Drammi, contro-cunti e stagioni tragiche in Sicilia

Pubblicato il 29/09/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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L’istituzione regionale siciliana nota come Anfiteatro Sicilia si definisce “un progetto sperimentale” per la valorizzazione e la messa in rete di “eccellenze architettoniche”, attraverso la programmazione congiunta dei due assessorati ai beni culturali e al turismo. Individuando alcuni luoghi, ed esattamente i teatri antichi di Taormina, Morgantina, Catania, Tindari e la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, l’istituzione ha programmato più di cinquanta eventi nell’estate siciliana, l’ultimo dei quali si è svolto a Catania lo scorso 17 settembre con un concerto di Franco Battiato nell’anfiteatro della città etnea. Nel frattempo sono continuate le programmazioni degli storici appuntamenti estivi, nei luoghi finalmente riconosciuti e scoperti anche dagli enti regionali, con storie precedenti niente affatto sperimentali. La neonata Rassegna Anfiteatro Sicilia Stagione 2017 è un tentativo “istituzionale”. C’è un precedente: “Il Circuito del Mito”, ben presto naufragato con i suoi otto milioni di euro stanziati dall’Unione Europea per ognuno dei suoi tre anni di attività. Nel 2012 la Procura di Palermo ha avviato una indagine per chiarire le modalità di scelta e i criteri per assegnazione di luoghi e artisti. Diverse realtà siciliane hanno aderito alla rete Teatri di Pietra, non dissimile per intenti e luoghi.
Vale la pena di passare in rassegna quanto già esiste da tempo nelle stagioni “tragiche” di Sicilia, quelle che si occupano di teatro e di teatro antico, ma non solo.

Un progetto sperimentale?

A Tindari, con il suo teatro greco romano, e a Taormina, dove si trova il secondo teatro “antico” più grande di Sicilia dopo quello di Siracusa – noto anche per avere ospitato negli ultimi mesi dapprima i leader mondiali per il G7 e più di recente il Dalai Lama – la sinergia dei due luoghi, rispettivamente sul Tirreno il primo e sullo Ionio il secondo, entrambi in provincia di Messina, ha reso possibile la diciassettesima edizione del festival Teatro dei Due Mari. Sono stati ospitati vari lavori, dal 24 maggio al 4 giugno e dal 23 luglio e al 22 settembre. La direzione artistica è affidata a Filippo Amoroso e ogni anno ospita anche le drammaturgie di quest’ultimo. Amoroso ha posto l’attenzione per il “dramma satiresco” Il ciclope, con la regia di Angelo Campolo – presente con due sue regie in Anfiteatro Sicilia -, affrontando il tema dello straniero e della estraneità dalla presunta società civile. Campolo, con l’Associazione Daf, ha diretto laboratori e allestito spettacoli con attori migranti, ospitati in centri d’accoglienza nel messinese. Walter Pagliaro ha diretto l’adattamento di Amoroso per Medea, che sarà in scena dal 13 al 15 ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza, che ha collaborato alla produzione dello spettacolo con l’Associazione Teatro dei Due Mari.

Le Supplici di Eschilo. Adattamento in siciliano e greco moderno di Moni Ovadia, Mario Incudine e Pippo Kaballà. Regia Moni Ovadia. INDA 2015

Si è concluso lo scorso 3 settembre il fitto programma della cinquantesima edizione delle Dionisiache Calatafimi Segesta Festival, la stagione diretta da Nicasio Anzelmo, con eventi all’alba e al tramonto all’interno del Parco Archeologico di Segesta: concerti, spettacoli di danza e teatro, raggiungendo quasi ventimila presenze in un mese e mezzo. Eterogeneo è stato il programma teatrale che ha ospitato autori quali Shakespeare, Plauto, Ovidio, Menandro ma anche Euripide.
Si svolge a Ragusa Ibla 3drammi3, giunto alla seconda edizione. L’evento è finanziato dal Comune di Ragusa, in collaborazione con gli artisti in scena alla stagione dell’INDA di Siracusa, coinvolti in incontri didattici sui tre drammi in programma. L’interessante progetto è realizzato in collaborazione con l’Associazione Amici dell’INDA ed è volto alla valorizzazione del centro storico di Ragusa, tra le città più note del barocco siciliano patrimonio dell’UNESCO. Sulla scalinata-cavea del Duomo di San Giorgio, noto anche al pubblico delle fiction televisive italiane, è stato allestito un Prometeo con gli allievi attori della scuola del dramma antico, diretti da Antonio Zanoletti. L’evento si svolge nel mese di giugno: la scorsa edizione ha ospitato tra l’altro uno stage di “contro-cunto” con Mario Incudine e relativa esibizione finale del saggio di prova con i partecipanti.
Incudine, cantante, musicista e direttore artistico del Teatro Garibaldi di Enna, ha diretto Io, nessuno e centomila per la Giornata del rifugiato al Teatro Greco di Siracusa. Ora è in tournée con le sue musiche e il suo adattamento Supplici, con la regia di Moni Ovadia. Anfiteatro Sicilia ha inserito lo spettacolo con due date a Morgantina e a Taormina. Sia Incudine sia Ovadia sono inoltre tra gli interpreti di questo spettacolo prodotto dall’INDA nel 2015, anch’esso ispirato al dramma dei migranti. Più recentemente Incudine ha anche firmato le musiche di Lingua di cane (insieme con le musiche di Sergio Beercock, Francesca Incudine, Henry Purcell, Max Richter, come si legge tra i crediti). Lo spettacolo di Giuseppe Cutino e Sabrina Petyx – cui si accompagna un libro – è stato apprezzato dal pubblico, per i curiosi spunti registici e narrativi, nonostante la recitazione artefatta e approssimativa. L’esibizione scenica, che presenta una imponente vela di stracci come fondale finale, ha debuttato al Garibaldi di Enna il 2 dicembre 2016. Lo spettacolo è stato inoltre scelto per chiudere il Festival delle Letterature Migranti e aprire l’appuntamento teatrale palermitano “a tema gender” ovvero il Teatro Bastardo, diretto da Giovanni Lo Monaco, giugno alla terza edizione e in programma dal 5 al 22 ottobre. Il festival, realizzato in collaborazione con il Teatro Biondo, la rete di drammaturgia siciliana Latitudini e il Comune di Palermo, ospiterà tra gli altri Maniaci D’Amore (duo per metà siciliano e per metà pugliese), Roberto Latini, Motus, Fibre Parallele e un focus su Saverio La Ruina.

