Una lavagna per cancellare e una domanda semplice

La classe di Fabiana Iacozzilli

Pubblicato il 22/02/2022 / di / ateatro n. 182

Fabiana Iacozzilli è stata in scena al Teatro Bellini di Napoli con Una cosa enorme.

Lo spettacolo è diventato un oggetto emotivo che s’interroga sulla paura e sul desiderio dell’abbandonare se stessi alla cura di un altro essere umano, che s’interroga su una questione che appartiene a ogni donna, alla sua condizione esistenziale – che sia madre o che non lo sia – e che ha a che fare con una domanda semplice ma per niente consolatoria: forse, alla fine, si è madri comunque?

E di maternità parla anche La classe. 5 attori 4 banchi 4 banchetti 1 suora: diario non troppo segreto di una strage silenziosa che urla a teatro. Voci di bimbi e il suono funesto di una lavagna è ciò che s’imprime nella memoria dello spettatore dello spettacolo, il docupuppets per attori e marionette di Fabiana Iacozzilli che prosegue la sua fortunata torunée. Fin dall’inizio di questa fiaba umana percepiamo il dolore del distacco da mamma e papà della piccola protagonista, un distacco palpabile e fisico quando il suo corpicino si stacca a fatica da quello dei genitori disegnati su una lavagna. Questa campeggia ora sul fondale ora su una parte di esso, sempre a scandire le fasi del dramma con ironia e durezza e con rumorosa scrittura. Sentiamo il respiro delle marionette, doppiate da manovratori a vista, con cui dialogano le marionette e a cui danno addirittura dei teneri bacetti. Un mix di dolcezza e resistenza è quello che distingue i caratteri dei personaggi sdoppiati, anzi triplicati dalle registrazioni dei veri protagonisti della vicenda narrata, che interagiscono con quanto avviene in scena. Sui corpi delle marionette svetta un corpo umano costituito da enormi mani e da un’ombra incappucciata e greve è quella di Suor Lidia, la sadica suora che fuma un sigaro e picchia sugli zigomi i piccoli malcapitati. Le scene di violenza sono sublimate da rumoracci ben cadenzati dal suono curato da Hubert Westkemper e dal buio che non sarà il vero “buio” del finale, perché questo avverrà solo quando la regista in scena lo pronuncerà a gran voce dal palcoscenico. Luci e ombre caratterizzano una scena millimetricamente costruita con grande ingegno e particolarissima azione. Gli occhiali da togliere per essere picchiati, la merendina da nascondere e uno spider man come migliore amico per un bimbo speciale, la palla mai calciata e il ramo che ondeggia e perde foglie, ogni elemento s’imprime nella mente come timbro; passa da memoria a memoria da narrazione ad accoglienza commossa tra il pubblico. La regista teme di aver perso la sua maternità assumendo in sé la rudezza dei modi dell’insegnante suora ma ecco che salita in scena copre con sciarpe e cappellini di lana i suoi pupazzi e tutto svela una calma e una verità che contagia e rimuove il trauma, mutandolo in bellezza.
Quell’esperienza infantile è stata rielaborata ed è maturata, tramutandosi in delicatezza e consapevolezza: un episodio personale risuona di una necessità universale. All’inizio il progetto era centrato sul tema degli abusi di una suora sui bambini, poi la tematica ha allargato il respiro a una denuncia sociale e politica. Ma il lavoro con il gruppo degli attori ha fatto emergere altre esigenze, altre opportunità. La drammaturgia ha accolto la storia della compagnia, con una delle performer che ha deciso di abbandonare il lavoro a causa della natura “spietata” della regista: è la stessa voce della Iacozzilli a raccontare come lei stessa sia stata costretta a interrogarsi su ciò che Suor Lidia le ha lasciato dentro.
Da qui la riflessione introspettiva su ciò che può nascere da un abbandono, la domanda se proseguire oppure abbandonare essendo stati abbandonati. Ma ecco che la responsabilità e la maternità tutta femminile e intelligente della Iacozzilli si illumina con una inusuale rivendicazione della delicatezza, per un teatro puro e semplicemente vero. Non un teatro di denuncia, ma un luogo della redenzione, da intendersi non come terapia, ma come rispetto e affermazione del proprio vissuto, a servizio di una verità alta e condivisibile.

LA CLASSE
Uno spettacolo di
Fabiana Iacozzilli
Collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
Collaborazione alla drammaturgia Marta Meneghetti Giada Parlanti Emanuele Silvestri
Performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
Scene, Marionette Fiammetta Mandich
Luci Raffaella Vitiello
Suono Hubert Westkemper
Fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
Foto di scena Tiziana Tomasulo
Consulenza Piergiorgio Solvi
Organizzazione, Comunicazione Giorgio Andriani, Antonino Pirillo
Coproduzione CrAnPi, Lafabbrica, Teatro Vascello, Carrozzerie | n.o.t
Supporto Residenza IDRA, Teatro Cantiere Florida/Elsinor nell’ambito del progetto CURA 2018 e con il supporto di Settimo Cielo/ Residenza Teatro di Arsoli e di Nuovo Cinema Palazzo

Visto al Teatro Bellini di Napoli il 10 febbraio 2022




Tag: BelliniTeatro (8), teatro di figura (8)

InformazioniVincenza Di Vita

Teatranterie d'inchiostro e bit Altri post