La resistenza del Living

Intervista a Dirk Szouszies

Pubblicato il 05/05/2004 / di / ateatro n. 069 / 0 commenti /
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Mi sembra che il tuo film Resist! si ricolleghi idealmente e affettivamente al documentario di Sheldon Rachlin Signals through the flames. Ritornano anche alcune immagini di quel video: Julian Beck davanti alla fotografia di Gandhi ritratto in un momento di quotidianità… Cosa avevate amato e cosa avete mantenuto di quell’opera video storica che ha lasciato a tutti noi un ricordo toccante e indelebile del Living Theatre?

Sheldon ha fatto con Signals through the flames un film davvero molto importante. Ma io non volevo usare eccessivamente l’archivio storico, nel senso che non volevo raccontare cronologicamente la storia artistica teatrale del Living Theatre. Purtroppo Sheldon è morto nel 2002. Ho usato alcune scene incredibilmente belle di Paradise now di Sheldon, ma anche materiale di Jonas Mekas e materiali storici belgi e francesi, ma per me è stato molto più importante il materiale di oggi, le cose che abbiamo girato noi stessi; ho deciso che non volevo fare un film storico, ma un film che mostrasse l’attualità del loro lavoro nella nostra società contemporanea.

Quando e perché avete deciso di girare il film e per quanto tempo avete seguito il Living in tutto il mondo?

Per tanti anni Karin e io abbiamo avuto una compagnia di teatro indipendente a Monaco e Berlino con il nome ZATA. Io scrivevo i testi e curavo anche la regia, Karin lavorava molto bene come attrice. Dopo il grande successo di nostro primo film The last Mahadevi ho deciso di fare questo film sul Living Theatre perché il Living è stato una grande esperienza nella mia vita e avevo paura che Judith Malina morisse senza che nessuno le avesse fatto un omaggio cinematografico. Abbiamo cominciato a girare il film nell’aprile 2000 a Parigi e abbiamo finito tutto il processo di postproduzione nel marzo 2003.

In un’intervista Judith Malina diceva che il lavoro del Living Theatre non è altro che un’unica grande opera. Quello che mi sembra chiaro dal film è proprio questa continuità-progettuale, tematica, artistica, ideologica e di vita degli spettacoli del Living dagli anni Sessanta ad oggi sotto il comune segno dell’utopia anarco-pacifista e della “resistenza” al nemico di ieri e di oggi: guerre, denaro, capitalismo, globalizzazione. E’ la testimonianza diretta di un grande attivismo, artistico e politico del Living di oggi, della volontà di creare un’Anti-storia. Significativamente alcuni spezzoni di Paradise now aprono il film mentre si dà testimonianza di una nuova “versione” musicata di Paradise now rifatta a New York, per finire proprio con Resistence now a Genova durante il meeting del G8 e in Libano. E’ la vostra risposta a quelle critiche rivolte all’ultimo Living che sarebbe giunto alla fine della sua lunga storia, ormai privoi della forza artistica degli inizi?

Certo si può sempre dire a un artista che i metodi sono diventati vecchi, che manca una “rivoluzione permanente” nel suo lavoro. Ma per me questa critica è troppo accademica e significa nulla. Il mio film non dà un giudizio estetico sul lavoro del Living, per me il Living è un esempio eccezionale perché esiste più di 55 anni. Nel film si possono vedere tutto il trionfo, tutti i tempi gloriosi, ma anche la disperazione, la stagnazione, i dubbi, la melanconia, e io amo questo con tutto il mio cuore. E le domande e le provocazioni del Living sono sempre nuovamente di grande attualità!

Un momento molto intenso riguarda la rievocazione di Julian Beck, il dolore di Malina, e la preoccupazione anche per le sorti del gruppo intorno alla metà degli anni Ottanta. Come hai deciso di descrivere nel film questo momento così tragico?

La morte di Julian Beck e stato un choc… Ero dentro il gruppo in quel periodo, è chiaro che per me la morte di Julian ma anche la capacità di Judith di continuare sono elementi di grande importanza per il film.

Resistence nasceva a Rocchetta Ligure e ha acquistato argomentazioni, tematiche e forme diverse a seconda dei contesti in cui veniva proposto. Nel film documenti la grande difficoltà e il grande coraggio del gruppo a parlare di pace e di non violenza attraverso questo spettacolo in Medio Oriente, tra Arabi e Ebrei, tra gli Ezbollah, in zone dove la guerra è l’argomento quotidiano, in luoghi come Khiam in Libano dove ci sono tracce evidenti dell’oppressione, delle torture che sono diventate un museo. Avendo vissuto con loro questa esperienza come hai interpretato questo contrasto e come è stato letto il loro messaggio di speranza, di ottimismo e di pace?

Come si può vedere nel film, per esempio in Libano, succede spesso che la gente crede che la posizione del Living sia troppo naïf , facile, ma dopo un certo periodo comincia una riflessione profonda. Per me è bello vedere per esempio – ed è un momento nel film che io amo molto – l’intervista a un giovane libanese quando il Living sta preparando l’azione per Khiam e dice: “We can feel the love, the love is outside of us all…

Moloch a Genova nei giorni del G8.

Resist now a Genova occupa molta parte del film. Lì la resistenza era quella dei no global e voi testimoniate il teatro che si mescola ai manifestanti, testimoniate la violenza di quelle giornate e anche la morte di Carlo Giuliani……

Genova è stata una settimana incredibile, intensa, dolce, tenera, crudele, stupida, tragica, disillusa, spero che si vedano nel film le vibrazioni di quei giorni…

La New York che ha visto nascere il Living Theatre e diventare un mito, è testimoniata oggi nel film dalle immagini dal Ground zero e della Sinagoga bruciata, ma anche dagli eventi come Not in my name a Times Square contro la pena di morte o per i desaparecidos. E’ un’ulteriore forma di “resistenza” nella strada in coerente continuità con il passato? E come reagisce la gente oggi di fronte a queste inaspettate intrusioni tra la folla dove gli attori ti chiedono di promettergli di non ucciderli?

La prima impressione analizzando lo spettacolo Not in my name a Times Square può essere questa: «E’ inutile, l’ignoranza è troppo grande», ma si vede anche nel film – e l’ho voluto aggiungere appositamente – che ci sono davvero alcuni passanti che hanno visto l’azione del Living e che al fine entrano nel circolo insieme con gli attori; per me questo è un segno di speranza contro questo comportamento cinico degli altri passanti…

Ho notato che vi siete soffermati molto sulla nuova “generazione Living” formata da giovani e giovanissimi che io ho letto come un modo per non identificare oggi il Living unicamente con la biografia dei due fondatori ma con un concetto, con un processo che non è destinato a finire, a morire… Appunto l’utopia del teatro vivente, il “principio della rivoluzione permanente”, come diceva Beck.

Sì, il Living è anche diventato un simbolo per questo concetto di rivoluzione permanente, il processo non è destinato a finire! Alcuni dicono: «Che cosa accadrà dopo la morte di Judith?» Per Judith la risposta e chiara: «Non sono cosi importante, e più importante l'”essence” della mia vita. L’ispirazione e le idee sopravvivono alla morte fisica».

Judith Malina a Tripoli, in Libano.

Anna_Maria_Monteverdi

2004-05-22T00:00:00

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