BP2011 MATERIALI Dov’è la ricerca?

Appunti dal cantiere dell’Anti-Teatro

Pubblicato il 27/02/2011 / di / ateatro n. #BP2011 , 132 / 0 commenti /
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“In principio era il Verbo”, così inizia il Libro e il Libro iniziò l’epoca della scrittura. Il Libro è stato per lunghi secoli la Verità. Oggi il verbo, i libri, la parola sono soprattutto menzogna. Sono il mezzo del raggiro, dell’imbonimento, della cultura spicciola. Noi cerchiamo la Verità, risaliamo ancora prima dell’inizio, al suono. Il suono ed il segno non mentiscono, non lo possono. Non ascoltiamo la parola, bensì il modo in cui viene pronunciata, il modo in cui vibra, e risuona in noi. E come animali reagiamo. Prima del principio era un suono ed un orecchio. L’orecchio di un animale e di un bambino. Entrambi fasci di nervi e pelle sottile, pronti a reagire.
Ecco l’origine: suono e azione.
Questo è il teatro nuovo, un Anti-Teatro, perché è, non rappresenta. Tanto vecchio da rassomigliare alle parti più ignote di noi. Dall’uomo telematico una fuga, una costante privazione, fino a giungere alla colonna vertebrale: il rettile in noi. Questo viaggio è la meta del LABORATORIO PERMANENTE ed il mezzo è
Katharsis, il nostro ultimo progetto in corso (2007-2011). E’ essenziale esporre le proprie iniziative, nominandole, secondo canoni riconoscibili: katharsìs (mutuato da Aristotele) indica quel processo per cui, attraverso un evento teatrale, si giunge ad una purificazione. Nel nostro progetto si canta, si danza, si usano i mezzi dello Spirito (disciplina e perseveranza) e dello spirito (ironia e autoironia). Per raggiungere Katharsis si ride, ci si interroga, si propongono risposte, nella pratica quotidiana.

 Come mai questo nome al progetto?

Questo nome è una aspirazione e un mezzo. Non vi sentite anche voi stanchi, oberati, pieni di stimoli, e privi di tempo per seguire tutto quanto succede, vi provoca, vi raggiunge? Non avete provato a chiudere le porte una volta, un giorno, o anche solo un’ora? Lasciare fuori tutti gli stimoli con cui riempiamo le nostre giornate. Che piacere, riposo, vi dà? Più che andare in vacanza.
Lì ci si muove per divertirsi e spendere energie, ci si sposta, si cercano e si trovano altre comodità e inconvenienti. Si pensa al rientro quasi tutti i giorni. Quando si smette di pensarci è finita la vacanza, e si torna alla routine. E’ così! Non si riesce mai veramente a prendere le distanze dalla prigione del vivere quotidiano.
Chiudere al mondo è aprire altre porte. Katharsis è questa pratica. Ci si ritira per sei, otto, anche dieci ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Tranne uno. Non è escludersi, è come ripararsi da una bufera. E’ praticare una decisione, dopo aver ascoltato e scelto il proprio punto di vista. Nel ritiro si cercano e si trovano risposte diverse da quelle ovvie, dai percorsi di pensiero obbligati dall’informazione, dalla moda, dalle idee della cultura diffusa, sia di tendenza che di controtendenza.
Si chiudono le porte quando e perché le abitudini ci abbrutiscono, ci offendono, ci privano del bello e del giusto, dell’organicità e della semplicità. Quando il vivere si offre a noi monco di sensibilità e sottigliezza, inespressivo e sordo. Allora si creano gli spazi per coltivare un tempo ed una via di purificazione. Appena si hanno dei frutti si offrono, nella speranza che questo dono viaggi e si propaghi il più possibile.

 Cosa significa aprire altre porte?

Fare silenzio. Se taccio, se taccio dentro, ovvero, se riesco – dopo grande sforzo – a fermare il flusso generico dei miei pensieri quotidiani, inizio a sentire dentro di me un’altra voce, più profonda, che parla di un bisogno essenziale. Se soddisfo questo bisogno. Anche la seconda voce può tacere. Allora ne sento un’altra, ancora più profonda. Fino a non sentire più parole, nulla. La mia testa si fa vuota, come quella di un neonato, o di un’animale. Inizia un enorme riposo attivo. Una vacanza dell’anima: Katharsis. Da questo silenzio inizio ad ascoltare gli impulsi di una necessità vitale, creativa, giungo ad una forte sensazione. Questa sensazione risale il flusso dei pensieri e affiora nel mondo, sotto forma di musica, azione e testo. Tutto inizia dallo zero, dal silenzio. Le porte che si aprono sono le soglie del pensiero e dell’azione che stanno oltre le parole e le idee comuni.

