Stelle fisse | Roberto Leydi

Divagare sulla musica "brutta" alle tre di mattina... o di sera?

Pubblicato il 06/11/2021 / di / ateatro n. 180

«D’accordo, ne parliamo… allora ci vediamo alle tre.»
«All’”Europeo”?»
«No, vieni a casa mia, in via Morigi.»
«Ma Roberto, a quell’ora, alle 3, sei in redazione…»
«Non hai capito… alle 3, non alle 15… alle tre di sera, o di mattina se preferisci…»

Roberto Leydi in quel periodo – sarà stata la fine degli anni Cinquanta – lavorava all’”Europeo”, e intorno alle due – della notte! – lasciava la redazione e se ne tornava a casa con un taxi; ma non aveva voglia di andare subito a letto, doveva smaltire la tensione di un lavoro che, forse, non lo appassionava molto, e nello stesso tempo gli piaceva affrontare, in quelle due o tre ore di tranquillità, qualche argomento che gli stava più a cuore: la musica, per esempio, che al giornale era un poco trascurata. In quanto a me, che ero abituato ad alzarmi presto, in vista degli appuntamenti notturni con Roberto anticipavo il momento di andare a letto e mi alzavo poco dopo le due, trascorse le regolamentari sei ore di sonno. Abitavo in corso Magenta, e a piedi, in un quarto d’ora, raggiungevo via Morigi.
Di cosa parlavamo? Faccio fatica a ricordarlo, perché… insomma, parlavamo un po’ di tutto, senza mai soffermarci in modo particolare su un argomento. Fra le altre cose, avevamo in progetto di inventare una casa discografica (e con quali soldi?), specializzata in quella musica che fra di noi avevamo deciso di chiamare “brutta”. Non la cosiddetta musica classica, non il jazz o le varie forme di musica leggera, canzoni e ballabili, e neppure il mondo della musica popolare che sarebbe poi stato associato in modo vincolante al nome di Leydi… al contrario, tutto quel vasto repertorio di trascrizioni, arrangiamenti, scene pittoresche, musica descrittiva, fogli d’album, impressioni, albe e tramonti, mercati persiani, romanze da salotto (ma non quelle di qualità, alla Tosti), barcarole… tutta roba che è stata il pane quotidiano dei consumatori di musica da metà Ottocento alla Prima guerra mondiale, e che ci sembrava “doveroso” rimettere alla luce, in nome di un consumo che era stato elevatissimo, a cui aveva fatto seguito un troppo lungo silenzio.
Che tutto questo gran parlare di musica “brutta” dovesse poi rifluire nel repertorio di una casa discografica, non era molto importante. Ripensandoci, quell’argomento aveva tutta l’aria di essere un pretesto – e di pretesti del genere ce n’erano anche molti altri – un pretesto per scambiare idee, per scandagliare sensazioni e pensieri poco frequentati alla luce del giorno: facile, in quel momento, perché intorno a noi era notte. Ma una notte del tutto particolare, che ci condizionava profondamente ma in maniera opposta. Insomma – e può sembrare una banalità, una cosa senza senso, del tutto marginale – in quei momenti eravamo due persone che si trovavano faccia a faccia e tuttavia vivevano in una condizione mentale, forse dovrei dire psicologica, molto diversa. Per lui era sera; per me, invece, era mattina. Io mi trovavo in un momento costruttivo della giornata, pianificavo, guardavo avanti; lui stava abbandonando le redini, e se qualche immagine della giornata appena trascorsa gli passava rapida davanti agli occhi, cercava di rimuoverla; lui beveva whisky, io sorbivo caffè. Lui divagava, io afferravo le sue parole. Ecco, questo avveniva tra noi: lui passava da un argomento all’altro, quasi senza accorgersene, come a volte accade quando ci accorgiamo che la sonnolenza ci sta per afferrare; e io mi addentravo in quella straordinaria capacità che aveva Leydi di seguire un filo di logica rigorosa, anche se apparentemente vago, quel filo per cui le cose più disparate mostravano sotto pelle di essere intimamente collegate.
Non avevamo soltanto incontri notturni. Quando lui era in vacanza, sono andato a trovarlo qualche volta nella villa di Orta San Giulio: arrivavo la mattina, e me ne andavo nel tardo pomeriggio. Roberto in quelle occasioni mostrava un più attento interesse per la musica popolare, e soprattutto per gli strumenti. Si era fatto costruire una ghironda, e voleva imparare a suonarla; ma non possedeva la disinvolta manualità necessaria. Forse si immaginava nei panni del suonatore di ghironda dell’ultimo Lied del Winterreise di Schubert che con le dita irrigidite gira e gira la manovella come può, e se nessuno vuole ascoltarlo si allontana, a cercare un altro villaggio… E se ricorro a Schubert per dare un’immagine visiva di Roberto alle prese con la ghironda, è perché di Schubert parlavamo molto, e pensavamo di fare mirabili concerti di Lieder con l’aiuto dei quadri viventi – che è poi quello che faceva proprio lui, Schubert; al quale, poi, il Leydi giovane assomigliava un po’, forse perché in entrambi vedevo riflessa l’immagine dell’eterno viandante. Infatti non posso togliermi dalla mente che l’interesse per la musica popolare fosse in lui una conseguenza del desiderio di entrare in mondi lontani per osservarli con l’occhio dell’entomologo. E ne avevo una conferma constatando il suo grande interesse, direi una passione per gli zingari. Mi parlava sempre con grande emozione della festa in onore di Sarah la Nera che ogni anno, sul finire di maggio, ha luogo in Camargue, a Saintes-Maries-de-la-Mer. Riusciva sempre a farsi mandare laggiù dal giornale, e pensavo che dall’”Avanti!”, dove faceva il critico musicale, fosse passato all’”Europeo” proprio con l’idea di poter andare a quella festa dove per una decina di giorni poteva mescolarsi a Sinti, Manouches, Rom e Kalé provenienti da ogni parte d’Europa in quella accesa e colorata mescolanza di lingue e di balli e di suoni.