 

L’attore tragico e il Dramma Antico

L’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa è indubbiamente l’istituzione teatrale più importante e nota tra i teatri antichi, sebbene non venga menzionata tra i luoghi di Anfiteatro Sicilia. L’edizione appena trascorsa ha registrato 140.000 presenze ed è difficile che passino inosservate, così come il fascino dell’isola di Ortigia che ospita la scuola per attori classici intitolata a Giusto Monaco, o l’archivio di Corso Matteotti che raccoglie materiali di vario genere, suddivisi in fondi che comprendono più di un secolo di storia, degli spettacoli andati in scena dal 1914 al 2017.
Quest’anno, per il cinquantatreesimo ciclo di rappresentazioni, a differenza dei precedenti più recenti, i registi Marco Baliani e Valerio Binasco hanno emozionato la platea senza ricorrere a trovate da musical o a soluzioni sceniche magari d’effetto ma superficiali. Tra le migliori regie degli ultimi anni vale la pena citare le Baccanti di Antonio Calenda, Uccelli di Roberta Torre e Le donne al parlamento di Vincenzo Pirrotta, che si sono mostrati non solo all’altezza dei testi ma anche compiutamente collocati in uno spazio imponente.

Sette contro Tebe, INDA 2017

Sette contro Tebe di Eschilo con la regia di Baliani ha regalato immagini di grande suggestione e ha catturato un pubblico composto in massima parte da giovani liceali, impegnati tra un selfie e un distratto tentativo di abbronzatura, nel caldo inizio di una estate siciliana. Una gigantesca maschera bianca con un enorme becco, che ricorda quella di un mostruoso medico della peste, indossata da un attore vestito come un nero uccello ricoperto di piume, danza davanti l’albero che campeggia al centro della scena, incitato dai movimenti arcaici dei guerrieri da una parte e dalla muta imago del coro delle donne, sintetizzando molto più di tanto e troppo testo. Il mascherato infine si svela e il suo volto è impedito alla vista: è bendato e una cuffia intorno al capo gli ricopre anche le orecchie. Potrebbe agire ma non lo fa. L’azione scenica finale, che descrive la ferocia dei nemici guerrieri, è estremamente dettagliata e narrata acrobaticamente da una macchina scenica umana, tatuata di colori. Maschere e mani che la trascinano lungo questo cerchio della morte, che ricorda una struttura di giochi all’aperto per bambini, in cui un solo corpo rende viva passione e violenza, catturando l’attenzione di ogni astante.
Binasco si è avvalso della valida Eugenia Tamburri, che ha commosso il pubblico delle Fenicie di Euripide. Degni di nota i movimenti del coro e l’uso dello spazio, come quello dei colori e il bianco mortifero dell’albero, scenografato in modo che Antigone possa saltellare distrattamente tra i rami. Stupisce e allieta l’azzeccata musica sugli applausi: David Bowie con Heroes chiude l’infelice apertura di ingenui e impreparati urlanti cantastorie che avevano accolto gli infastiditi spettatori lungo un lato della cavea, all’ingresso.
Per il programma 2018 è già stato annunciato il tema: quello del tiranno “vittima di se stesso” per i tre spettacoli in programma: Eracle di Sofocle, Edipo a Colono di Euripide. Inoltre, per la prima volta a Siracusa, sarà messo in scena I cavalieri di Aristofane, dramma grottesco con protagonista Cleone, capo del partito “democratico” ateniese. Il direttore Roberto Andò non ha ancora resi pubblici i nomi dei tre registi a cui saranno commissionate le tre opere. Certamente l’ispirazione ai direttori dei drammi non mancherà, essendo di grande attualità lo scontro tra i potenti, valga tra tutti l’esempio tra le coalizioni capitanate da Kim Jong-un-rocket man da una parte e da Trump Force One dall’altra.

