Fuga a tre voci per Hans Werner Henze e Ingeborg Bachmann

Michela Cescon e Alessio Boni interpretano il carteggio tra il musicista e la poetessa per la regia di Marco Tullio Giordana

Pubblicato il 27/09/2020 / di / ateatro n. 174 / 0 commenti /
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Fuga a tre voci: Alessio Boni è Hans Werner Henze

Quando il dio Pan è in agguato, bisogna lasciare che faccia lui. Così almeno la pensa Hans Werner Henze quando cerca di convincere Ingeborg Bachmann a raggiungerlo in Italia. Si erano incontrati per la prima volta nell’autunno del 1952, ventiseienni. Il compositore tedesco e la poetessa austriaca sono due anime tormentate, la cui amicizia durerà per oltre vent’anni, fino alla morte di lei. Marco Tullio Giordana ha lavorato sul loro carteggio affidandone le voci a Alessio Boni e Michela Cescon. Uno studio intenso che è stato presentato al Teatro Romano di Verona nella ricca programmazione ideata dal nuovo direttore dell’Estate Teatrale, Carlo Mangolini, accanto ai molti appuntamenti di musica, danza e al tradizionale Festival shakespeariano.
I due attori sono impegnati in una fitta partitura nella quale entra, come una terza voce nervosa e delicata, la musica di Henze (i Drei Tentos e la Sonata numero 2) eseguita alla chitarra da Giacomo Palazzesi. Emergono le affinità elettive di due esseri complicati alle prese con il demone della creazione artistica ma anche, nei primi anni, con problemi di soldi. Lui cerca di persuaderla a dedicarsi interamente alla scrittura, superando le crisi dovute alle sue difficili relazioni sentimentali (con Max Frisch, con Paul Celan), alle tendenze depressive che la porteranno a tentare il suicidio. La chiama “carissima ragazza dubbiosa”, “ragazza pastello”, “ragazza arcobaleno”, ma sente anche che la propria omosessualità è un ostacolo alla loro amicizia.

Michela Cescon è Ingeborg Bachmann

Lei sembra sempre fuori luogo, anche dopo aver raggiunto il successo: «Il mio io riesce a essere se stesso soltanto in un mondo che non posso abitare», e vive la scrittura come una dimensione assoluta: «Sono le parole a entrarmi dentro».Emerge dalle lettere l’attrazione di entrambi per l’Italia: i lunghi soggiorni in Sicilia, a Roma, a Napoli, a Ischia sono improntati al lavoro febbrile e a un’ebbrezza di vita che restituisce una immagine del sud a tratti convenzionale ma sempre gioiosa: lui le parla dei ragazzi che sembrano sempre cantare, dei marinai napoletani come pirati, dello scirocco che travolge le giornate siciliane, della casa con l’anguilla nella cisterna per tenere pulita l’acqua; lei confessa di essere rapita dal Belpaese: «Da quando sono stata a Napoli i miei sensi sono cambiati».

Hans Werner Henze

Il sogno è restare in Italia, «dove la parola “tedesco” fa pensare a Goethe, a Heine, non allo psicopatico imbianchino» o alla Germania del dopoguerra, «un Paese di neofascisti». Così si coglie anche un secondo significato, oltre a quello propriamente musicale, del titolo che Giordana ha voluto dare allo spettacolo: Fuga a tre voci. L’Italia come un altrove agognato e inseguito finché la disillusione non spegnerà il sogno.Boni e Cescon, affiatati e capaci di modulazioni che dal colloquiale salgono all’invettiva per ridiscendere all’espressione dell’interiore rovello, interpretano Henze e Bachmann a parti inverse, creando frequenti sfasature che nel disorientare lo spettatore riescono a calarlo nella dimensione intima di un rapporto amicale ma anche nel contesto della scena artistica del secondo dopoguerra, con le sue rivalità a volte meschine, le contrapposizioni ideologiche, il gusto della sperimentazione.

Ingeborg Bachmann

La scrittrice è sempre confusa, la realtà sembra chiederle qualcosa che lei non sa. Il musicista non capisce come si possa continuare a litigare per stabilire se le note sono sette o dodici. E gli attacchi alla dodecafonia, al serialismo, alla Scuola di Darmstadt sono sferzanti. La sigaretta accesa dalla Bachmann nell’ultima scena allude alla sua tragica fine: morì infatti a Roma il 17 ottobre del 1973 dopo una lunga agonia. Si era addormentata con la sigaretta accesa, prendendo fuoco. C’è chi ha voluto leggerlo come un suicidio dilazionato.

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