Corpi sotto le bombe, scimmie e un Amleto debordante

La XVIII edizione del Festival Opera Prima a Rovigo

Pubblicato il 27/07/2022 / di / ateatro n. 184

Settecento proposte da tutto il mondo. Tante le risposte arrivate quest’anno al bando del Festival Opera Prima di Rovigo. E bisogna visionarle, valutarle, fare delle scelte. Bisogna investire risorse, passione, intelligenza. Bisogna rischiare. Un lavoro immane che Massimo Munaro e il Lemming hanno affrontato, come sempre, con dedizione e curiosità, portando nella città veneta alcune novità assolute accanto a presenze ben note come quelle di Roberto Castello, Ascanio Celestini, Chiara Frigo, Marigia Maggipinto. Diremo qualcosa delle prime. Fedele alla sua vocazione di ponte fra le generazioni teatrali e tra i linguaggi più innovativi della scena internazionale, la manifestazione rodigina, giunta alla XVIII edizione, ha proposto tra l’altro una performance del danzatore libanese Bassam Abou Diab accanto a una dell’israeliano Gil Kerer. Entrambe, per ragioni diverse, interessanti ma irrisolte.

Bassam Abou Diab in Under the Flash

In Under the Flash Bassam Abou Diab racconta le reazioni del proprio corpo ai bombardamenti di Beirut in diverse fasi della sua vita: 1993, 1996, 2000, 2006. Una danza dell’istinto di sopravvivenza, delle percezioni affinate nell’esperienza tragica della guerra, delle reazioni studiate fino a ricavarne una partitura corporea, inventando regole e tecniche, codificando movimenti e posture. «Prima regola: arrendersi alla forza della bomba», lasciare che la forza d’urto sospinga fuori dal pericolo, e così sopravvivere. Il performer mostra ripetutamente, sotto i colpi di un tamburo tradizionale libanese suonato in scena da Ayaman Sharaf el Dine, come ci si deve gettare a terra e rotolare lontano. Con le bombe a grappolo serve una tecnica più sofisticata. Per scampare alle schegge, il danzatore segmenta il corpo con reazioni impulsive, dilatandolo in direzioni opposte. Toccanti i passaggi in cui queste movenze segmentate sfumano nelle figure delle danze tradizionali. Un’ironia amara pervade lo spettacolo. Ma nell’insieme il progetto appare incompiuto. L’esile filo drammaturgico sfugge (anche per le difficoltà della traduzione simultanea del testo) e la coreografia manca di coesione. Un’idea affascinante e gravida di potenzialità, ma realizzata per frammenti ancora slegati tra loro.

Gil Kerer e Lotem Regev in Concerto for mandolin and strings in C major by Vivaldi

Al contrario, lo spettacolo di Gil Kerer, in scena con Lotem Regev, appare fin troppo levigato e compatto, calcolato anche nei momenti di abbandono, nelle pause per riprendere fiato. Concerto for mandolin and strings in C major by Vivaldi è un pezzo preciso e gioioso, che crea una dimensione di intimità fra i due performer anche in uno spazio aperto come Piazza Vittorio Emanuele II. La coppia si sdoppia, si specchia, si abbraccia in un virtuosismo perfino stucchevole. Un pas de deux calibratissimo che giunge alla simbiosi fra la coreografia e la musica del Prete Rosso. Kerer parla di restituzione dell’«esperienza primaria della danza» e sembra invece di assistere a qualcosa di estremamente sofisticato e mediato. Se Bassam Abou Diab ha forse troppo da raccontare ma non sa ancora bene come, Gil Kerer sembra non avere molto da dire, ma certo lo dice bene.

