Il talento gentile di Gianfranco De Bosio

Un omaggio al regista e pedagogo veronese, tra Ruzante e Verdi

Pubblicato il 07/05/2022 / di / ateatro n. 183

Gianfranco de Bosio

Ancora una decina di anni fa, nonostante fosse ormai vicino ai 90, poteva capitare di incrociarlo in Arena nelle lunghe notti delle prove della “sua” Aida, indifferente alla stanchezza, attento a ogni particolare, come se lo spettacolo che si montava fosse una novità e non un greatest hit già andato in scena ben più di un centinaio di volte. Magari con il cronometro in mano, intento a verificare la durata di smontaggi e rimontaggi delle scene, perché l’epoca degli interminabili intervalli sotto le stelle fra le antiche pietre romane era tramontata con il XX secolo.
Gianfranco de Bosio, il regista veronese scomparso qualche giorno fa a Milano, a pochi mesi dal suo novantottesimo compleanno, era fatto così. Il teatro era la sua vita. Non nel senso un po’ banale e spesso abusivo del luogo comune, ma come visione pratica, impegno, fatica. Resilienza, come si dice oggi.
Pur avendovi realizzato anche un Romeo e Giulietta nel 1977, un Mefistofele nel 1979, una Traviata nel 1987 e un Nabucco ripreso varie volte nel 1991, il nome di de Bosio è indissolubilmente legato all’Arena proprio per quell’Aida. Uno spettacolo nato esattamente quarant’anni fa e poi rimasto nel repertorio fino a raggiungere quello che con ogni probabilità è un record nella storia delle rappresentazioni operistiche: più di duecento andate in scena, un pubblico che si può tranquillamente valutare sopra i due milioni di spettatori. Si tratta della cosiddetta Aida 1913, ovvero della ricostruzione dello spettacolo che il 10 agosto 1913 diede il via alle rappresentazioni operistiche nell’anfiteatro romano di Verona. Insieme allo scenografo Vittorio Rossi, su input dell’allora sovrintendente Carlo Alberto Cappelli, de Bosio era andato a spulciare gli archivi per recuperare disegni e bozzetti dell’architetto Ettore Fagiuoli, cui il tenore Giovanni Zenatello aveva affidato la parte visiva di quello spettacolo, che celebrava il centenario della nascita e il decennale della morte del compositore. Colonne dipinte, un paio di obelischi, un portale. Il tutto nelle dimensioni niente affatto monumentali di allora. Come disse lo stesso regista in un’intervista a Claudio Capitini (ora pubblicata nel volume E lucevan le stelle. L’Arena di Verona raccontata dai protagonisti, Gabrielli Editori, 2017): «… si tenga presente che negli anni si sono sovrapposte nel gusto dello spettacolo areniano troppe enormità». E ancora, «…l’Arena non è un palazzetto dello sport, così come ben capirono i Vilar e i Damiani».

Aida 1913, regia di Gianfranco De Bosio per l’Arena di Verona

In questo caso, il riferimento andava a un altro spettacolo che appartiene alla mitologia areniana, il Don Carlo andato in scena nell’estate del 1969 con la regia di Jean Vilar: sorprendente e formidabile per asciutta forza poetica. Lo sapeva bene de Bosio, perché quell’allestimento era il fiore all’occhiello del suo primo breve incarico di sovrintendente dell’allora Ente lirico, fra il 1968 e il 1970. Già allora, il regista veronese aveva ben chiaro che «il successo in Arena non si ottiene con gli elefanti o con i levrieri, ma raggiungendo un giusto rapporto con la poesia della musica». Parole che andrebbero incise in qualcuna delle antiche pietre, con l’avvertenza di tenerla sempre sotto gli occhi dei registi e degli scenografi del tempo presente…
De Bosio sarebbe tornato a guidare l’Arena un quarto di secolo più tardi, dal 1992 al 1998, non senza incontrare le difficoltà – del resto comuni a tutto il settore – degli ultimi anni prima della riforma e dell’avvento delle Fondazioni, ma lavorando molto anche sul Teatro Filarmonico, reso sede di iniziative raffinate e creative, per esempio nell’ambito del Barocco e del Classicismo. Ma l’esperienza del 1982 – la ricostruzione di spettacoli d’epoca secondo una sensibilità teatrale moderna ma con sovrano rispetto dell’immaginario originale e se possibile anche delle consuetudini esecutive – avrebbe dato altri frutti interessanti nel suo lavoro di regista. Ne sono testimonianza l’Attila firmato alla Fenice nel 1987, creato con lo scenografo Emanuele Luzzati a partire dai bozzetti di Giuseppe Bertoja per la prima assoluta veneziana del 1846, conservati al Museo Correr; e in ambito assai diverso l’Edipo Tiranno andato in scena al Teatro Olimpico di Vicenza nel settembre del 1997 ed esemplato sul leggendario spettacolo inaugurale del teatro palladiano, tenutosi ai primi di marzo del 1585. A questo scopo impiegò la traduzione di Sofocle utilizzata all’epoca, quella di Orsatto Giustinian. E soprattutto volle in scena i dodici cantori necessari per eseguire integralmente i Cori appositamente scritti da Andrea Gabrieli. Cosa probabilmente mai avvenuta dopo il 1585.
Ma de Bosio non era solo un uomo di teatro creativo e intelligente. La sua colta vocazione organizzativa si è manifestata in attività diversificate e comunque decisive nel panorama della scena italiana subito dopo la guerra e per oltre mezzo secolo, tali da farne uno dei protagonisti decisivi. Una vocazione affermata fin dagli anni degli studi universitari, intrapresi a Padova dopo avere ricoperto giovanissimo un ruolo fondamentale durante il conflitto come dirigente del Cln a Verona.

Betia di Ruzante, regia di Gianfranco de Bosio: i costumi di Santuzza Calì per Gnua, Ruzante, un bravo e Menato

A lui si deve la nascita del Centro Teatrale universitario padovano, sua è la riscoperta di Ruzante come autore teatrale – con lo stimolo ai correlati importanti studi filologici e linguistici sul pavano. Una vocazione proseguita nel cruciale decennio fra il 1957 e il 1968 nella direzione dello Stabile di Torino, uno degli snodi della nuova vita teatrale in Italia, con le antenne puntate, oltre che sul diletto Ruzante, su Molière (argomento della sua tesi di laurea con Diego Valeri) e Goldoni, su Brecht e Sartre. Coltivata sia pure sporadicamente anche nel cinema: in particolare Il terrorista, film del 1963, scritto in collaborazione con Luigi Squarzina e prodotto da Tullio Kezich, racconta la lotta partigiana a Venezia con un approccio meditato e problematico di notevole interesse. E si vale di un cast di assoluto livello: Gian Maria Volontè, Philippe Leroy, Tino Carraro, Giulio Bosetti, Anouk Aimée.
Negli ultimi anni, aveva trovato il modo di fissare e consegnare alla memoria le sue vicende personali e politiche, pubblicando la sua autobiografia nel 2016 (La più bella regia) e appena un anno fa la sua testimonianza sulla resistenza veronese (Fuga dal carcere), entrambe uscite da Neri Pozza. Anche questi scritti sono un lascito importante per il teatro italiano.




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