Un manichino, una sedia elettrica e una croce: un teatro inaudito, popolare, improvvisato, poetico, pittorico, musicale

Una lettera d'amore ad Astorri e Tintinelli

Pubblicato il 14/05/2014 / di / ateatro n. 150 / 4 commenti /
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Questa è una dichiarazione d’amore. La mia dichiarazione d’amore per il teatro di Alberto Astorri e Paola Tintinelli. Quando li vedo in scena mi commuovo fino alle lacrime. A toccarmi nel profondo è la precisione e la cura della loro presenza, la millimetrica attenzione dei gesti e delle espressioni del viso, la scansione millimetrica dei tempi. Il modo di abitare la scena. E al tempo stesso la fragilità di questa perfezione: si avverte l’apertura all’imprevisto, all’imprevedibile che sottende (o dovrebbe sottendere) qualunque evento teatrale. Nei loro lavori c’è l’elaborazione che porta alla condensazione di un quadro, ma anche l’apertura all’improvvisazione della pratica musicale. C’è la forza dell’opera e fragilità del respiro.
C’è anche, nel loro lavoro, una consapevolezza estetica e politica, che però quasi scompare dietro il piacere, e la felicità, della pratica teatrale, l’entusiasmo della creazione e delle sue sorprese.
Da una quindicina d’anni Paola e Alberto sono una coppia nell’arte e nella vita. Una delle tante coppie del teatro (e del nuovo teatro) italiano, una piccola impresa familiare che lavora e sopravvive faticosamente, caparbia, in un sistema teatrale in cui appaiono due irregolari, difficilmente classificabili. Quando si raccontano, sembrano riprendere il metodo di lavoro con cui creano gli spettacoli: non c’è quasi bisogno di fare domande, si innesca immediatamente un racconto in cui le due voci si sospingono, sostengono a vicenda, aggiungendo, puntualizzando, quasi mai correggendo.

La ballata di Woizzecco (foto E.Boga)

La ballata di Woizzecco (foto E.Boga)

Alberto Astorri
Vogliono tutti sempre farci fare La strada di Fellini. Ci siamo letti anche la sceneggiatura.

Paola Tintinelli
Ma ha davvero senso?

Alberto Astorri
Abbiamo questo vecchio furgone Volkswagen dipinto d’azzurro. Quando abbiamo letto Il sogno di Strindberg ci è venuta voglia di andare in giro con il nostro furgone in quartieri a rischio e stare lì per qualche settimana per raccogliere i sogni delle persone. Potremmo fare un lavoro su quello che sono i sogni oggi.

Con tanto amore, Mario (foto M.S.Volontè)

Con tanto amore, Mario (foto M.S.Volontè)

Paola Tintinelli
Abbiamo tanti progetti che ci siamo sempre tenuti per noi, che non abbiamo mai realizzato… In genere non partiamo con l’obiettivo di fare uno spettacolo. Anche Adamo ed Eva non è nato in vista di uno spettacolo…

Alberto Astorri
Siamo partiti da una serie di domande sull’essere umano, su quello che significa essere uomo, essere donna.

Paola Tintinelli
Poi in qualche modo il lavoro si conclude sempre con uno spettacolo…

Alberto Astorri
Forse è giusto che sia così.

Paola Tintinelli
Ma poi l’ampiezza del lavoro si riduce…

Alberto Astorri
Quello che ci interessa sono le domande fondamentali.

Amurdur (foto E. Boga)

Amurdur (foto E. Boga)

Oliviero Ponte di Pino
Ma come sei arrivato al teatro?

