BPSUD Un monumentale articolo sull’incontro di Napoli

E non ce lo siamo scritti da soli!

Pubblicato il 16/12/2006 / di / ateatro n. #BP2006 , 104

Tutta dedicata al sud ed alla “questione meridionale” questa edizione delle buone pratiche, l’ormai classico appuntamento organizzato dalla rivista telematica Ateatro.
Nella meravigliosa ambientazione di Castel dell’Ovo, a Napoli, si sono succeduti diversi interventi suddivisi in tre aree tematiche distinte: il primo argomento è stato proprio l’analisi della situazione del sud attraverso i resoconti quantitativi ed alcune esperienze raccontate dai diretti interessati; una parte dedicata al racconto di buone (e cattive) pratiche istituzionali; un segmento conclusivo di interventi come al solito relativi ai racconti di buone pratiche appartenenti alla così detta Banca delle idee, ovvero esempi di interventi teatrali artistici o organizzativi che hanno dimostrato un buon riscontro.
Come ogni anno l’introduzione è stata affidata ai tre “padroni di casa”: Oliviero Ponte di Pino, che ha raccontato l’esperienza delle due passate edizioni e lo spirito che anima questi incontri, ovvero il desiderio di diffondere idee, suggestioni, proposte che possano essere ripetibili e che costituiscano lo stimolo per la fondazione di reti o sistemi. Sull’abbrivio di quanto detto Mimma Gallina ha perfezionato l’analisi mettendo in rilievo due aspetti: la necessità che la cultura possa essere intesa come motore di sviluppo e quindi il bisogno che la ricognizione dello stato dell’arte possa essere anche tradotto in termini di modelli da seguire; e d’altra parte un commento sul progressivo diradarsi delle Idee messe in circolo nei diversi anni in cui questa iniziativa si è dipanata. A Franco D’Ippolito è toccato invece introdurre l’argomento specifico dell’incontro, evidenziando con rigore alcuni dei punti fermi che sono poi ricomparsi nell’arco della giornata. Innanzi tutto il fatto che l’esistenza di una questione meridionale non escluda il contemporaneo sviluppo di una settentrionale e che quindi non vi sia in questo momento un modello, magari nordico, che applicato alla realtà del sud potrebbe garantire sic et simpliciter buoni risultati: l’attenzione di D’Ippolito si è concentrata sulla solitudine del sud, sulla mancanza completa di un sistema di sviluppo e di una progettualità, sull’assenza di un concorso agonista di enti regionali o locale (tranne pochissime eccezioni), sul bisogno che il fervore riconosciuto alla produzione artistica del sud non venga interpretato solo come una questione socio-antropologica (a questo proposito ha fatto esplicito riferimento ad un recente articolo di Renato Palazzi sul Domenicale) ma come risposta ad un totale abbandono. L’analisi poi si è fatta immediatamente tecnica grazie alle parole di Giulio Stampo (Osservatorio dello spettacolo), che citando alcune indagini statistiche ha rilevato la consistente sperequazione d’investimenti fra centro e periferie, a fronte di una distribuzione dei fondi che non tiene per nulla conto delle differenze territoriali, ma spesso si basa su criteri poco riconoscibili o traducibili. D’altra parte, rispetto alle assegnazioni del Fus ha ricordato che non essendoci alcun commento sui dati di riferimento, essi diventano assoggettabili a qualsiasi critica e quindi difficilmente interpretabili o verificabili; cosa quest’ultima che paradossalmente potrebbe rendere già raggiunto l’obiettivo dell’1% del Pil alla cultura, punto di discussione che venne valutato nella seconda edizione delle buone pratiche.
A questo punto è intervenuto l’assessore Oddati che, dopo i ringraziamenti di rito, ha voluto confermare l’appoggio completo del comune ai progetti che stanno cercando di recuperare una situazione sociale difficile grazie all’intervento artistico, con esplicito riferimento al progetto dei Teatri di Napoli e ad Errevuoto. In riferimento agli incidenti che sono successi durante i giorni precedenti la manifestazione in alcuni dei luoghi che stanno portando avanti tali progetti, ha giustamente osservato che il riconoscimento dello svolgimento di una funzione passa non solo dalla conferma e dal sostegno ma anche dall’avversazione, e quindi che non possono essere considerati tout court come fallimento di un’operazione culturale. Le altre osservazioni sono state in merito al ruolo del sistema pubblico e alla necessaria convergenza fra sistema pubblico e privato.
Sul sistema pubblico si è concentrata anche l’attenzione dell’intervento di Alba Sasso, che, a partire da un commento sulla finanziaria e sulle prospettive, ha descritto un desolante quadro di solitudine degli artisti, di mancanza di un osservatorio che sappia valutare l’assegnazione dei fondi, di sterilità del consolidato sistema di distribuzione dei fondi sulla base dei risultati di gestione conseguiti. Il fatto che l’intervento pubblico spesso vada a consolidare situazioni preesistenti tende a tagliare fuori le idee innovative e quindi a conservare chi ha già avviato un percorso creativo e artistico. Anche in questo intervento sono stati sollevate alcune perplessità sull’attività dell’Arcus e dell’Eti e si è confermato il bisogno di una sinergia fra stato e regioni.