 Cosa ha a che fare quanto descritto con il Teatro? 

Con il Teatro nulla. E’ il principio dell’Anti-Teatro. Questo processo è nell’attore, nella sua interazione con l’opera, con le partiture e con lo spettatore. Il Teatro, siccome è gestito, creato, concepito da funzionari o da teatranti mai diventati professionisti e che si sono votati all’organizzazione, non ha nulla a che vedere con il viaggio descritto sopra. Questo viaggio si spinge oltre il professionismo nel Teatro. Acquisite le tecniche e le aspirazioni si muove sul terreno della conoscenza più che in quello dell’affermazione personale.
Questo che chiamiamo Anti-Teatro, ha sede negli attori (intesi come uomini e donne d’azione), si nutre del processo descritto sopra, vive e resuscita in esso, guarisce e diventa una pratica creativa. L’ Anti-Teatro, così inteso, si muove fuori dai cliché; l’attore in esso è aperto, è se stesso, e si manifesta attraverso corpo, voce, attenzione. Quest’ultima circola in due direzioni: verso il proprio mondo interiore per sbocciare nell’attenzione altrui. L’uomo in azione diventa sottile, una pellicola trasparente, che muta quando l’attraversano i sentimenti, quando riceve un impulso.
L’arte presunta purtroppo non trascende la realtà, bensì la imita, ci si immerge per rappresentarla, riconoscersi e riflettere i drammi delle persone. I drammi vanno affrontati nella vita reale, l’arte deve fornirci la forza, la coscienza, l’etica, il senso di verità e libertà; deve nutrire il nostro animo e farci esseri pensanti e determinanti nella società, nella cultura. La massa si ingozza invece di paure e dolori, di sogni di ricchezza e frustrazione di non avere altre possibilità. Non riusciamo neppure ad immaginare un modo di vivere diverso dal nostro, seppure esso crei e ci crei così tanta sofferenza.
Quello che ho chiamato Anti-Teatro è una via di coscienza e conoscenza. E’ un modo per determinare il proprio destino, è un esempio in cui la professionalità si afferma, crea, aldilà delle possibilità che i vari sistemi di gestione impongono.

 Ma un attore o un’attrice che segue questo processo può fare il Teatro?

Certamente. Finché non decide che affrontare i cliché o le banalità delle proposte del Teatro non gli interessi affatto. I cliché con cui, nella vita e nell’arte, ci si presenta oggi sono l’intraprendenza, la disinvoltura, la libertà dei privilegiati, l’impadronirsi di sentimenti non propri, il non avere una posizione, l’essere disinteressati, il non avere nulla da raggiungere, l’essere giovani sempre come unico valore, dunque reiterare comportamenti e abitudini giovanili, il non-essere nulla e nessuno perché nulla e nessuno ha valore. Si usa imitare atteggiamenti di libertà, vitalità, autodeterminazione, anziché praticarla. Questa è oggi la nostra cultura, ed il Teatro conferma, nel rappresentarli, gli atteggiamenti e le prospettive del vivere quotidiano.
Ma siccome gli esempi alternativi al Teatro sono marginali e nel Teatro istituzionale circola il denaro ed il sogno del successo, tutti gli attori e le attrici aspirano a quello, pur sapendo di star vendendo l’anima al diavolo. Ma in fondo, il diavolo, oggi, non fa più paura, anzi è un povero diavolo. Ci si dice: “Che male fa? E’ come me, è come te! E’ solo un po’ di trasgressione! Tanto gli altri sono peggio. Se loro lo fanno allora anche io lo faccio. Almeno prendiamo un po’ di soldi!”. Questo modo di pensare è privo di etica. L’etica è il primo passo che ci guida ad un’altra realtà, sia essa culturale, politica o spirituale.

 Qual è lo spazio di uno spettatore a questo processo, c’è spazio per lui, cosa ne riceve?

