L’editoriale di ateatro 149: si discute su #ValoreCultura ma si parla anche di Paiato, Binasco, Massini, Fibre Parallele, Carrozzeria Orfeo, Erba…

Con le proposte di ateatro.it al MiBACT

Pubblicato il 02/05/2014 / di / ateatro n. 149 / 0 commenti /
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Un numero ricchissimo, dove potete trovare tra l’altro:

# il travolgente fotoromanzo delle Buone Pratiche di Milano (e tutta la registrazione video);
# nella seguitissima rubrica di Laura Mariani “attori & attrici ateatro”, i ritratti di Marisa Paiato e Valerio Binasco;
# l’importante intervento di Luca Ronconi al Festival Internazionale della Regia;
# la riflessione di Roberto Pellerey su teatro e semiotica;
# sul fronte della scrittura teatrale, il saggio di Gianandrea Piccioli sulla Lehman Trilogy di Stefano Massini (che Luca Ronconi allestirà nella prossima stagione) e tre interviste: Edoardo Erba, Licia Lanera (Fibre Parallele) e Gabriele Di Luca (Carrozzeria Orfeo);
# il rilancio della commedia contemporanea con il Teatro Martinitt a Milano (così se non lo sapete imparate anche cosa sono i “martinitt”).

Le Buone Pratiche del Teatro

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Insomma, già per questo ne varrebbe la pena… Ma il piatto forte è l’ampia riflessione sul decreto ministeriale #ValoreCultura, che sta arrivando in dirittura d’arrivo.
Su questo la posizione di ateatro.it è sempre stata chiarissima.

Primo.
La riforma del teatro italiano, mummificato da decenni, è da tempo necessaria e non può più essere rinviata. Finora l’assetto del sistema era stato pervicacemente difeso dal Ministero e dall’AGIS, finalmente arriva un segnale di cambiamento.
Arriva anche un cambiamento di metodo, con una discussione aperta e condivisa di cui anche ateatro.it è stato artefice.

Secondo.
I principi che ispirano la riforma sono corretti e condivisibili. Gli obiettivi enunciati nell’Art. 1 sono infatti:

a) concorrere allo sviluppo del sistema dello spettacolo dal vivo, favorendo la qualità dell’offerta, anche a carattere multidisciplinare, e la pluralità delle espressioni artistiche, i progetti e i processi di lavoro a carattere innovativo, la qualificazione delle competenze artistiche, l’interazione tra lo spettacolo dal vivo e l’intera filiera culturale, educativa e del turismo;

b) promuovere l’accesso, sostenendo progetti di rilevanza nazionale che mirino alla crescita di una domanda qualificata, ampia e differenziata e prestando attenzione alle fasce di pubblico con minori opportunità;

c) favorire il ricambio generazionale, valorizzando il potenziale creativo dei nuovi talenti;

d) creare i presupposti per un riequilibrio territoriale dell’offerta e della domanda;

e) sostenere la diffusione dello spettacolo italiano all’estero e i processi di internazionalizzazione, in particolare in àmbito europeo, attraverso iniziative di coproduzione artistica, collaborazione e scambio, favorendo la mobilità e la circolazione delle opere, lo sviluppo di reti di offerta artistico culturale di qualificato livello internazionale;

f) valorizzare la capacità dei soggetti di reperire autonomamente ed incrementare risorse diverse e ulteriori rispetto al contributo statale, di elaborare strategie di comunicazione innovative e capaci di raggiungere pubblici nuovi e diversificati, nonché di ottenere riconoscimenti dalla critica nazionale e internazionale;

g) sostenere la capacità di operare in rete tra soggetti e strutture del sistema artistico e culturale.

Ottimi principi, ottime intenzioni. Peraltro sono gli stessi obiettivi enunciati da anni, e disattesi da sempre nella pratica della grande maggioranza dei teatri.
Le domande che ci dobbiamo porre sulla riforma, nella sua impostazione generale e nelle singole norme, sono dunque queste.

a) La riforma premia la qualità artistica e la multidisciplinarietà, ovvero il superamento delle barriere tra generi e dunque delle rigide categorie ministeriali? Agevola l’interazione con istruzione e turismo, ma senza asservire l’arte del teatro a finalità a essa estranee?

b) Quali sono le azioni previste per favorire l’accesso di un nuovo pubblico (al di là del dato numerico), e in particolare delle fasce marginali? Lo sviluppo, l’interazione, la partecipazione dello spettatore vengono incentivate?

c) In questi anni nel teatro italiano abbiamo assistito all’affermarsi di tendenze e fenomeni innovativi, come le residenze, il teatro sociale e di comunità, l’evoluzione di alcuni festival. Il decreto recepisce queste novità? Le valorizza? O preferisce fortificare le cattedrali nel deserto? La riforma agevola l’ingresso dei giovani nel sistema? Li inserisce in ruoli marginali o di vera responsabilità? Quali sono i meccanismi di selezione e valorizzazione dei nuovi talenti? Oggi innovazione vuole dire anche internet e nuove tecnologie: il decreto si fa forza di questa opportunità?

