Quando lo spettatore non conta

Lo sportello dello spettatore: il rimborso dei biglietti, la qualità della fruizione, la libertà artistica, la moltiplicazione del consulenti

Pubblicato il 23/06/2021 / di / ateatro n. 178

Lo si sa, lo spettatore per il teatro italiano conta poco o nulla.
Dunque inutile lamentarsi, anche perché poi ci sono i soliti virtuosi che “Noi queste cose mica le facciamo!”
Intanto c’è una ripartenza sovraffollata di proposte: alle produzioni 2019-2020, bloccate causa pandemia, si sommano gli spettacoli provati durante il lockdown della seconda onda. Era troppa roba (spesso mediocre e inutile) prima, è troppissima adesso (spesso mediocre e inutile, spesso come se la pademia non coi fosse stata, o peggio aconra appicciando al copione due irritanti battutine sul virus per far finta di essere attuali). Così gli spettacoli girano pochissimo, le teniture delle ospitalità si accorciano e io non riesco a vedere niente! Ora che uno dei miei poderosi toyboy mi consiglia uno spettacolo, sono già finite le repliche…
Se poi a teatro ci vai, le disavventure si moltiplicano. Alcuni amici (e amanti) che amano e frequentano regolarmente i teatri e i festival mi segnalano vari episodi, piccoli e grandi, forse marginali, molto diversi tra loro. Di alcuni si è discusso molto, di altri meno, ma non sono quasi mai stati affrontati dal punto di vista dello spettatore e dei suoi diritti.

# Lo sciopero al Teatro di Roma

Una coppia di amici ha acquistato due biglietti per la prima del Macbeth al Teatro Argentina (regia di Carmelo Rifici) e altri due biglietti per una replica dei lavori di Civica e altri biglietti due per una di Muta Imago al Teatro India. Annullati a causa sciopero proclamato dal sindacato dei tifosi di De Fusco (e dunque nemici di Franco D’Ippolito). Peggio per i tuoi amici, dirà qualcuno: buttar via alcune decine di euro in spettacoli teatrali è segno di debolezza morale e scarsa confidenza con la pratica dell’ingresso a scrocco.

Il Teatro India chiuso per sciopero

I miei amici hanno chiesto alla biglietteria del teatro di spostare i biglietti su altre date. Impossibile. Avevano incautamente comprato i biglietti online, quindi non era possibile il cambio data. Inoltre il rimborso poteva arrivare solo dalla biglietteria online dove li avevano acquistati (decurtato, mi pare di aver capito, dagli oneri della prevendita: ma i miei amici erano tropppo incazzati per spiegare con chiarezza). “Ma noi vogliamo solo vedere gli spettacoli!”, hanno protestato. “Nessun problema, ricompratevi i biglietti”. E aspettare il rimborso…
Insomma, oltre al danno, la beffa.

# Corale al MAD Murate Art District di Firenze
Un’altra amica invece ha pensato bene di andare a vedere il nuovo lavoro di Francesco Chiantese, Corale, in uno degli spazi più interessanti e innovativi di Firenze, MAD Murate Art District, nell’ex carcere della Murate. In contemporanea, alla Caffetteria letteraria Le Murate era programmata una serata di cover. Quello che è successo, lo ha raccontato lo stesso regista:

Francesco Chiantese, Corale

Chi non conosce Firenze può lasciarsi suggerire dai nomi la vicinanza tra i due spazi; in realtà la vicinanza è maggiore di quanto si possa immaginare. Condividono infatti un cortile, uno dei cortili dell’ex carcere splendidamente restaurato e riportato alla vita, ed il concerto era in quel cortile. Entrambi gli eventi, sia ben chiaro, rientrano sotto il marchio “Estate Fiorentina 2021” e non sono quindi completamente svincolati tra di loro.
Il risultato, prevedibile, è che non riuscivamo a sentire gli attori, malgrado fossero a meno di due metri dal pubblico e da me, che ero al banco regia.
Due metri; e non sentirsi.
Qualche giorno fa ho scoperto casualmente questa sovrapposizione; ho provato a fare qualcosa. Da tutte le parti mi è stato risposto “Ci spiace… Siamo mortificati… Non possiamo farci molto… oppure… spallucce”. Ed è così. Scivolando tra i miasmi della burocrazia si scopre che nessuno ha la responsabilità di questa sovrapposizione.
Nessuno.