Questa domanda è oziosa, nasce dal bisogno di rassicurazioni, dalla paura di sentirsi ignoranti. Ci si informa: “Riceverò il solito oppure no?”. Ma un “no” che male comporterebbe? Una novità, lo stupore di una novità, lo stupore fa stupidi, stupidi come bambini. Da parte nostra dovremmo comunicargli ”Stai tranquillo, capirai! Nessuno ti farà sentire stupido o ignorante.” Così non si stimola lo spettatore alla curiosità, allo sconosciuto, alla capacità di comprendere più che di capire. Di leggere segni diversi dai comuni.
Cosa dà uno spettacolo di cabaret o di teatro tradizionale allo spettatore, il cinema di cassetta o la televisione? A me spettatore questi esempi tanto diffusi lasciano solo vuoto ed angoscia, ansia e voglia di fuggire. Ma per dove? La cultura imperante mi provoca questa reazione. Così come osservare le edicole e vedere tonnellate di carta stampata sul nulla, miliardi di parole che, se anche forniscono qualche nozione, non accrescono in nulla la persona. Occupano, invano, spazio, tempo e pensieri: occupano le teste, che dunque non sono più libere. Ma nessuno -maledizione!- si chiede cosa dà allo spettatore quella spazzatura?
Katharsis va a bilanciare quel vuoto. E’ una via di fuga, ma restando ed essendo reperibili. La via è il messaggio, il modo e la qualità sono preda per l’attenzione dello spettatore; ma un’attenzione non solo cerebrale, del cuore, di affinità. Una preda, non una scatoletta di tonno. Lo spettatore in qualche modo deve essere attivo per seguire le anse della vita che scorre. Riceverà in funzione della disponibilità, della sua propensione ad aprirsi a quella via. E’ libero di scegliere.
Ovvio! Il nostro mestiere ci impone di seguire regole teatrali innanzitutto (una forma performativa che si segua, che non annoi, ricca di spunti e riferimenti, che può far ridere e piangere -per essere proprio chiari-), ma negli strumenti delle persone in azione si può cogliere una tensione diversa da quella del Teatro.

 Ma, se usa le tecniche del Teatro, cosa c’è di diverso da uno spettacolo teatrale? Dov’è la ricerca?

Lo spettacolo a cui si assiste è il frutto di una lunga ricerca. Ma questo frutto non ha l’obbiettivo di stupire, shockare lo spettatore, come la presunta ricerca. Accompagna lo spettatore negli spazi creati e conquistati dagli uomini in azione, come nel migliore dei Teatri, e magari oltre, come ci hanno indicato i grandi maestri. Ripeto è un principio che si cerca, non una fine.
Io vorrei che lo spettatore si intrufolasse su questo cammino di libertà e possibilità. Che in qualche modo lo praticasse. Questo genere di domande rivelano lo stato di diffidenza, del pensiero dominante, nei confronti di una via teatrale e culturale che si spinge all’origine del fare arte.
Il nostro occhio deve saper andare oltre il significato detto e spiegato. Deve saper leggere oltre il segno sia nell’arte che nell’informazione –anche essa un artificio costruito per l’attenzione di molti spettatori.
Il detto è una verità estremamente relativa. Qualcuno è di fronte a me, mi comunica qualcosa, io sono in ascolto: questa è la verità! Come ci si esprime è il veicolo dei contenuti, come è la voce che parla alla nostra pancia. Nella tecnica, nella composizione delle informazioni (siano esse visive o uditive, artistiche o d’informazione) c’è l’intenzione che passa dall’ ”attore” allo spettatore.
Ci possono affascinare con dei nudi di belle donne o begli uomini, saturarci le orecchie di strilla e suoni assordanti, toglierci spazi vitali, reprimerci e dire che c’è una crisi o una guerra. Possono farci tutto questo e noi restare senza risposte. Perché noi ascoltiamo solo le parole dell’informazione ed escludiamo la fonte, escludiamo il segno scelto per comunicare con noi, se non ci chiediamo ad esempio “Chi ha scelto la persona che ora mi parla? Come mai sta usando questa parole? Di che qualità sono? Hanno qualità? In che modo analizza, elabora, i fatti accaduti per farli diventare uno spettacolo o un evento di cronaca. Cosa sta cercando di ottenere?”.
Evitare queste domande è evitare il contatto con l’artista o con l’informatore, con colui che modella i nostri pensieri quotidiani. Diventiamo dei solitari contenitori di micro verità, incapaci di costruire da noi stessi strumenti di verifica e di intervento. Il contatto e lo scambio nascono dal dubbio, dalla domanda “Come mai mi dici questo, qual è il tuo intento nel parlarmi, nel pretendere la mia attenzione?”.
Quando non ci è possibile avere queste risposte o quando l’intenzione non è esplicita, la si deduce dai segni, un po’ come nell’archeologia, attraverso la lettura dei come. Dalle scelte che l’artista o l’informatore hanno scelto per comunicare con noi: i segni non mentono e si rivelano molto più chiari delle parole, veicolo di verità contraddittorie, alle quali ci aggrappiamo senza mai trovare una definitiva soddisfazione.
Se non si entra nel cuore, nell’intento di chi ci parla, se non si aprono varchi di comprensione, si rischia di soffocare con le nostre domande, con le perplessità e le frustrazioni, si resta soli. Se non si sforzano i confini delle nostre abitudini, del nostro usuale sentire, non si potrà entrare in contatto profondo con chi sta davanti a noi, con chi si prende la responsabilità di comunicarci qualcosa. Abbiamo orecchie che non odono, occhi che non vedono, corpi e cuori che non sentono. Si sta perdendo l’uso della sensibilità: si è vivi in quanto si sente e si reagisce alle sensazioni che gli altri o l’ambiente provocano in noi. Questo sapere e questa pratica giungono ad una verità di livello più amplio, che contiene le ragioni di chi parla e le mie. Se si diventa capaci di ascoltare si può finalmente scegliere cosa coltivare nella nostra vita, chi sono i nostri alleati, qual è il nostro punto di vista, quale messaggio noi stessi possiamo essere per gli altri, quale segno intendiamo lasciare in questo mondo.