La bella sorpresa del festival viene dalla Grecia: Savvas Stroumpos con il suo Zero Point Theatre. Sette attori di straordinaria potenza scenica alle prese con Una relazione per un’accademia di Franz Kafka: Babis Alefantis, Evelyn Assouad, Giannis Giaramazidis, Ellie Iggliz, Anna Marka Bonissel, Rozy Monaki, Dinos Papageorgiou. Già attore dell’Attis Theatre, allievo e assistente di Theodoros Terzopoulos, Stroumpos torna a Kafka (ha già realizzato Nella colonia penale in due versioni: 2009 e 2014, e La metamorfosi nel 2012) facendo rivivere il racconto della scimmia Rotpeter attraverso i corpi degli interpreti, li costringe, letteralmente, in un corpo a corpo con il testo. Li trasforma in un dispositivo scenico pulsante, in un articolato corpo unico, in un’animalità ritmica che incarna le parole e pronuncia gesti, movimenti, posture. Sono vestiti di rosso e procedono per movenze sincrone dando vita a figure stilizzate e seriali, eppure sempre vibranti. A rotazione, ogni performer conquista il centro della scena e una presenza più intensa, sprofonda in una sorta di trance che sembra connetterlo con una dimensione interiore, con una memoria abissale.
Le parole – e vengono dette tutte le parole del testo kafkiano – arrivano allo spettatore e risuonano in lui chiaramente intelligibili proprio in virtù di tale connessione, attraverso l’attore, con una dimensione che lo trascende. Si creano immagini che attingono a esperienze primarie del mondo e che diventano specchi nei quali misteriosamente ci riconosciamo.

Zero Point Theatre, Una relazione per un’accademia

Il grande tema dell’animalità, prima di tutto, è qui declinato in forme toccanti che permettono a ogni spettatore di ritrovarsi nei panni psichici di Rotpeter, la scimmia scesa a patti con i propri aguzzini per ottenere una “libertà” che l’allontana dalla sua vera natura. In sette quadri vengono agiti i passaggi chiave del racconto: la cattura, la prigionia in una gabbia, il viaggio in nave verso l’Europa, l’apprendimento per imitazione del comportamento umano, la scelta di evitare lo zoo accettando di esibirsi nei teatri, il discorso davanti alla platea di accigliati studiosi. Ma lo spettacolo porta anche a una inevitabile riflessione metateatrale. La scimmia di Kafka finge di essere uomo (ma Rotpeter fa sul serio l’attore), mentre gli attori in scena non fingono di essere personaggi ma si trasformano in stati d’animo, in immagini offerte all’attraversamento dello spettatore per intuire la propria parte nel teatro del mondo.

Teatro del Lemming, Amleto

Teatro del Lemming, Amleto

Dichiaratamente metateatrale è anche la lettura dell’Amleto proposta dal Teatro del Lemming. Una lettura che filtra il testo shakespeariano con l’analisi della società dello spettacolo condotta da Guy Debord nel 1967.
Lo spettacolo non è nuovo, risale a una quindicina di anni fa, ma gli interrogativi che pone sono oggi ancora più stringenti e uguale la tensione alla ricerca di un teatro non mercificato e capace di smascherare gli inganni della rappresentazione di sé e del mondo. I tasselli dell’opera vengono scomposti e ricomposti dagli attori (Fiorella Tommasini, Chiara Elisa Rossini, Alessio Papa, Diana Ferrantini, Alessandro Sanmartin, Katia Raguso, Marina Carluccio e Chiara Ferronato) in una frenetica girandola di scene che sfocano personaggi e relazioni, con frequente ricorso a soluzioni grottesche.

Teatro del Lemming, Amleto

Gli stessi personaggi passano da interprete a interprete, le sequenze si sovrappongono, la trama si sfibra. Si mettono alla prova svariati codici e linguaggi: danza, teatro d’oggetti, declamazione, canzone, cabaret espressionistico. Dilatandosi alla platea, lo spazio scenico diventa a sua volta fluido, debordante, invade le gradinate, chiama ripetutamente in causa gli spettatori: cos’hanno da dire su quanto sta accadendo sotto i loro occhi? Chi è Amleto?
Amleto è il dramma della finzione, dei simulacri che prendono il posto della realtà, la doppiano, la sublimano: recita lo spettro di Amleto padre sugli spalti del castello di Elsinore; il principe Amleto recita la sua follia finendo per crederci; gli attori girovaghi giunti a corte recitano la scena rivelata dallo spettro; fingono amicizia gli «eccelsi buoni amici» Rosencrantz e Guildenstern.
Così Elsinore diviene metonimia del mondo e più che mai del mondo contemporaneo, dove la realtà viene allontanata nella sua rappresentazione, scriveva Debord, e «si afferma come tale sono in quanto perpetua finzione», rimarca il regista Massimo Munaro.




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