#Romanziteatrali Un manuale di immedesimazione: L’impostore di Javier Cercas

Lo smascheramento di un bugiardo manipolatore, la costruzione di un personaggio

Pubblicato il 27/01/2016 / di / ateatro n. 157 / 0 commenti /
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Javier Cercas, L'Impostore

Javier Cercas, L’Impostore

Sono decine e decine i romanzieri, i drammaturghi e i registi che hanno cercato di raccontare l’orrore della Shoah. Sono ancora più numerosi gli attori che hanno cercato di dar corpo alla grande tragedia del Novecento incarnando le vittime o i carnefici. Nessuno lo ha fatto con l’abilità e il talento dello spagnolo Enric Marco, su un palcoscenico così vasto e per una recita così lunga:

Per quasi tre decenni si era fatto passare per deportato nella Germania hitleriana e per sopravvissuto ai campi nazisti, aveva presieduto per tre anni la grande associazione spagnola dei sopravvissuti, la Amical de Mauthausen, aveva tenuto centinaia di conferenze e concesso decine di interviste, aveva ricevuto importanti onorificenze ufficiali e aveva fatto un discorso al Parlamento spagnolo a nome di tutti i suoi presunti compagni di sventura.
(Javier Cercas, L’impostore, traduzione di Bruno Arpaia, Guanda, Milano, 2015, p. 11)

Con la sua credibilià di guitto, Enric Marco ha ingannato il pubblico, gli storici, i mass media, le autorità e persino i veri deportati. A raccontare la vicenda, in un romanzo-verità che è il frutto di una lunga frequentazione con il protagonista, è Javier Cercas con L’impostore (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda, Milano, 2015). Il romanzo può essere letto come lo smascheramento di un bugiardo manipolatore, ma racconta prima di tutto la costruzione di una maschera, di un personaggio.

Enric Marco

Enric Marco

Chi si occupa di teatro e di cinema – e soprattutto chi fa l’attore – farebbe bene a studiare questo personaggio insieme affascinante e mostruoso. L’impostore è anche un utilissimo manuale di immedesimazione. Marco seguiva un metodo. Per diventare il suo personaggio, ha attinto alla propria esperienza personale (durante la guerra era finito in Germania come lavoratore ospite e aveva passato qualche guaio con le autorità di polizia). Ha cercato “di documentarsi a fondo, leggendo libri di storia e imbevendosi dei racconti scritti o orali dei sopravvissuti” (p. 177). Cercas lo sovrappone a uno dei più affascinanti eroi della letteratura:

Come Marco, Don Chisciotte è un lettore compulsivo, e possiede, come Marco, alcune virtù fondamentali per uno scrittore o un romanziere: la forza, la fantasia, l’immaginazione e il gusto della parola; è perfino possibile che, come Marco, sua un romanziere frustrato.
(p. 217)

Per respirare l’atmosfera dei luoghi, ha visitato i campi in cui sosteneva di essere stato internato, osservando e registrando ogni dettaglio. “I buoni bugiardi non soltanto trafficano con le menzogne, ma anche con le verità, e le grandi menzogne si costruiscono con piccole verità” (p. 12). Come ha detto nel documentario a lui dedicato: “Come qualunque buon bugiardo sa, una menzogna ha successo soltanto se è impastata con la verità”.
Aveva capito che per diventare credibile doveva condurre un meticoloso lavoro su sé stesso, agganciando al vissuto personale una seconda memoria, insieme reale e fittizia, ricavata dai libri di storia, dalle memorie orali e scritte degli internati, magari anche da romanzi, spettacoli, film…
Il risultato è affascinante, prodigioso, ambiguo.
Malgrado la sua attenzione, però, Marco

ha commesso errori e inesattezze, cosicché i suoi racconti sono di frequente un miscuglio di verità e menzogne, che è la forma più raffinata della menzogna (…) Nel racconto delle sue vicissitudini personali, Marco mette insieme di proposito dati reali e fittizi, mentre nel racconto delle vicissitudini collettive […] lo fa senza volerlo, per ignoranza o negligenza, ma nei due casi il risultato è identico.

La menzogna di Marco mette in crisi il rapporto tra verità e finzione, tra realtà e immaginario. La fenditura affascina Cercas, fin quasi a ipnotizzarlo:

Questo tipo di errori fattuali possiede molta più importanza di quanto sembri, perché un solo dato fittizio trasforma un racconto reale in finzione e, come il germe che provoca un’epidemia, può contaminare di finzione tutti i racconti che ne derivano. Ma la cosa essenziale non è questa. La cosa essenziale è che ciò che Marco ha raccontato sarebbe integralmente fittizio perfino nel caso ipotetico che si fosse documentato senza errori e che i suoi racconti non contenessero il minimo errore di fatto.