 

Prometeo e i suoi fuochi

Un’altra anima dell’Istituto del Dramma Antico è quella della formazione. La sezione giovanile della scuola è intitolata a Fernando Balestra, scomparso nel giugno del 2016, giornalista e uomo di cultura, sovrintendente dell’istituto siracusano dal 2005 al 2012. La sua passione si era concengtrata sulla pedagogia teatrale: negli ultimi anni dirigeva il festival piemontese Ferie di Augusto a Bene Vagienna ed è stato l’ideatore e attuatore dell’iniziativa I fuochi di Prometeo. Il progetto, nato nel 2009, attraverso l’attivazione di laboratori e incontri sul dramma antico, coinvolge studenti dei licei di tutta Italia. Nella data in cui avrebbe festeggiato il suo sessantaquattresimo compleanno, lo scorso 25 febbraio, l’Università Cattolica di Milano ha ospitato un evento a lui dedicato e a cui hanno preso parte non solo artisti come Antonio Calenda ed Emilio Isgrò, ma anche studiosi ed esperti di teatro classico provenienti da varie università e istituti italiani. A rappresentare anche i collaboratori all’organizzazione dell’evento, Auretta Sterrantino. Sterrantino, docente di storia del teatro e della messa in scena tragica nella scuola siracusana dedicata al teatro classico, è stata stretta collaboratrice di Balestra e si occupa di organizzazione, regia e drammaturgia. In particolare con Vincenzo Quadarella, compositore e sound designer, ha fondato a Messina nel 2013 QuasiAnonima Produzioni, così chiamata perché ispirata da un verso di Fernando Pessoa. Itinerando tra i vari teatri gestiti ora dal Comune ora dal Vaticano, presenta ogni anno la rassegna “Atto Unico”. Tra i lavori di Sterrantino il più recente è indubbiamente emblematico per comprenderne la poetica: è un Prometeo che vuole essere anche un “omaggio al maestro Fernando Balestra”. In scena nel Prometheus o del fuoco, maestro di ogni arte con la raffinata Loredana Bruno/Bios e un volubile Oreste De Pasquale/Prometeo, il gigantesco Sergio Basile interpreta Efesto, il vero protagonista di questo allestimento.

Prometeo di Auretta Sterrantino, QA 2017

Blasfemo e durissimo nei dialoghi, il testo descrive una umanità nella quale “il cuore della terra sembra spento”, tale fenomeno giustifica la sua mancata accettazione dei dettami divini, d’altro canto “senza uomini non esistono dei” e infatti dichiara: “noi siamo se gli uomini credono in noi”. Ma l’affermazione più incredibile, in questo dramma riscritto da Sterrantino con dovizia e attenzione per la traduzione dal greco, riguarda la volontà di “resuscitare gli umani” perché il tempo per loro possa mutare così come diverso è il tempo degli dei. Ma Efesto ricorda quanto questo sia impossibile da realizzare con lucidità, a causa dell’ambiguità del ruolo a loro assegnato, rendendo gli dei “troppo distanti dalla verità perché presenti in essa”.
L’assenza del sipario precipita immediatamente lo spettatore in una dimensione postmoderna e apocalittica – Valeria Mendolia ha realizzato scene e costumi -, decisamente dark, sembra di stare dentro un setting di un bianco e nero “alla Lynch”. La maschera indossata da Efesto/Sergio Basile potrebbe essere una maschera antigas, con protesi monocola steampunk. Ben si addice al costume in cui pare ingabbiato e si contorce nei movimenti decisi tra incudine e martello, la cotta di maglia indossata a ogni respiro dell’attore diviene un unico suono, insieme con le musiche elettroniche e metalliche. Un “tempo infinito permanente” è quello dettato dai momenti luminosi di Stefano Barbagallo. La gonna-contenitore-guscio di Bios e l’evocazione al mito del diluvio universale in cui è coinvolto Deucalione sottolinea l’angosciosa penombra che si staglia sui movimenti fuori della caverna-abito. Evidenti sono i richiami al cinema espressionista tedesco e al cinema muto – l’attrice non emette parola mai, ma è sempre “doppiata” da cori in playback – e ai più attuali Terry Gilliam, o alle ambigue creature che popolano la recente serie tv Westworld. L’incudine di Efesto è ritmata cadenza che scandisce con decisione ma anche con terrifico tremore.

“Nessuno è libero tranne Zeus” e “lunghe catene governano il mutare del tempo”, descrizione musicale di rotaia e suono metallico sorta di sibilo o barocco punk del compositore Filippo La Marca. La libertà e lo scorrere inesorabile del tempo sono infatti le tematiche centrali del dramma che è anche cadenzato dalla metafisica della visione – altra riflessione metateatrale – e della vista, fruibile solo come percezione in assenza, al buio. Bios/ Loredana Bruno è il personaggio che fisicamente incarna questa separazione dalla natura e ciò la rende a tratti surreale, mentre il carattere di Prometeo si rivela in una recitazione volutamente isterica e debole, sottolineando la forza espressiva di quella ben più viva e vigorosa di Efesto.

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