Alberto Astorri
Avevo vent’anni, facevo il cantante in un gruppo garage, genere nato agli inizi anni Ottanta, dopo il punk. Adoravo i Miracle Workers. Con gli amici del paese abbiamo cominciato a far musica, io scrivevo i pezzi e facevo il cantante. Il gruppo si chiamava Dhegrado, abbiamo fatto da spalla a band importanti, come i Ritmo Tribale. A un certo punto, all’inizio di un concerto ho cominciato a leggere un brano di Isaia, tradotto da Ceronetti. Mi ero nascosto sotto un lenzuolo, il pubblico ha iniziato a insultarmi… In un altro concerto avevo costruito una specie di pedanina in legno, mi mettevo lì sopra e durante un pezzo psichedelico che durava 12 minuti, intitolato Metanoia, mi mettevo a friggere un uovo. A un certo punto il mio chitarrista mi ha detto: “Ti stai spostando verso il teatro…”
Casualmente in quel periodo ho visto Ha da passà ‘a nuttata, lo spettacolo di Leo, e mi sono detto: “Ma allora si può far teatro così!”. Insomma, mi sono innamorato: da quel momento Leo è stato il mio maestro. Nel frattempo mi ero iscritto all’Accademia dei Filodrammatici, mi sono diplomato, ho iniziato a lavorare come attore con registi come Guido De Monticelli ed Egisto Marcucci. Con Leo ho fatto Come una rivista e poi l’ho seguito negli ultimi anni.
A in certo punto Leo mi ha chiesto: “Ma a te interessa fare l’attore o fare il poeta? Perché di attori ce ne sono tanti, ma di poeti scenici ce ne sono pochi”.
Io, con la mia solita presunzione, ho risposto: “Il poeta!”
E lui: “Allora devi fare un lavoro nuovo, devi fare qualcosa di inaudito”, insomma dovevo tornare a uno stato di verginità, mettermi nelle condizioni di fare in scena qualcosa di inaudito. Così ho iniziato a cercare una strada mia. Vivo di questo mito dell’attore-poeta.

Titanic Circus (foto G.Lopez)

Titanic Circus (foto G.Lopez)

Oliviero Ponte di Pino
Finché al Festival di Santarcangelo hai incontrato Paola…

Paola Tintinelli
Colpa di Fellini. Io lavoravo nei Giganti della montagna con Davide Iodice…

Alberto Astorri
Quando Leo è stato male, io sono rimasto qualche tempo al Teatro di Leo. Lì è arrivato Davide Iodice e abbiamo iniziato a fare alcune cose insieme. Alla fine mi ha invitato a fare un laboratorio su Fellini al Festival di Santarcangelo. E’ lì che ho incontrato Paola… Alla fine della prima improvvisazione io e lei ci siamo ritrovati in mutande, uno davanti all’altra.

Titanic, una fiaba del vecchio millennio (foto E.Boga)

Titanic, una fiaba del vecchio millennio (foto E.Boga)

Paola Tintinelli
In realtà nel pomeriggio ero andata a prenderlo in stazione, con il furgone. E chiedevo a tutti quelli che scendevano dal treno: “Ma tu sei Alberto? Sei Alberto?” Finalmente l’ho visto e mi sono detta: “Questo qui mi frega!”

Alberto Astorri
Nel gruppo con cui lavoravamo c’erano anche Consuelo e Gianni, che poi sono diventati Menoventi…

