Una tragedia della corruzione

Ruy Blas nella messinscena di Luca Ronconi

Pubblicato il 04/04/2002 / di / ateatro n. 025 / 0 commenti /
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Nel 2002 cade il secondo centenario della nascita di Victor Hugo. Le celebrazioni sono iniziate in queste settimane, con il Ruy Blas messo in scena alla Comédie Française da Brigitte Jaques, scene e costumi di Ezio Toffolutti, con Rachida Brakni (la regina), Eric Ruf (Ruy Blas) e Denis Podalydès (don César). Qualche anni fa, lo stesso testo era stato messo in scena da Luca Ronconi al Teatro Stabile di Torino. Questa la recensione pubblicata a suo tempo sul “manifesto”.
“Vi auguro, signori, buon appetito”, esclama Ruy Blas irrompendo in una riunione di ministri ladri e corrotti, prima di lanciarsi in un’appassionata orazione in difesa della Spagna e del suo popolo depredato da quelle ruberie. Così, all’inizio del terzo atto del drammone di Victor Hugo, l’ex lacché Ruy Blas, ora divenuto per una scombiccherata e macchinosa vendetta il favorito della malinconica e annoiata sovrana, sembra in grado per un istante di prendere il controllo del Palazzo. In quell’istante, l’innamorato Ruy Blas potrà anche illudersi dell’amore della sovrana, soddisfacendo il suo folle sogno. Ma la sua rivoluzione solitaria può durare solo finché il suo padrone di sempre, il malvagio don Sallustio, glielo concede. Ci sarà naturalmente, nel quint’atto, il necessario bagno di sangue (dei cinque protagonisti, tre muoiono e un quarto finirà verosimilmente sulla forca, mentre la regina si avvia a un destino di irrimediabile infelicità). Poi – dopo questa breve e segreta tempesta – il vecchio regime tornerà ad avere il sopravvento. Almeno in teatro: Hugo scrisse il Ruy Blas nel 1838, e prima e dopo quell’anno la Parigi dell’Ottocento è stata sede di una mezza dozzina di rivoluzioni. A noi, basta forse l’irruzione dell’ingenuo Ruy Blas tra i tangentisti della Madrid del XVII secolo a dare allo spettacolo diretto da Luca Ronconi (e coprodotto dagli stabili di Roma e Torino) il brivido dell’attualità.
Il testo è un classico esempio di teatro romantico, di spettacolo nazional-popolare. Come scrive nella sua prefazione, Hugo sperava che il Ruy Blas potesse piacere alle donne (c’è una bella e sfortunata storia d’amore), alla “gente” (cui piace l’azione), ma anche agli intellettuali (ai quali interessano i “valori” e i caratteri). Il “cattivo” don Sallustio (l’efficace Carlo Montagna) ha messo incinta una damigella della regina, ha rifiutato di sposarla e sta per essere esiliato. Potente e astuto, abile gestore di spie e tessitore di trame, vuole vendicarsi sulla regina. Prova con il cugino, don Cesare (Riccardo Ghini, agghindato come un Boy George dell’epoca), che dopo aver dissipato un patrimonio ora si gode la libertà del bandito. E quando don Cesare – criminale ma gentiluomo – si rifiuta di nuocere a una donna, don Sallustio lo fa vendere come schiavo e decide di usare per il suo nebuloso piano l’inconsapevole Ruy Blas: ha scoperto che il suo valletto s’è innamorato della regina (Michela Cescon, che si libererà lentamente dell’impaccio burattinesco e meccanico della corte per costruire la freschezza della passione amorosa). Il re, malinconico e demente, la lascia sempre sola per andare a caccia, e Ruy Blas potrà prendere il nome di suo cugino ed entrare in quella Corte cupa e colorata come un quadro di Velazquez, popolato di damigelle pettegole, un’arcigna “camerera mayor” e un vecchio spasimante che sogna la sua giovinezza (un Luciano Virgilio in vena di gag)… Insomma, tutti gli ingredienti giusti per un gran melodramma, in cui Hugo impasta generosamente comico e tragico, e inserisce monologhi che sembrano autentiche romanze.
Di fronte a questo impasto non troppo credibile per un pubblico moderno (malgrado la traduzione ritmata e scorrevole di Giovanni Raboni, edita da Garzanti) Ronconi non può che scegliere il filtro dell’ironia. Del resto, questo Ruy Blas compone una sorta di dittico con il Misura per misura allestito sempre al Teatro Carignano di Torino un paio d’anni fa: come allora la platea che si rispecchia sulla scena (firmata da Carmelo Giammello), esaltando il gioco del teatro nel teatro (questa volta tematizzato anche da una serie di sipari grandiosi e irrigiditi a fare da quinte mobili). E dopo quell’allestimento shakespeariano Ronconi continua la sua riflessione sul potere. O meglio, sull’assenza di un potere ormai sostituito dalle sue maschere, ridotto a spettacolo e quindi destinato a degenerare. Già nella trama di Hugo, Ruy Blas è un valletto che finge di essere duca, don Sallustio un potente costretto a mascherarsi da valletto, suo cugino don Cesare un nobile travestito da bandito.
Negli spettacoli di Ronconi gli attori calandosi nei personaggi indossano spesso delle maschere di morte: caricature affascinanti e terribili, in cui paiono sovrapporsi in questo caso la maschera di un potere ormai vuoto e quella di un teatro che sembra parlarci dal regno dei morti. E’ un duplice e paradossale effetto di verità: il volto del potere dimostra la sua pericolosa e menzognera illegittimità (il sovrano è assente e malato), mentre la finzione teatrale trova faticosamente la sua verità attraverso quelle caricature funeree. Non è un caso che il personaggio più realisticamente tratteggiato sia il “servo” che s’innamora della regina, il Ruy Blas di Massimo Popolizio, anche se le sue pose si divertono a citare costantemente quelle dei grandi attori dell’Ottocento italiano, anche se il personaggio richiama i visionari romantici, con lo sguardo sempre perso alla ricerca di una visione. E non è un caso che proprio questo Ruy Blas, vittima un po’ troppo inconsapevole e pasticciona, finisca per inceppare, con la verità del suo ridicolo sogno, le finzioni e le trame altrui. Almeno per un istante.

 

 

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