Una partitura per Edipo: Voce sola, 7013 parole in 71 minuti

Al tavolino di un bar con Cristian Ceresoli e Antonio Pizzicato

Pubblicato il 26/04/2006 / di / ateatro n. 098 / 0 commenti /
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Dal 27 aprile al 14 maggio al Salone del CRT in via Dini è in programmazione uno spettacolo che rappresenta uno dei momenti più significativi e soprattutto coerenti di una ricerca in territori nuovi del teatro, fra parola e canto, fra suono e senso. Voce sola di Cristian Ceresoli è una partitura letteraria di un’’opera cantata dal vivo da Antonio Pizzicato per 7013 parole in 71 minuti.
Questa conversazione con Cristian ed Antonio è il frutto di un pomeriggio tiepido, a un tavolino all’aperto di un bar in una città del Sud.

Antonio Pizzicato e Cristian Ceresoli, cosa vi ha fatto incontrare?

C.C. Io e Antonio siamo due individui con radicali e sostanziali diversità, artistiche e personali….. spesso in disaccordo, usando parole che tra noi si contraddicono.

A.P. L’ossessione di Edipo è stata il titolo della mia vita….

C.C. Ma che c’entra?

A.P.
Negli anni della Paolo Grassi, nel mio saggio finale del corso di regia, fino a quando nel gennaio 2004 ho proposto a Cristian di collaborare con me, perché avevo deciso di raccontare tutta intera quella storia. Mi ero innamorato da poco della sua scrittura grazie a certi racconti in forma di lettera che ancora custodisco e che temo lui non avrà mai il coraggio di pubblicare, nonostante i miei continui incitamenti a farlo.

C.C. Lui spesso travisa i fatti a suo piacimento, usando termini che io non sopporto….

C.C.
L’incontro con Antonio avviene una trentina di giorni dopo la prima volta che nella vita mi sia capitato di scrivere. Mi capita ancora rarissimamente di scrivere, dove per “scrivere” intendo il momento in cui si arriva a catturare e fissare le parole su un foglio. Eppure scrivere, scrivo continuamente: cammino o sono sulla tazza del cesso, o sto per addormentarmi, e le idee, gli accadimenti, e talvolta perfino le sciocchezze nel mio corpo si trasformano in … pezzi letterari (??). Sono queste scritture il frutto di attenzione continua e inconsapevole. Non ragionata. Qualcosa sgorga, e sgorga sotto forma di matassa ingarbugliata che se resiste al rileggerla e rileggerla vuol dire che il contagio è in atto. Per quel che mi riguarda, non c’è premeditazione, non c’è progetto. Procedo piuttosto per rivelazione.

Anche per Voce sola?

C.C.
Sì, credo proprio di sì. Non ricordo nemmeno più perché a un certo punto ci sedemmo, in una casa della periferia milanese, con nella stanza affianco un cane che sbavava puzzando i denti marci, due piani sopra a una bella fabbrichetta, con pezzi di Edipo tra le mani, e la voglia, o l’istinto, di metterci insieme.

A.P. All’epoca credo che nessuno dei due avesse la minima idea di che cosa avremmo potuto fare o addirittura se la nostra collaborazione avrebbe potuto dare qualche frutto.

C.C.
Voce sola è come se fosse fatta di cento opere in una, perché come in un gioco sciolto, fin dall’inizio, e ancora oggi, e speriamo domani, abbiamo tentato numerose e diverse vie e sperimentazioni. Quasi tutto è nato per curiosità, per scommessa, e con pochissima cognizione iniziale degli elementi. Poi, però, quando qualcosa ci incantava, abbiamo insistito. Ed è stato necessario studiare, e studiare, e studiare, e studiare, studiare e tentare, ritentare, ritentare e studiare… L’inizio è stato spesso, come dire, un inizio da pizzaioli.

Con tutto il rispetto per i pizzaioli, che cosa possono avere mai a che fare con la ricerca di Voce sola?

C.C. Voglio prima di tutto chiarire che per me e Antonio la pizza è sacra, non “una” pizza, ma “la” pizza di Michele a Napoli: quando la mangi capisci che tutte le altre erano solo dei surrogati. Stavamo però parlando dell’inizio del lavoro che ci ha portati a Voce Sola. Alla fine di un’altra delle nostre riunioni….

A.P. Quante ne abbiamo fatte?

C.C. Quattrocento? Cinquecento? Comunque, dopo l’ennesima riunione, camminando per Milano incontrammo una bella creatura, giovane e con certi seni… una beneficenza di bellezza, insomma. Visto che la ragazza temporeggiava all’altro capo del marciapiede, decidemmo (senza farlo) di attraversare per proporci… in quella arrivò un bel ragazzo, alto, forte, sicuro di sé, e si prese la donzella tra le braccia facendocela scomparire. Io e Antonio ci guardammo, io indossavo la mia solita maglietta a maniche corte bianca, e ci sentimmo come dei pizzaioli, che mai e poi mai una così si sarebbe degnata… Da allora, e sempre, pure verso il nostro lavoro sulla creazione di Voce Sola, continuiamo a sentirci un po’ pizzaioli, sì, ma con il mito di Michele di Napoli. Se qualcosa va presentata ed offerta, che ne valga davvero la pena!