Paola Tintinelli
Io ero attrice, ma da bambina volevo dipingere. Ho studiato pittura all’Accademia di Brera, avevo anche iniziato a fare qualche mostra e dei cartoni animati. Poi ho fatto un concorso alle poste, mi hanno preso con un contratto di formazione e mi hanno assunta. Ci ho lavorato sei anni, alle poste. In quel periodo ho visto il bigliettino di un seminario di teatro con Antonietta Storchi, e per me si è aperta una strada. Ero troppo vecchia per qualsiasi accademia, e dunque ho seguito il suo corso per tre anni e poi seminari con Danio Manfredini, Claudio Morganti, Maria Consagra, Abbondanza-Bertoni, Mauro Buttafava, con cui abbiamo fatto una compagnia che lavorava tra teatro e musica. Poi c’è stata l’esperienza con il Teatro Città Murata di Mario Bianchi, con cui ho fatto un paio di spettacoli. A un certo punto occupavo tutte le ferie per fare teatro, non dormivo la notte per fare spettacoli. Alla fine, ho seguito questo seminario con Davide Iodice, che mi ha preso per I giganti della montagna e a quel punto mi sono licenziata. Ho lasciato le poste, il posto fisso, per il teatro.
In realtà adoravo quel lavoro. Ho incontrato un sacco di solitudine, per molte persone quello con il postino era l’unico contatto umano della giornata, per cui c’erano porte a cui suonavo tutte le mattine: “Buongiorno, sono la postina…”
Grazie a Davide è iniziata questa esperienza con la Casa Laboratorio del Crt. Io ero innamorata del circo e per qualche mese abbiamo partecipato all’attività del Circo Kino. Era un piccolo circo, una famiglia circense, avevano pochi spettatori, era talmente ai margini che gli unici animali erano oche e struzzi. Però gli struzzi li facevano vedere solo di rado perché sull’asfalto e sul cemento rischiavano di spaccarsi le gambe. Lo spettacolo iniziava con un clown che entrava con uno specchio e si truccava in pista, una scelta abbastanza inconsueta per un circo. Per acquistare credibilità con quelli del circo, abbiamo iniziato ad aiutarli per esempio a smontare, a togliere le panche, eccetera. Poi c’era da scopar via la segatura, ho iniziato, era durissima, mi sono ritrovata con le mani piene di vesciche…
Alla fine di quell’esperienza con la Casa Laboratorio abbiamo prodotto uno spettacolo, La mia bella cartolina, un lavoro di un’ora e un quarto senza parole, con cui siamo andati anche a Leeds…
Poi con Davide abbiamo fatto un anno di Giganti e alla fine siamo approdati a Santarcangelo. Davide doveva curare la regia di quattro serata su Fellini. Lì ho conosciuto Maurizio Viani, un altro incontro importantissimo. E’ colpa sua se ho iniziato a fare le luci degli spettacoli: quando l’ho visto provare le luci su un sottofondo musicale, senza attori, mi sono commossa fino alla lacrime.
Io e Alberto ci siamo conosciuti in quel contesto. Io mi ero fatta bionda per i Giganti

Tutto il mio folle amore (foto E.Boga)

Tutto il mio folle amore (foto E.Boga)

Alberto Astorri
Il primo giorno, Davide ci fa ha fatto fare un’improvvisazione. Alla fine io e Paola ci siamo ritrovati in mutande. Ci siamo guardati e abbiamo pensato: “Noi due abbiamo qualcosa da dirci”.

Paola Tintinelli
Soprattutto perché io indossavo mutande da uomo, stavo lavorando su Ginger e Fred

Alberto Astorri
Io invece lavoravo su Mastroianni… Alla fine le ho detto: “Sto lavorando sul Woyzeck, mi serve una sedia elettrica, me la costruisci?”, anche perché sapevo che suo padre aveva un negozio di ferramenta.

Paola Tintinelli
Non lo sapevi ancora! Mi hai chiesto di fabbricare tre cose: un manichino, una sedia elettrica e una croce. Ho letto il testo di Büchner e ho messo insieme questi tre oggetti. Ci siamo incontrati in una chiesa sconsacrata in Toscana, nel bosco lì intorno c’erano i cinghiali. Ci siamo chiusi lì dentro e così sono iniziati il Woyzeck e il nostro amore. Lui mi ha fatto vedere il suo Woyzeck, c’erano tante musiche e mi sono detta: “Ma io, quello che ho fatto, non c’entriamo niente”. Alberto mi ha detto: “Bene, adesso fammi vedere cos’hai portato”. Era tutto ferro arrugginito che faceva un sacco di rumore, comprese 50 lattine di piselli… Abbiamo cercato di mettere insieme queste cose: ciascuno di noi faceva un’improvvisazione mentre l’altro prendeva appunti e alla fine riportava a chi aveva fatto l’improvvisazione. Alberto aveva una certa tendenza a fare Carmelo Bene, così ogni volta che lo vedevo partire in quella direzione gli facevo un “Beep!” e lo fermavo.

Mac e Beth

Mac e Beth

Alberto Astorri
E’ stata un’esperienza devastante. Abbiamo lavorato quasi un anno in condizioni selvagge. Marco Andriolo ci ha dato una mano, mettendoci a disposizione la casa e un capannone per le prove.