d) La riforma spinge verso il riequilibrio territoriale? O sancisce lo stato di fatto? Se i requisiti sono gli stessi per tutto il territorio nazionale, che succederà al Sud? Che rapporto si crea tra il Ministero e le Regioni, dal punto di vista delle economie e della progettualità? Quali sono le “buone pratiche” regionali e locali (che gli enti locali dovrebbero aver tradotto in proposte) che il decreto ha saputo accogliere?
e) La riforma aiuta il teatro italiano ad affermarsi all’estero? Favorisce l’integrazione nel sistema teatrale (e culturale) europeo? Che rapporto c’è con i progetti culturali dell’Unione Europea?

f) Ci sono misure innovative sul rapporto tra pubblico e privato? Quali meccanismi si mettono in atto? Si favorisce un nuovo marketing per il teatro?

g) Ci sono le condizioni per creare reti, all’interno del sistema teatrale ma anche con soggetti esterni?

Resta un ampio margine di discrezionalità: le valutazioni delle Commissioni che dovrebbero premiare qualità e innovazione, l’ampio margine di azione che si riserva il Ministero, per esempio con le iniziative promosse direttamente e i progetti speciali. Ma basta leggere il testo del decreto per capire quanto queste intenzioni si possono tradurre in azione. L’astratta complessità delle tabelle in allegato, apparentemente oggettive nelle loro geometriche rigidità, sembrano ideate più per de-responsabilizzare l’amministrazione e i suoi funzionari che per cogliere e favorire l’innovazione.

Per fare una vera riforma ci vogliono le risorse

Emerge subito un problema.
Un progetto di riforma, insieme agli obiettivi e ai metodi, dovrebbe indicarne il costo e spiegare dove reperire le risorse necessarie per raggiungerli. Ma su questo elemento il decreto non dà alcuna certezza. Ci sono davvero le risorse per rendere praticabile questa riforma? O l’obiettivo è solo quello di alzare i parametri per “fare selezione”? Non si rischia di devastare un sistema già fragile? In assenza di adeguate risorse, si rischia di sostituire una Casta (quella degli stabili di ogni ordine e grado) con una Supercasta che drena le scarse risorse: i futuri Teatri Nazionali e i Teatri di Interesse Culturale. Insieme a rami secchi e rendite di posizione, verranno penalizzate molte realtà vitali, magari offrendo qualche contentino a qualche gruppo o festival “giovane”, che non sarà facile selezionare con trasparenza fra i tanti aspiranti.
Per capire la drammaticità della situazione, è sufficiente guardare i dati.

Incidenza della spesa pubblica complessiva per “cultura e servizi ricreativi” sulla spesa pubblica totale (valori percentuali, periodo 2000-2011)

Incidenza della spesa pubblica complessiva per “cultura e servizi ricreativi” sulla spesa pubblica totale
(valori percentuali, periodo 2000-2011) (Fonte: elaborazione su dati UVAL-DPS (Conti Pubblici Territoriali) e Istat)

Evoluzione temporale dello stanziamento FUS (milioni di euro a prezzi correnti e costanti, periodo 1985-2013)

Evoluzione temporale dello stanziamento FUS
(milioni di euro a prezzi correnti e costanti, periodo 1985-2013)

Inutile commentare i grafici che ci hanno fornito Giulio Stumpo ed Emilia Alessandrini, i maghi dei numeri di ateatro.it).
La domanda vera è un’altra. Firmando il decreto, il ministro Franceschini si impegna davvero a invertire la tendenza? Arriveranno le risorse necessarie? Come imposterà la collaborazione con le Regioni?

Fini e mezzi

Abbiamo già ampiamente commentato in più occasioni il decreto @ValoreCultura.
Avevamo già avanzato (in particolare con la lettera stilata dai soci della Associazione Culturale Ateatro) alcuni suggerimenti, che sono stati accolti in corso d’opera, in particolare la necessità di recuperare e valorizzare la funzione delle compagnie che gestiscono spazi: un’area in cui si collocano a nostro parere alcune delle organizzazioni più dinamiche e vivaci e che è stata recuperata con l’articolo dedicato ai “Centri di produzione teatrale”.
Manca del tutto una chiara attribuzione e distinzione di funzioni e responsabilità, per esempio tra teatro pubblico e teatro privato, tra Teatri Nazionali e TRIC, per i festival. Forse questi approfondimenti arriveranno dal basso: sarà il teatro italiano a dare un senso a queste nuove formule, che – nel caos delle nuove categorie della stabilità – non corrispondono alla realtà.
In ogni caso, le organizzazioni devono essere messe in condizione di esistere e di operare.
Per quanto riguarda l’attuale redazione del decreto, il commento di Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino ha avanzato alcune proposte, elaborate con spirito costruttivo e indipendenza, con l’obiettivo di allineare ulteriormente i principi ispiratori alla loro traduzione nel testo del decreto. Potete seguirle articolo per articolo, ma ricapitolando:

