Con una disposizione comune anche ai Teatri di Rilevante Interesse Culturale, si amplia poi il limite delle prestazioni artistiche dei direttori, autorizzandone tre all’anno per l’attività in sede, ma senza limitazioni per l’attività fuori sede (nel DM del 2014 si prevedeva una sola prestazione). Queste modifiche ridimensionano notevolmente due dei punti cardine all’origine dell’introduzione della categoria dei Teatri Nazionali nella normativa. La permanenza prevalente in sede era uno degli aspetti caratterizzanti, un’indicazione orientata al radicamento nel territorio che le disposizioni attuali ridimensionano favorendo l’incremento o la ripresa (senza analisi delle ricadute ci sembra) dell’attività di giro.
Le limitazioni alle prestazioni del direttore prefiguravano un profilo intellettuale-manageriale che, senza escludere quello artistico, suggeriva una progettualità articolata. L’attuale punto di arrivo torna al modo di intendere le direzioni che si voleva riformare. Inoltre, in assenza di precisazioni sulle funzioni, appare ora più sfumata la differenza fra Nazionali e TRIC (esclusivamente dimensionale), aprendo potenzialmente la strada a numerose “promozioni”.

Si inseriscono poi nuovi organismi omologhi negli altri settori.
Nell’ambito danza, si istituiscono i Centri coreografici nazionali e i Centri di Rilevante Interesse che si aggiungono ai Centri di produzione (istituiti nel 2014): l’”area della stabilità” si articola quindi su tre livelli, come per il teatro, con requisiti quantitativi a scalare. Si tratta di un investimento, o forse di una scommessa sulla possibilità del settore di darsi assetti più strutturati (e ci si può chiedere se esiste un numero sufficiente di organizzazioni che giustifichi questa scelta).
Anche per il Circo, con il riconoscimento di Centri di Produzione, si prefigura una dimensione stabile e istituzionale inedita, che comporta produzione e ospitalità in uno o più tendoni in sede (o territori limitrofi) oltre alla disponibilità di una sala di almeno novantanove posti.
Infine, anche in ambito musicale, si allarga il settore delle Istituzioni Concertistico-orchestrali (ICO) a orchestre promossa da Regioni e Comuni (meglio se sedi di Conservatorio) dove non esistono altre ICO, o Fondazioni Lirico-sinfoniche o Teatri di Tradizione. I territori sprovvisti sono prevalentemente quelli più svantaggiati e questa indicazione (se l’occasione verrà colta) potrebbe colmare probabilmente qualche lacuna, contribuendo ad attenuare i gap territoriali.
Tutto questo – se non saranno solo passaggi da una casella all’altra – dovrebbe avere un costo non irrilevante.

Si potenzia una rete di organismi di programmazione medi e piccoli

A livello dei diversi settori e multidisciplinare, si introducono tre fasce di “organismi di programazione” (tre ordini di grandezza) nel teatro e nell’area multidisciplinare e due nella danza, ammettendo quindi potenzialmente ai finanziamenti spazi e attività di piccole dimensioni. Senza l’indicazione di una capienza minima delle sale, il numero di rappresentazioni per essere ammessi ai contributi è 60 per il teatro, 40 per la danza, e 80 per gli organismi multidisciplinari.
La politica dei ristori in periodo Covid ha fatto emergere un tessuto di organizzazioni (di produzione e di programmazione), di cui il Ministero non aveva forse piena consapevolezza (come dei problemi del lavoro del resto), e le organizzazioni “ristorate” con i fondi straordinari stanziati dalla primavera 2020 erano in gran parte spazi di spettacolo.
Agli esercizi teatrali puri (che non producono), dal 2014 definiti organismi di programmazione è stato negli anni riservato un ruolo residuale nei decreti di erogazione del FUS, e nelle politiche statali. La scelta attuale potrebbe spostare non poco gli equilibri
e se da un lato dimostra un’attenzione nuova per la dimensione territoriale e diffusa che caratterizza il nostro sistema, dall’altro sembra affrettata: i soggetti interessati sono potenzialmente centinaia (spazi privati e teatri comunali, con possibili ripercussioni anche sulle funzioni dei circuiti), con alto rischio di dispersione, difficoltà di valutazione qualitativa, finanziamento a pioggia. E sembra una politica poco meditata rispetto al dibattito nazionale in corso sui luoghi della cultura (intesi in un’ottica multidisciplinare e multifunzionale) e alle funzioni territoriali.