La ricerca, intesa come lavoro sistematico volto ad accrescere le cognizioni di cui si dispone e le capacità di utilizzarle, è ciò che più mi ha colpito nel vostro spettacolo.

A.P.
Voce sola nasce per me come una sorpresa, in un momento in cui peraltro stavo cercando tutt’altra cosa. Ero rimasto solo; e per un regista teatrale non è certamente la condizione di lavoro migliore. Era come se mi trovassi alla fine della strada: prego, tornare indietro! E più di una volta, allora, mi sono chiesto: ma allora qual’è il mio talento? … se Dio vuole che io abbia un talento! Quando si crede di aver perso tutto, quando non c’è più binario davanti e non c’è certezza su cosa sia bene o male fare, resta come alimento soltanto ciò a cui con ardore ci si è dedicati. Ecco che così in quei giorni il mio alimento è stato il Canto e tutto ciò che avevo praticato in sette anni di seminari di lavoro con la voce.
…“io in scena” era prima di tutto lo scoglio da superare. Non avevo esperienza d’attore, se non vogliamo considerare tale i tre anni di liceo a Napoli e quelle volte che ho partecipato a spettacoli in cui comunque dovevo solo cantare e far cantare. Per questa ragione occorreva cercare un’altra qualità di presenza che tenesse conto di questo mio limite e che traesse forza da ciò che nel tempo avevo imparato: il Canto e il Racconto. Sono certo che non sarò mai in grado di raccontare come mia nonna. Per meglio dire: sono certo che non riuscirò mai a far provare al racconto le stesse scosse, le sospensioni e i sussulti che lei era capace di farmi provare. Ma è al tempo che si produce nell’immaginazione di chi ascolta che sono terribilmente legato. Ho iniziato a cantare che avevo quattro anni e da allora non ho più smesso.

E la musica, il canto ha fatto le veci della nonna?

A.P. Raccontare con i suoni; laddove i suoni sono quelli possibili al multiforme strumento della voce. Così nel 2002 ho deciso di fondere insieme, prima nel progetto didattico che portavo avanti poi in quello della regia, il lavoro sul canto e quello sulla narrazione, ampliando il campo di ricerca e “spaziare” dal racconto attraverso la vocalità del suono puro e della melodia all’interpretazione del significato e del suono del linguaggio. Cristian insisteva sul fatto che avrebbe voluto che io, in scena, avessi soprattutto cantato le sue parole.

C.C. E Antonio, non so perché, mi disse che sarebbe stato utile avere una scrittura metrica. Ma io non capivo a cosa sarebbe servito contenere tutto quello che mi veniva da scrivere dentro ad una struttura così matematica, precisa e limitata, come voleva lui, utilizzando metriche dispari… undici, sette….

A.P. Io non potevo inventarmi una cosa che non avevo mai fatto, cantare delle frasi come se nulla fosse…. Lui era convinto che avrei potuto solo grazie alla mia voce prendere le sue parole e inventarci una melodia.

C.C. Io pensavo che i miei pezzi fossero musicali, molto musicali, erano così pieni di assonanze, di rimandi, altro che la metrica che, peraltro, non conoscevo. A più di un anno da quelle prime riunioni, Voce sola si compone di numerosi settenari, rime alternate, alessandrini, martelliani, e terzine di endecasillabi incatenati, così come di alcune metriche nuove e originali create su misura delle nostre esigenze di canto o scrittura.

Come avete lavorato a raccordare parola e suono?

A.P.
Come nella notazione musicale dove si specificano i toni, gli andamenti ritmici e, talvolta, sommariamente, gli andamenti espressivi, così nella scrittura sono indicati solo i fonemi e a grandi linee il ritmo complessivo della scrittura. Così tutto quello che c’è nel mezzo e lega un fonema all’altro (immagini, intenzioni, stati d’animo) deve essere scoperto, ricercato o persino inventato. Questo percorso, che è per me percorso di studio, evoluzione e approfondimento, si chiama il Tempo Sospeso, ai confini tra narrazione e canto, quella zona in cui le due discipline non si distinguono nettamente e ognuna sfuma i propri confini nell’altra. In questa sottile, e vasta tuttavia, striscia di terra, il suono è altamente narrativo e la parola strumento musicale: si tratta si provare a saggiarne le proprietà fonetiche come fossero uno spartito ritmico-melodico.

