I colori del caos

I canti del caos di Teatro Aperto dal romanzo di Antonio Moresco

Pubblicato il 01/07/2003 / di / ateatro n. 054 / 0 commenti /
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Antonio Moresco e Renzo Martinelli sono una strana coppia di amici. Antonio è scrittore, ma alla letteratura è arrivato tortuosamente dalla politica. Renzo è regista, ma al teatro a sorpresa è arrivato dopo aver corso in moto. Antonio diffida del teatro, per esperienza personale di spettatore adolescente e per principio, anche se poi qualche spettacolo in questi ultimi anni l’ha conquistato, suo malgrado. Renzo ama il suo teatro con passione, e a volte si entusiasma anche per il teatro degli altri, anche se le regole della comunicazione e del sistema teatrali gli stanno strette.
Antonio e Renzo hanno cominciato a lavorare insieme – e insieme a Federica Fracassi – quando Teatro Aperto ha portato in scena un testo di Antonio su Santa Teresa di Lisieux. Antonio, mi sembra di capire, prova molta gratitudine per Renzo, per Federica e per tutti gli attori della Santa: li vede fragili ma determinati, ne apprezza l’impegno e la generosità, lo affascina quella loro vita randagia e spesso li accompagna in tournée come passeggero del loro pullmino sgrangherato e stracarico. Il loro spettacolo – quello spettacolo dove Federica non dice una parola ma respira il suo testo, mentre gli altri personaggi raccontano la sua vita, e dove alla fine sulla scena si gonfia un’enorme nuvola bianca – gli è piaciuto. Anche se poi confessa: «Quando ascolto le mie parole sulla scena sento naturalmente un attrito, una sofferenza. Non è un giudizio negativo, solo un fatto. Vedi la tua pelle separata dal tuo corpo, diversa da come l’hai indossata. Non è indolore e non dovrebbe neanche esserlo, altrimenti sarebbe pura didascalia. E’ come un respiro che passa attraverso una grotta.»
Sono tutti e due anime inquiete e affamate, Antonio e Renzo, che usano l’arte per sfogare questa loro inquietudine e saggiarne i limiti, vedere fin dove la possono spingere e fin dove li porta.
Antonio Moresco ha scritto un romanzo torrenziale, un fiume di parole che con un movimento a spirale procede per centinaia e centinaia di pagine. Finora è uscita solo la prima parte (da Feltrinelli, mentre da Rizzoli sta per uscire la seconda, ce ne sarà una terza e poi chissà). Sono centinaia e centinaia di pagine fitte fitte, che ruotano intorno all’ossessione della nascita e della creazione, del sesso e del capolavoro. E’ un romanzo che continua a uscire dai suoi limiti, straripa, quasi si affoga nella sua stessa materia.
Dice Renzo: « Nel movimento dispiegato della scrittura dei Canti del caos c’è qualcosa che non riesce a stare dentro il libro, dentro se stesso. Uno dei modi per uscire dal libro è il teatro, inserire il movimento della scrittura in un movimento teatrale.» Così lui e Federica hanno deciso di fare di questo libro strabordante un loro spettacolo.
Teatro Aperto lavora da sempre su scritture non convenzionali. Renzo Martinelli non si interessa più di tanto ai personaggi, alla trama, ai codici e alle convenzioni del teatro: «Non mi interessa il personaggio, che l’attore entri nella parte. In questo sono brechtiano: mi interessa la distanza tra l’attore e il personaggio, tra l’attore e il racconto. Il campo della mia ricerca drammaturgica non è mai completamente naturalistico, ma è astratto. Non è un problema di identità del personaggio ma di necessità sonora. Voglio che le parole cessino di fare testo».
Così da mesi Antonio, Renzo e Federica si misurano con un’idea folle – folle come il romanzo di Moresco: ricavare uno spettacolo dai Canti del caos. Ovviamente hanno subito escluso la strada più ovvia, quella della trasposizione sceneggiata, dell’illustrazione, della sceneggiatura di un testo peraltro ricco di situazioni, immagini ed eventi – molto spesso di evidente matrice pornografica.
Antonio spiega così il suo interesse per quel mondo, per quello sguardo sul mondo: «La pornografia segue meccanismi e regole astratti, per esempio in un film deve esserci un certo numero di coiti. Mi sembrava interessante far venire allo scoperto la pornografia in un’altra forma espressiva. La pornografia ci dà una certa immagine della realtà, il suo aspetto didascalico, unidimensionale, parcellizzato. Ma ha anche un aspetto più intimo, degradato. Ho voluto entraci dentro per far venir fuori una cosa diversa. Perché di fronte alla pornografia ci sono due possibilità: il moralismo, indossare la maschera odiosa di chi dice che cosa va bene e che cosa no; oppure prendere quello che c’è per salvarlo andandoci dentro fino in fondo per farlo diventare un’altra cosa. E’ un atteggiamento più onesto, più radicale.»
Ancora: «La pornografia è una delle descrizioni che quest’epoca dà di sé stessa. La realtà e la pornografia si rimandano l’una all’altra, come uno specchio. Ma come rompere questo circolo vizioso? Per me si tratta di entrare nello specchio, non di arroccarsi nelle zone protette del letterato che giudica e condanna.»
Dice Federica: «Nel romanzo di Moresco ci sono visioni molto forti, tradurle in immagini sarebbe una via sin troppo facile. E’ un romanzo onnivoro, che prende dentro tutto, e pensarlo dal punto di vista dell’udito e non dello sguardo è molto interessante.»
Antonio annuisce: «Oggi si visualizza tutto, e nel flusso di immagini che ci circonda si appiattisce tutto. Il problema è ridare concentrazione alle cose, di restituire alle cose il loro baricentro, contro l’orizzontalità dell’immagine.»
A Renzo la scrittura di Antonio ricorda la scultura, e dunque ecco il suo metodo di lavoro: «Lavorare sul suono come materia, spostare la recitazione, entrare dentro il canto. Si tratta di non dare al pubblico un unico punto di vista, il tuo punto di vista. Bisogna lasciare allo spettatore una parte del lavoro.»
E’ un percorso che dura da mesi e che Federica riassume così: «Nella prima fase del lavoro abbiamo tirato fuori i singoli canti e analizzato le voci. Nella seconda, presentata a “Teatri 90” nell’autunno del 2002, abbiamo costruito un filo rosso tra dentro e fuori, con un elemento centrale, la creazione del capolavoro e la nascita. Ora, su proposta di Antonio, al centro c’è sempre la creazione ma lavoriamo sulle polarità: nascita-morte, ombra-luce, maschile-femminile. La versione di Santarcangelo avrà una dimensione più densa e concentrata.»
Non è un lavoro semplice, considerando anche la difficoltà di pensarlo e realizzarlo in termini musicali e attorali con un coro. Per Federica «Antonio ha un modo di scrivere ritmico, a volte le ripetizioni e le assonanze mandano in crisi attori anche non sono abituati a questo tipo di scrittura.» Anche se lei, immersa in questa scrittura «non teatrale», si trova benissimo. Per Renzo la difficoltà è un’altra: «Per ogni canto, non posso lavorare separatamente sull’attore e sul coro. Ogni volta, devo trovare un umore, un colore, e partire da lì». I colori del caos.

Oliviero_Ponte_di_Pino

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