Paola Tintinelli
La zecca, questo era il titolo della prima versione del nostro Woyzeck, ha debuttato a Cortona. Era un bellissimo teatro, ma non c’era nessuno. Cinque minuti prima abbiamo visto Marco Andriolo che spingeva in sala una decina di turisti.

Alberto Astorri
In quel lavoro c’è tutta la nostra poetica,

Paola Tintinelli
Una partitura molto forte…

Alberto Astorri
…e un delirio destrutturato

Paola Tintinelli
Io ero questo uomo del baraccone, stavo dietro al palchetto dov’era lui, volgendo le spalle ad Alberto e al pubblico: da lì davo la luce e la fonica dello spettacolo.

Alberto Astorri
Paola non parlava. A un certo punto si chiudeva dentro un baule con un bocchino da bombardino e faceva questo respiro, mentre io con un maschera di ferro da cavallo recitavo questo passo bellissimo di Büchner, poi partiva una musica da banda… Lei spaccava piatti, usava la frusta, si rompevano le lampadine, e lei le cambiava con il pubblico presente.

I giorni fragili di Adamo ed Eva foto G.Lopez

Paola Tintinelli
Era un delirio molto costruito, nel quale entrava molto la casualità.

Oliviero Ponte di Pino
Ma come conciliate la programmazione e il caso?

Alberto Astorri
Grazie alla qualità della presenza che abbiamo in scena: stiamo nella partitura ma se succede qualche imprevisto entra nello spettacolo.

Oliviero Ponte di Pino
Ma voi fate in modo che succeda qualcosa di imprevedibile, di imprevisto?

Alberto Astorri
No, non volontariamente. Ma capita. Qualche tempo fa abbiamo fatto Mac e Beth in un paesino. Il titolare ci ha detto che dopo lo spettacolo avrebbe affettato del prosciutto, e quando ha messo in moto l’affettatrice da 3000 chilowatt è partito l’impianto elettrico, non c’era più corrente. Paola aveva in tasca una piccola pila cinese e così siamo andati avanti con quell’unica luce, e le candele sui tavolini degli spettatori. Quella piccola luce ci ha permesso di andare avanti, ma anche di andare più a fondo in certe cose. Alla fine gli spettatori ci hanno detto: “Ehi!, ma la seconda parte era fantastica!”
In Titanic Circus i due comici che aprono il circo dei naufraghi vedono una mummia che li spaventa tantissimo, è uno dei motori drammaturgici dello spettacolo. Qualche tempo fa, in un altro paesino, stavamo provando e ci siamo accorti che tutte le volte che dicevamo “Mummia” c’erano questi cani che ululavano: allora li abbiamo portati in scena e inseriti nello spettacolo…

Paola Tintinelli
In genere usiamo pochi elementi tecnici e dunque quando se ne rompe uno è un problema. Nel Woyzeck lo scorso anno si è rotta la lampadina. Mi sono messa a cercare un’altra lampadina, ho staccato la corrente, ho cambiato la lampadina, e mentre facevo tutto questo siamo riusciti a tenere la scena. Alla fine uno spettatore ci ha chiesto: “Ma come fate a rompere una lampadina tutte le sere?”

Alberto Astorri
In quella situazione, ho dovuto tenere la scena, improvvisare, e questo mi ha permesso di andare avanti nel mio processo di scrittura.

Paola Tintinelli
A ogni replica gli spettacoli non sono mai uguali, perché lavoriamo su quello che ci ritorna dal pubblico, e così lo spettacolo cambia.

Alberto Astorri
Il problema è che siamo sempre molto dentro il lavoro. Forse ci manca un fuori, qualcuno che ci guardi dall’esterno.

Paola Tintinelli
Per certi aspetti la nostra storia è molto semplice. Nel Woyzeck ero di spalle al pubblico, non parlavo, anche se facevo diverse azioni, e gestivo la tecnica. Per il Macbeth mi sono girata e il monologo di Alberto è diventato un dialogo. Per il lavoro su Pasolini abbiamo diminuito le esigenze tecniche e così ci possiamo muovere tutti due. In Titanic abbiamo tolto la console e usiamo il telecomando per gestire musiche e luci.