In quel periodo, fine anni Cinquanta, scrivevo piccoli testi di argomento milanese per la rubrica della Rai Il sole nella nebbia, e spesso Roberto Leydi mi dava una mano nello scegliere gli argomenti: Barbapedana, le strane vicende dei primi abitanti di Palazzo Marino, le merende sul tetto del Duomo, la storia della Festa del Perdono… e quando Marlene Dietrich è venuta a Milano e non sono riuscito a intervistarla, mi ha suggerito di inventarla, l’intervista, ed è stato il mio primo passo verso la commedia. Lui intanto costruiva i tasselli per lo spettacolo Milanin Milanon che sarebbe andato in scena al Teatro Gerolamo alla fine del 1962, e in quei giorni abbiamo molto dibattuto sull’origine della canzone Luisin, che ci sembrava molto più legata al mondo del melodramma che a quello della musica popolare, una canzone che nel 1959 ho inserito nello spettacolo televisivo Milano 1859 affidata a Ornella Vanoni, e lui invece nello spettacolo al Gerolamo ha fatto cantare alla moglie Sandra Mantovani.

Poi Leydi si è addentrato sempre più nei meandri dell’etnomusicologia, e ci siamo incontrati più raramente. Ma quando ho dovuto affrontare La musica moderna per la Fabbri, abbiamo ripreso a vederci con regolarità; lui mi ha molto aiutato nel definire il piano di quella pubblicazione, e si è interessato direttamente a tutto quanto riguardava il jazz, il cabaret, la canzone in generale.
L’ho incontrato ancora, negli anni Novanta, a Lugano, alla Radio della Svizzera Italiana, impegnato con una rubrica sulla musica popolare, e ho avuto l’impressione che lo studio ormai prevalente dell’etnomusicologia gli avesse tolto il piacere della divagazione che era, secondo me, la più suggestiva delle sue qualità.

Il Fondo Roberto Leydi al CDE di Bellinzona.




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post