#BP2015. La Diva tra romanzo, cinema e teatro

Intorno a un'attrice

Pubblicato il 09/02/2015 / di / ateatro n. #BP2015 , 153 / 0 commenti /
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Elisabetta Pozzi, La diva

Elisabetta Pozzi, La diva

La Diva (spettacolo teatrale) è stato una genesi complessa e immediata, il risultato dell’esigenza di mettere in scena il funerale della messa in scena, il liberatorio e nostalgico addio al teatro all’italiana, ma anche il terrore che attraversa gli occhi di molte donne di fronte alla propria immagine che appassisce.

La diva Julia

La diva Julia

Il romanzo di Maugham si intitola Theatre e racconta con un andamento cronologiamente tradizionale la storia apparentemente frivola e crudele di un’attrice che vede sgretolarsi intorno le proprie certezze, ma con un colpo di reni, proprio grazie alla sua arte “ipocrita” , mette in scena il proprio riscatto nel privato, trionfando sull’ipocrisia altrui.
Il film dì Szabó Being Julia narra “rispettosamente” il romanzo, con il medesimo regolare andamento cronologico e la verosimiglianza non ambigua dei personaggi. Nella versione italiana del film, la diva Julia è doppiata dalla diva teatrale per antonomasia, Mariangela Melato. Che non c’è più. Nello spettacolo l’interprete è la diva Pozzi, che ha attraversato come un camaleonte registi e stili i più diversi.
Nel film un fotogramma riprende un camerino zeppo di fiori. Ho fermato l’immagine e con la scenografa abbiamo trasformato i fiori del trionfo nei fiori di una camera ardente. Il camerino nello spettacolo diventa la camera ardente della mente della diva, teatrino interiore, dove sopravvivono i fantasmi personaggi della sua vita, grazie alla regia di una cameriera muta che ha come scopo quello di mandare in scena la diva per l’ennesimo trionfo di una Fedra di Racine, di cui la protagonista non comprende più né il senso né la necessità. Lei stessa nella vita ha amato un giovane, ma in una storiella priva di mito.

Elisabetta Pozzi, La diva

Elisabetta Pozzi, La diva

Il gioco delle maschere si fa infinito. Accanto alla diva, il suo alter ego, che nel film è una brusca macchietta, unico personaggio non ipocrita, nello spettacolo è la cameriera regista, un super io che impone di andare in scena, sempre e comunque, perché solo andare in scena salva dalla frantumazione dell’io, salva dalla vecchiaia, salva dall’oblio, e quindi un po’ anche dalla morte. Il film immortala. La cameriera veste la diva per la scena. La diva si sveste, si mette a nudo rievocando all’infinito la sua vita nel suo camerino mentale, in cui noi spettatori spiamo non visti. Mette in scena la sua vita privata con la complicità della sua cameriera regista, paziente a questo gioco finché non osta alla messa in scena vera, quella che prevede il massimo dell’ipocrisia: il pubblico. La cameriera regista deve vestire la diva per l’apertura del sipario. È la sua necessità, altrimenti neppure essa esisterebbe, così come la diva cadrebbe a pezzi, se non fosse fasciata nel suo abito di scena.
Se la voce della Melato resta riproducibile all’infinito nel film, così come il volto di Annette Bening, il corpo della diva teatrale si disfa di recita in recita, così come si disfano i fiori.
La cameriera regista assiste non vista al funebre trionfo.

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