Il desolato regista ha offerto agli spettatori la restituzione dei soldi del biglietto, ma nessuno di loro – nemmeno la mia amica – ha accettato il rimborso. “Sai”, mi ha detto, “ho pensato che era la multimedialità alla fiorentina. Tipo un’Opera d’Arte Totale Ribollita…”
Questo disastro è il frutto di una progettualità che bada più alla quantità, a riempire tutti gli slot possibili e immaginabili, che alla qualità e alla coerenza della programmazione. Tanto poi quelli che vanno a teatro (e nei musei, e ai concerti di musica classica e jazz) siamno sempre gli stessi…

# Il caso Ravello

E’ finita sulle prime pagine dei quotidiani la lite tra il “governatore” della Regione Campania De Luca e lo scrittore Antonio Scurati, fresco presidente della Fondazione Ravello, che ha annunciato le dimissioni denunciando le ingerenze della politica sulle sue scelte.
Il mio amante noioso (lo uso per poi ringalluzzirmi con gli amanti simpatici e spiritosi, che apprezzo la differenza) ha attaccato la solita lagna: “Ma chi deve decidere che cosa possiamo vedere a un festival o in un teatro? La direzione artistica? I politici e gli amministratori? Quali e quante sono le ingerenze politiche nella programmazione culturale? Qual è l’autonomia delle direzioni artistiche? E che voce e che peso hanno i cittadini in queste scelte?”
Io gli hoi detto che per quanto mi riguarda, quest’anno il Ravello Festival possono anche non farlo: difficilmente potranno fare meglio del valzer degli intellettuali che ha occupato le prime pagine di tutti i giornali…

# La moltiplicazione dei direttore e dei consulenti

Il problema non riguarda solo il Teatro di Roma, dove la matassa di incompetenze, insensatezze e irregolarità è ormai inestricabile. Ai Teatri Nazionali e ai TRIC serve un direttore, affiancato semmai da un Consulente artistico. L’imprinting è quello del binomio Grassi-Strehler, anche se non sempre funziona e tende a lasciare in secondo piano il progetto artistico. Poi ci sono (spesso) decine di dipendenti, con organici a volte scandalosamente dilatati.
Eppure sono numerosi i teatri pubblici che moltiplicano gli incarichi dirigenziali, con poltrone ben pagate (dai contribuenti) che appesantiscono i bilanci e che implicano spesso incarichi (e responsabilità) piuttosto confusi: Consulente Artistico, Consulente per la Programmazione, Consulente per la produzione, Direttore di questa o quell’altra sala, Direttore di questo o quell’altro settore, Direttore Ospite, Executive Manager… Insomma, si pensa di sopperire all’incompetenza e all’inadeguatezza dei direttori e dei dipendenti del teatri con una raffica di consulenti. Ma sono tutti contenti: i dipendenti che lavorano meno e si lamentano dell’incompetenza dei consulenti, i consulenti che prendono lo stipendio e si lamentano dell’incompetenza dei dipendenti, il direttore che tanto è sempre colpa di qualcun altro e si lamenta: “I teatri pubblici, che baraccone!” Cari Mimma e Oliviero, dopo questa moltiplicazione delle poltrone e delle poltronissime, il vostro simpatico #totonomine non ha più senso…
A questo fiorire di cariche, vanno aggiunte le consulenze di avvocati e studi professionali per la gestione di bandi, appalti e commesse, rapporti di lavoro, sicurezza, rese sempre più necessarie e onerose da norme sempre più complesse e invadenti e da una burocrazia soffocante.
Senza dimenticare le ambizioni dei consigli di amministrazione (e dei loro presidenti), che alla prima occasione provano a farsi carico della progettualità dell’ente, sminuendo le funzioni dei direttore da loro stessi nominato e trovandosi nella insostenibile condizione di controllante e controllato… e naturalmente tanto incompetente quanto arrogante.

Lo Spettatoreprofessionista ovvero Stefano Romagnoli

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: buona parte dei teatri italiani sono morti che camminano, senza alcuna progettualità artistica e culturale, che hanno rinunciato alla loro funzioine sociale e civile. In tutta questa sarabanda, forse non sarebbe una cattiva idea aggiungere tra i consulenti del teatro, anche a titolo gratuito, un rappresentante degli spettatori. Che racconti un po’ di cattive pratiche.

Tempo fa il mio amico Stefano Romagnoli, che molti di voi conoscono come spettatoreprofessionista (insomma, la Ferragni del nuovo teatro), ha lanciato l’idea del Sindacato degli spettatori e stilato un Manifesto dei diritti dello spettatore. Se posso darti un consiglio, Stefano, lascia perdere. Per il teatro italiano lo spettatore… se va bane è un optional, altrimenti è solo una rottura di scatole.




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