La funzione di Regioni e Enti locali rispetto alle politiche statali

Il nodo è ancora una volta ignorato, quindi resta irrisolto e se possibile ancora più ingarbugliato. Quando si chiarirà e come la questione delle competenze? Il MIC conferma il vincolo del cofinanziamento da parte di Regioni e Comuni previsto in molti articoli (e lo inserisce nei nuovi) e dedica un’attenzione inedita (superiore al passato) ad ambiti particolarmente rilevanti rispetto ai territorio, come gli spazi, la promozione, i gruppi musicali giovanili e valorizza -nella definizione dei parametri – lo sviluppo dell’offerta nei piccoli centri, piccoli comuni e borghi fino a 5000 abitanti (un’altra indicazione interessante ma a forte rischio di dispersione). Le Regioni del resto hanno comunicato l’ “intesa”, non sembrano sollevare obiezioni a questa impostazione, non sembrano rivendicare prerogative. 
La tendenza del MIC ad accentrare allargando il perimetro del sostegno anche a organizzazioni piccole, combinata con la passività delle Regioni può costituire un problema: solo dalla concertazione rispetto a questo obiettivi, dalla conoscenza e vicinanza al territorio,  potrebbero infatti derivare azioni efficaci. Mentre non ci risulta che siano stati varati accordi di programma, a parte quello sulle residenze che -se pure con qualche criticità- sembra funzionare. Ma non è mai troppo tardi.

La musica popolare contemporanea e il jazz

A livello di festival, produzione giovanile e programmazione questi generi si conquistano un’attenzione inedita e non possiamo fare a meno di osservarla. Si tratta di attività in gran parte di piccole dimensioni, l’incidenza economica sarà probabilmente modesta (ma diffusa) ma a maggior ragione colpisce l’enfasi che non è presente per nessun altro genere. E’ come se il MIC si consentisse un “a parte” per dirci “se non l’avete ancora capito ragazzi, qui amiamo il jazz. E la musica popolare contemporanea d’autore”. E’ un orientamento che si ritrova anche nelle dichiarazioni programmatiche di molti dei sindaci recentemente eletti. Dopo l’annus horribilis si apre forse un periodo fortunato per questo settore (che intuiamo molto ben rappresentato).

Queste le tendenze principali, rimandiamo altre considerazioni all’esame dell’articolato, anticipandone qualcuna.
In un paio di passaggi del decreto si intuisce una minore convinzione per il metodo comparativo e il rapporto fra i tre livelli di giudizio (qualità, quantità e qualità indicizzata) come nell’allargamento del perimetro de progetti speciali e nella norma che consente di compensare con un buon punteggio di qualità indicizzata una bassa valutazione di qualità tout court (e se il MIC ora ama il jazz, storicamente ha sempre amato il peso del botteghino).
E potremmo sottolineare le non modifiche: tutto quello che si sarebbe potuto o dovuto ritoccare (visto che si è ritoccato molto) e è rimasto così, a cominciare da una più precisa descrizione delle funzioni, dalla revisione di alcuni minimi (che avrebbe potuto ridurre la pressione sul mercato), dai molti possibili modi di incentivare la qualità e continuità del lavoro.
E il problema eterno dei tempi di assegnazione e di erogazione dei contributi. Dal 2015, anno di introduzione del “progetto triennale”, i ritardi che da tempo immemore gli operatori lamentano e il Ministero promette di migliorare, non sono migliorati E oggi, se da un lato con le anticipazioni si assicura la continuità ai soggetti già finanziati, tutti i beneficiari conosceranno il loro contributo 2021 e 2022 a marzo o maggio dell’anno successivo. Da sempre i contributi dei progetti speciali vengono decisi nel secondo semestre dell’anno in cui devono essere realizzati e i contributi per le tournée all’estero vengono assegnati frequentemente quando queste si sono già concluse. E quest’anno i contributi delle domande annuali sono stati pubblicati durante l’estate e a settembre. Insomma nessun passo avanti in materia di programmazione tempestiva delle risorse (tanto raccomandata anche dalla Comunità Europea).

E per concludere, dove andranno gli aumenti del FUS 2022? Il sostegno allo spettacolo dal vivo si concretizzerà nell’aumento della platea dei sovvenzionati o il Ministro ha una strategia in proposito? Dove intende investire? Le scelte non dipendono dall’algoritmo. Non dimentichiamo che è il direttore generale che

“stabilisce, in armonia con l’entità numerica, i deficit e i costi dei programmi relativi alle domande complessivamente presentate, la quota delle risorse da assegnare a ciascuno dei settori” (art. 4.comma1)




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