La “triennalità” va intesa e gestita come reale occasione di progettazione e sviluppo: se anziché ansia di selezione e controllo si instaurasse un “patto” fra ministero e teatro, non sarebbe difficile individuare criteri che concilino rigore e flessibilità. Si dovrebbero anche mettere in atto forme di accompagnamento e di monitoraggio in corso d’opera. I contributi che non potranno essere erogati – indizi evidenti di fragilità – dovrebbero essere re-indirizzati verso azioni specifiche di rafforzamento del sistema (a questo dovrebbero orientarsi le azioni dirette del Ministero, che finora paiono assai vaghe).
Il rialzo dei requisiti quantitativi nell’area della stabilità (in cui includiamo i Centri) e le indicazioni relative alla stanzialità sono plausibili solo in presenza di risorse adeguate. Oggi nessuna organizzazione gestita con sobrietà è in grado di fare di più con meno. Ammesso che i requisiti (gli obiettivi) indicati possano rafforzare queste organizzazioni e le loro funzioni per le comunità locali, non possono prescindere dalla dimensione del territorio servito. Il concetto del bacino di utenza – che ora è preso in considerazione solo per gli organismi di programmazione – deve rientrare nel decreto almeno per la percentuale di attività recitativa in sede: è una semplice questione di equità (e di logica), utile a evitare contraccolpi troppo pesanti sul mercato.
Dal decreto devono essere eliminate tutte le indicazioni di carattere “protezionistico” che interferiscono nelle scelte artistiche e gestionali: è una questione (non piccola) di principio, di (in)efficacia e di ricadute che non vengono calcolate (per i dettagli rimandiamo al commento articolo per articolo). Tutte le criticità toccate da queste prescrizioni possono e devono essere valutate nel contesto del progetto.
Per quanto riguarda funzioni e modalità operative di Regioni ed enti locali, è necessario in tempi brevi fare chiarezza e ristabilire condizioni di equità: quello che il decreto può già fare è individuare i numerosi possibili terreni di azione e sperimentazione comune; non solo le residenze, ma anche la distribuzione, la promozione e la vasta area delle attività che resteranno escluse dai finanziamenti, ipotizzando risorse ad hoc (come fu per il patto Stato-Regioni, magari coinvolgendo le Fondazioni Bancarie).
L’area della distribuzione, o meglio il rapporto produzione-distribuzione, è il principale collo di bottiglia del sistema; i requisiti previsti per gli esercizi e soprattutto per i circuiti non sono tali da rilanciarla; esercizi e circuiti possono avere funzioni e responsabilità più complesse e strategiche.
Anche la funzione dei festival andrebbe precisata, e questo aiuterebbe la selezione (in questo caso sono centinaia i soggetti che potenzialmente corrispondono ai requisiti): da un lato valorizzando quelli che sostengono e accompagnano nuove ricerche e nuovi gruppi (bisognerebbe indicare cosa può fare un festival prima e dopo i 60 giorni massimi di durata previsti), dall’altro mettendo meglio a fuoco il raccomandato collegamento con la “filiera del turismo”: si potrebbe immaginare un collegamento strutturato con ARCUS (la cui finalità in fondo è proprio quella di sostenere progetti che associno beni e attività culturali).
I tre livelli di valutazione. Per quello quantitativo: tutto il lavoro deve avere pari valore (non solo quello legato alla produzione); considerare il numero di spettatori come dato fondante per la definizione del “punteggio” orienta inequivocabilmente verso scelte market oriented (almeno per le strutture che fanno ospitalità). Per quello qualitativo: se la commissione sarà messa in condizione di operare, sarà sulla base di metodi, rapporti con il territorio e altri elementi di cui non si è parlato; in ogni caso la valutazione debba essere una somma di punteggi di vari fattori (di cui pure tenere conto), ma che deve essere globale. Inoltre il “peso” della valutazione qualitativa deve essere differenziato in rapporto alle categorie. Sulla qualità indicizzata: ci sembra opaca e macchinosa. Quali sono i parametri correttamente riconducibili al metro comparativo? Se un teatro fa una coproduzione internazionale nel 2015, perché dovrebbe avere qualche punto in meno se decide di non rifarla nel 2016?

Queste proposte non significano buttare via tutto, ma fare le cose con buon senso (così almeno ci pare). Ma raccoglieremo e rilanceremo anche i suggerimenti che ci arriveranno dai soci della Associazione Culturale Ateatro e dai nostri lettori.
Se la cultura è memoria per costruire il futuro, il MiBACT è il Ministero del Futuro: come si prepara a seminare, coltivare e diffondere il nuovo che nascerà nei prossimi anni?
In questi mesi i paladini dell’Ancien Régime hanno brigato per ridurre la portata innovativa del decreto. Continuano e continueranno a farlo. Per questo è necessario continuare a seguire con attenzione l’iter del provvedimento. Ancor più delicata sarà la fase di transizione, dove sarà necessaria grande flessibilità per indirizzare il mutamento nella giusta direzione. E’ una delle missioni che si è dato ateatro.it per i prossimi mesi, insieme a quella di cercare di cogliere attraverso il lavoro quotidiano della webzine le novità della scena italiana, così come ha fatto in questi anni.

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