Alberto Astorri
Siamo l’unica compagnia che usa i telecomandi in scena per le luci, li abbiamo fatti venire dalla Germania…

Oliviero Ponte di Pino
E come costruite le micropartiture gestuali che caratterizzano le vostre interpretazioni?

Alberto Astorri
Anche se non sembra, pensiamo molto. Facciamo un grande sforzo di immaginazione su ogni scena, cerchiamo di vederla il più possibile, e poi la eseguiamo. Non lavoriamo molto sull’improvvisazione, facciamo molto lavoro a tavolino, con materiali diversi. La nostra scrittura è fatta soprattutto di collage da film e da articoli. All’inizio del Woyzeck Paola si scola una lattina, la schiaccia, fa tre passi eccetera. Noi prima pensiamo tutta la sequenza e poi la verifichiamo. L’unico mezzo che usiamo è la telecamera.

Paola Tintinelli
Alla fine lavoriamo soprattutto sulla musica, sul tempo: nel Woyzeck avevo tutta una serie di risposte che dovevo dare a suoni e rumori.

Alberto Astorri
Quando lavori in scena, capisci che all’interno di un testo ci sono dei movimenti, e li usi per suddividerlo. Nella musica funziona così, una sonata è fatta da vari movimenti: adagio, allegretto, eccetera. Queste scansioni ci sono anche nel testo, noi cerchiamo di individuare i diversi tipi di movimento all’interno di un testo.

Paola Tintinelli
E spesso siamo anche dissonanti.

Alberto Astorri
A volte decidi di spaccare tutto perché senti che sei in un momento di autoindulgenza e bisogna rompere quella situazione. Per esempio nel Woyzeck a un certo punto giriamo un riflettore verso il pubblico e iniziamo fare domande agli spettatori. In genere ci guida più la scansione musicale della psicologia.

Paola Tintinelli
La psicologia cerchiamo evitarla. Io quando sono in scena penso spesso a un quadro.

Alberto Astorri
L’ho imparato da Leo: non bisogna scavare troppo nelle intenzioni per cercare chissà quale motivazione psicologica, l’importante è cercare di rendere quella battuta un’azione.

TEATROGRAFIA

La Zecca
primo studio sul Woyzeck di G.Buchner – Teatro Signorelli-Cortona, 2002

La Ballata di Woizzecco
una rilettura del Woyzeck di G. Buchner – Scalodieci, MI, 2003

Malora
rimo studio sul Macbeth di Shakespeare – Festival Shalom, Pordenone, 2003

MAC e BETH
Una riscrittura del Macbeth di Shakespeare-Teatro Litta, Milano, 2004

Tutto il mio Folle Amore
s-concerto poetico in omaggio a P.P.P.- Teatro P.P.Pasolini, Meduno (PN), 2005

La Rosa di nessuno
una lettura scenica sull’Olocauto-sala operaia Maniago (PN) 2005;

Acquario Lunare
una frequentazione scenica nella poesia del novecento- Parco di Villa Giulini-Boffalora S. Ticino, 2006

Titanic, una fiaba del vecchio millennio
primo studio Pim Spazio scenico-Milano,2006- debutto Teatro Litta (MI) 2007- vincitore del premio INBOX 2011

AMURDUR
un vile cabaret ( con Simone Ricciardi) – primo studio Pim spazio scenico 2008 – debutto al Napoli Fringe Festival 2009

Con tanto amore, Mario
assolo senza parole dedicato a Mario, nome comune per uomo comune- Cicco Simonetta-MI-2010

Alla locanda del baleniere
una riscrittura del Moby Dick di Melville per ragazzi 6-10 anni – Teatro Litta Milano 2010

Titanic Circus
festival di teatro La pala-Castel Poggio (Massa) 2013

I giorni fragili di Adamo ed Eva
(drammaturgia di Simone Faloppa – luci di Luigi Biondi) Teatro i-Milano, 2014

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4 Commentia“Un manichino, una sedia elettrica e una croce: un teatro inaudito, popolare, improvvisato, poetico, pittorico, musicale”

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