In principio era il Verbo. Quanto siamo lontani da quel principio. Ora, come frecce scoccate, siamo nel presente anche il futuro. Siamo, come frecce scoccate, già il nostro destino. Il futuro è scritto dal virtuale, da quello che non c’è. E noi in nome di quello che non c’è ci immoliamo.
L’attore – in quanto uomo di azione – si immola all’immaterialità. Ma questa è opera d’immaginazione. Quanto egli immagina esiste, ed il suo strenuo lavoro serve a renderlo evidente. Ma chi gli crede più? Chi crede a questa immateriale evidenza? Chi crede all’immaginario del “passante” tra i due mondi? Pochi, solo quelli che hanno deciso di mantenere viva in loro questa possibilità.
Come nel Medioevo stiamo diventando reietti. Animali in via d’estinzione, resti di antico materiale organico che ancora attraversa la terra. Questo incedere nutre il cuore, nutre l’anima, nutre lo spirito, nutre l’invisibile, nutre i morti e si nutre dei morti, è spirare e rinascere, è essere e non essere. Risale al principio.
Ma come si può spiegare questa necessità ad un funzionario ministeriale, per esempio, i cui criteri sono quelli del rendimento dei numeri, a danno di qualsiasi qualità? E’ difficile, forse impossibile. Eppure anche il funzionario – che pure ne decreta l’incompatibilità con i programmi culturali dell’istituzione – comprende in fondo. Sa che questo percorso nutre il cuore e non si può arrestare. E’ la vita stessa che continua a muoversi; è al di là di lui stesso, delle sue scelte (forse persino delle nostre). Rinasce e si reincarna anche nell’essere escluso. Teme l’abnegazione totale dei regimi, che impongono la cecità, la sordità, l’insensibilità. Ma non si arresta neppure in quel caso. E’ come una scintilla impossibile da spegnere, talvolta divampa come grande fuoco, altre volte è una fiammella lontana. E’ energia creativa che scorre tra gli individui più sensibili, è bene-essere, è felicità.
A noi non resta che trovare questo fiume per bagnarci dentro, questa scintilla per far luce nel buio che sta calando su di noi, buio dell’ignoranza sulle cose dello spirito e dell’anima.

P.S.: Le domande di questo testo sono nate dall’autore stesso. Scrivendo si è trovato innanzi alle proprie perplessità ed ai propri dubbi. Ed ha iniziato a dialogare con essi. Ha risposto a se stesso come se foste voi. Questo testo è stato dunque un’occasione intensa di lavoro sulle ragioni profonde dell’autore a proseguire il cammino descritto e a raccontarne a Voi mantenendo saldo il proprio punto di vista. Mi auguro che questo travaglio (non privo di autoironia) risuoni nel lettore di queste pagine.

Domenico_Castaldo

2011-02-19T00:00:00

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Tag: danza (17)


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