C.C. Dal punto di vista linguistico sono stati utilizzati il greco antico, il latino, il bergamasco, il francese, lo spagnolo e il napoletano, con le rime e con la tecnica musicale del contrappunto presa come modello per la scrittura del dramma. Abbiamo attinto alle suggestioni musicali arabe o partenopee, con le variazioni vocali polifoniche, etniche o gregoriane, con l’interpretazione di un intero coro da parte di una voce sola.

A.P. Dalla scrittura, che Cristian stava affinando in direzione della musica, si scatenavano i due universi del senso e del suono…

…che sono diventati l’universo del racconto della storia di Edipo.

A.P.
Compito di chi la dice la parola, di chi la interpreta, di chi la canta è di non scivolare mai definitivamente nell’uno o nell’altro, ma di oscillare continuamente tra essi con un moto tanto più prevedibile quanto seducente. A mio avviso, oggi la strada percorribile – a cui abbiamo cercato di avvicinarci sempre più ogni volta che abbiamo fatto Voce sola davanti ad un pubblico – per rendere possibile quel desiderio innato di abbandono al piacere dell’immaginazione, è soltanto questa.

C.C. Ci abbiamo messo una dedizione maniacale e un rigore svizzero, o tedesco, come preferisci…. Abbiamo inteso tutto il lavoro con un forte senso di artigianalità, per cui nessun dettaglio veniva mai lasciato al caso. Mentre l’essenza dell’opera, quella sì, probabilmente, è assolutamente figlia del caso.

A.P. Nelle esperienze di laboratorio accade sempre che il coro impari a far coesistere narrazione e canto: il suono del racconto è in relazione con la musica del coro e gli ambienti sonori agiscono come elemento che schiude la comprensione del significato o dei significati del testo. Ma c’è sempre “un” corifeo che si incarica della narrazione ed intorno a lui “i” coreuti che sostengono il canto. Come potevo fare a non disperdere il tesoro contenuto in questa preziosa formula, ora che sarei stato da solo sulla scena? E come giungere a dei canti che non fossero solo un sottofondo o uno sfondo sul quale proiettare la parola? L’idea alla quale mi sono affidato fu quella di estrarre dalla parola stessa il canto che poi di nuovo alla parola si sarebbe dovuto naturalmente unire. All’inizio del lavoro con Cristian ti lascio immaginare in quale selva di strade avremmo potuto perderci in ogni momento.

Dal trovarsi “alla fine della strada” al rischio di perdersi fra centinaia di possibilità di strade.

A.P.
Appunto. Ma al primo sentiero imboccato la fortuna ci fu benevola. La primitiva traccia di scrittura generò un canto, non sappiamo come successe, soltanto che fu come ritrovare in quella prima pagina (che a prima vista parrebbe soltanto una confusa lista di parole) la forza delle parole dette per la prima volta.

arriva
dispera
corre graffia
strappa impreca
un giorno un uomo
sua madre
assassino il momento
e di quando
la lama
il parto
colpisce trapassa
infilza gli occhi
del pazzo
del padre
il cuore

Avevamo forse trovato il cuore ancora pulsante del lavoro, il ritmo, che ci ha condotto alle ragioni della scrittura in metrica. E’ il ritmo contenuto in una sequenza di parole che dà origine al canto.

C.C.
Nel nostro processo di ricerca “definire” è proprio uno dei termini più stonati. La sostanza, se vi è sostanza, è solo là, in quei settantuno minuti che si ascoltano dal vivo.

A.P. Il ritmo in musica crea dei principi e delle conclusioni, all’interno di cui sono possibili variazioni, le prime possibili appaiono sotto forma di melodia. Una volta riconosciuto il ritmo che sostiene la scrittura occorre cantarlo, suonarlo marcatamente quasi fosse una partitura per strumenti a percussione. E’ a quel punto che la melodia, evocata dai battiti ritmati delle consonanti, comincia a poco a poco ad apparire. La melodia scaturisce dal ritmo perché sono le sillabe stesse –l’incontro di quelle particolari vocali e consonanti- scandite ritmicamente a generare il primo embrione di un andamento ritmico-melodico. Un procedimento che da un suono monodico timbrato evolve fino a diventare di molte voci un canto.

Come andrà avanti la vostra ricerca?

C.C.
Ora siamo alle prese con i primi confronti, o germi, dell’opera nuova che andremo a comporre. Di questa, per il momento, possiamo confidarti soltanto il titolo: Madrigale. In cui riciclare una piccola lirica che io e Antonio avevamo composto, scritto, musicato e cantato fin dall’inizio del processo creativo di Voce Sola e che, manco a dirlo, per colpa di Antonio, è stata poi eliminata. Il resto sono dubbi, intuizioni, desideri e confusioni gravide.

Franco_D’’Ippolito

2006-04-26T00:00:00

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