In primo luogo, la testimonianza è falsa perché Marco non è mai stato in un campo nazista, ma soprattutto “perché anche se tutti i dati fattuali fossero veri, tutto il suo discorso è puro kitsch, cioè pura menzogna”. Ma che cosa è il kitsch? Cercas si ricollega a Hermann Broch: il kitsch è “un’idea dell’arte che implica una falsificazione dell’arte autentica, o perlomeno la sua svalutazione sensazionalistica”, “una menzogna narcisistica che nasconde la verità dell’orrore e della morte”. Perché il kitsch abbia successo, deve incontrare un pubblico ricettivo. Il “kitsch storico” di Marco, politicamente correttissimo, funziona perché “regala a chi lo consuma l’illusione di conoscere la storia reale risparmiandogli gli sforzi, ma soprattutto risparmiandogli le ironie e le contraddizioni e i disagi e le vergogne e le paure e le nausee e le vertigini e le delusioni che quella conoscenza procura” (p. 179).
A facilitargli il compito, altri due meccanismi. Il primo è la “sacralizzazione del testimone”, “che ai nostri tempi ha acquistato un prestigio così smisurato che nessuno si azzarda a mettere in questione la sua autorità (…) il pusillanime cedimento a questa corruzione intellettuale aveva facilitato il raggiro di Marco” (p. 263). La memoria e la storia, commenta Cercas, sono insieme contrapposte e complementari, e quando “non si vivono tempi di storia, ma di memoria”, il “ricatto del testimone” diventa una trappola pericolosa.
Anche perché l’autorevolezza del testimone viene amplificata dai mass media e dall’industria della memoria, il grande palcoscenico dell’Impostore:

A trasformare definitivamente Marco in un eroe civile e in un campione della cosiddetta memoria storica, per non dire in una vera e propria rock star, furono i mezzi di comunicazione. Marco era già da tempo un mediopatico, ma adesso la sua mediopatia andò alle stelle; perché, oltre che una malattia, per Marco la mediopatia era una droga: più ne hai, più ne vuoi.
(p. 279)

Se il meccanismo è chiaro, a restare oscure sono le motivazioni profonde che hanno spinto Marco a questa rischiosa messinscena dell’io. Anche le pulsioni che spingono un attore a diventare altro e a salire in scena restano in parte indicibili, al di là delle risposte più facili e convenzionali. C’è un’ulteriore ambiguità che illumina il personaggio e può spiegare il fascino che ha esercitato su uno scrittore che indaga da sempre sul rapporto tra realtà e finzione, tra storia e memoria. Lo ha gridato al suo biografo (e pubblico ministero letterario) lo stesso Marco, quando è sbottato:

Sapeva fin dall’inizio che, come me, lei è un commediante e un bugiardo, che ha tutti i miei difetti e nessuna delle mie virtù, e che io sono il suo riflesso in un sogno, o in uno specchio. E’ per questo che le chiedo di difendermi, di dimenticarsi di salvarmi e di difendermi: perché né io né lei possiamo salvarci, ma difendendo me si difende anche lei. Questa è la verità, Javier. La verità è che lei è me.
(p. 352)

Javier Cercas

Javier Cercas

Alla fine – e questa è la terribile accusa dell’Impostore – siamo tutti impostori: “E’ ciò che noi tutti siamo, soltanto in maniera esagerata, più grande, più intensa e più visibile, o forse è tutti gli uomini, o forse è nessuno” (p. 395). Nel gran teatro del mondo, non esiste innocenza.
Il paradosso di Enric Marco investe un ulteriore livello, quando mette in discussione la nostra fede nelle storie. Sia Marco sia Cercas, tanto l’Impostore quanto l’autore della sua biografia, hanno fiducia nel potere del racconto: “Perché la finzione salva e la realtà uccide, o almeno così credeva Marco e così credevo io, però il passato a volte salva e altre uccide” (p. 283). Il potere delle storie si è rivelato ambiguo, così come è ambiguo il confine tra la verità e la finzione.

“L’enfasi sulla verità tradisce il bugiardo: Marco, che aveva passato la vita a nascondere la verità per non conoscersi o riconoscersi, alla fine trovò, nella denuncia di un paese che nascondeva la verità e che non voleva conoscersi o riconoscersi nella memoria dei deportati o semplicemente della cosiddetta memoria storica, una causa all’altezza delle sue ambizioni, la causa che gli permise di trasformarsi in un eroe popolare e concludere la sua operazione di occultamento della verità su sé stesso e sul proprio passato” (p. 281).

Enric Marco, El Impostor

Enric Marco, El Impostor

Come Shabbetai Zevi, Marco è un falso profeta. Solo che il suo sguardo allucinato non vede le catastrofi o le rendenzioni future, ma si volge all’indietro, al passato.
A smascherare questo inganno trentennale fu, agli inizi del maggio 2005, “un oscuro storico di nome Benito Bermejo, giusto prima che venisse celebrato, nel campo di Mauthausen, il sessantesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio, in una cerimonia alla quale per la prima volta avrebbe partecipato un presidente del governo spagnolo e in cui Marco avrebbe svolto un ruolo importante, al quale all’ultimo momento la rivelazione della sua impostura lo costrinse a rinunciare” (p. 12).
In apparenza, quando Bermejo gli strappa la maschera, cala il sipario sull’Impostore e sulla sua recita. Ma a quel punto inizia un’altra storia: il duello con il suo biografo Cercas, e la lotta di Cercas contro sé stesso per superare le proprie resistenze a scrivere una storia così acuminata, che mette in crisi i presupposti della scrittura.

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