Il testimone è poi passato a Nicola Viesti che ha valutato il discorso dal punto di vista artistico, ovvero di un fermento culturale spesso invisibile e sotto traccia, e di un ritorno degli artisti al sud generato da una situazione grave generalizzata, in cui quindi incontrare le difficoltà altrove oppure affrontarle in casa propria fa pendere la bilancia in quest’ultima direzione. Un altro problema è la distanza che si è generata fra le strutture preesistenti e gli artisti delle nuove generazioni, distanza che ha favorito la nascita di nuovi spazi e l’incremento dell’attività dei centri sociali, generando però parimenti un’ulteriore dispersione. L’intervento insomma ha voluto sottolineare che la situazione del sud può essere assimilata, con le dovute contestualizzazioni, ad un problema più diffuso e capillare. Rachele Furfaro ha posto l’attenzione sullo sviluppo culturale nella regione Campania e sui risultati ottenuti grazie anche ad una spinta sostenuta dalle istituzioni, propulsione che però rischia di diventare lettera morta se non accompagnata da una concertazione attenta con lo stato. Patrizia Ghedini, una delle persone che ha partecipato con contributi sempre molto interessanti e puntuali a tutte le edizioni delle buone pratiche, ha lamentato il fatto che purtroppo la proposta di legge è tutt’altro che in divenire dato che diversi anni di bozze e progetti non hanno portato da alcuna parte. In questo momento vi è una certa attenzione del governo, favorito dall’interesse dell’onorevole Montecchi che ha preso molto a cuore la situazione, ma le prospettive non misurano certo la distanza da una legge in mesi. E’ importante che si faccia una severa revisione dei criteri del Fus abbattendo la discriminazione derivante dalla non trasparenza di alcune assegnazioni e dirimendo il problema delle valutazioni quantitative e qualitative.
L’intervento di Angelo Curti è stato un invito ad alzare lo sguardo e cercare nuove forme di relazione con il pubblico, a stimolare una connessione diretta con il mondo dell’informazione e della formazione, in modo da evitare la costante vampirizzazione dei contenuti culturali da parte di alcuni media decerebranti. In opposizione con quanto espresso da altri ha affermato che il problema delle risorse non è la loro disponibilità in quanto non è vero che non vi siano, ma la loro gestione, che in questo momento è generica ed approssimativa.
A questo punto si sono succeduti alcuni brevi interventi su situazioni specifiche: Claudio Ascoli ha parlato della propria esperienza nomade e la necessità che il ritorno sia mettere a disposizione della città un’idea nuova, pura, e a tal proposito cita la bella Itaca di Kavafis; Roberto Roberto che, sulla scorta dell’osservazione che al sud manchi un vero e proprio centro didattico per l’arte, sta attuando un progetto di formazione che vedrà impegnati artisti di diverse nazionalità; Costanza Bocciardi, sempre sul tema della formazione, è intervenuta ribadendo l’assoluta necessità di creare centri che diano strumenti e possibilità alle nuove generazioni, creando però al contempo possibilità di visibilità per gli artisti formati; Bruno Leone con un pregevole intervento teatrale ha raccontato la “parabola del castel dell’ovo” e, aiutandosi con alcune marionette, ha portato i saluti di Virgilio e Partenope; Vincenzo Cipriani ha proposto la completa revisione del CCNL in termini di tutela reale del lavoratore, grazie anche ad una razionalizzazione delle regole sugli oneri fiscali e contributivi, che spesso costituiscono il 60% del costo di una produzione, e l’introduzione di un meccanismo di detrazione fiscale pari a quella delle spese sanitarie, per chi acquista un biglietto; in una parentesi Mimma Gallina ha esposto i rischi di una costruzione legislativa troppo lunga nel tempo che poi legiferi sulla base di situazioni relative a molti anni indietro e quindi non più attuale; Ninni Cutaia ha seguito le suggestioni dell’intervento precedente evidenziando che il sistema è ormai collassato e quindi va ridisegnato con competenza e con autorevolezza, sia da parte degli operatori, sia da parte dei responsabili istituzionali, i quali devono diventare anche dei mediatori culturali; Carmelo Grassi riprendendo il discorso sulle istituzioni ha evidenziato l’utilità di fare sistema e “rete”ed introdotto il discorso della “distribuzione creativa”, ovvero la capacità di destrutturate le regole e gli scambi proponendo soluzioni e situazioni alternative; Rocco Laboragine, con esplicito riferimento alla Basilicata, ha criticato fortemente un sistema che è dipeso dalle feste e sagre patronali non creando una formalizzazione professionale, ma autorizzando tutti a fare tutto, ed ha sottolineato come cattiva pratica la pretesa di costruire un equilibrio di distribuzione di risorse sulla base di un tessuto e di una richiesta culturale, permettendo quindi uno sbilancio irreparabile dei pesi e delle misure. L’unica buona pratica, estremizzando, è stato l’approccio con i personaggi politici, reso obbligatorio dalla situazione vigente. D’altra parte ha sottolineato che queste cattive pratiche hanno determinato la nascita di giovani compagnie e di nuovi teatri, anche se il teatro in Basilicata rischia ora di essere un’esperienza a breve termine. A questo proposito D’Ippolito ha affermato che è intenzione della Puglia mettersi in contatto con la Basilicata per discutere della situazione e trovare una soluzione comune. Alfredo Balsamo ha chiesto se vi sia la possibilità di elaborare un documento che, a partire dall’esperienza del convegno, getti le basi per una riflessione da estendere a tutto il territorio. Lello Serao è poi intervenuto riferendo di una comunicazione di Luciano Nattino sulla nascita dell’Ancrit e sulla necessità che si formalizzino nuovamente le categorie abbandonando quelle ormai desuete di Produzione, Promozione, Formazione e Distribuzione. A questo punto è stata la volta di Antonio Taormina che ha riferito sull’importanza dell’attività degli Osservatori Regionali, perché si possa arrivare ad una valutazione seria e specifica della situazione delle regioni in cui essi sono attivi; il lavoro degli osservatori si basa su una valutazione dei bisogni effettivi e della capacità di erogazione del servizio, ed è svolto in collaborazione con enti diversi; in questo momento stanno nascendo nuovi osservatori a Bolzano, in Veneto ed in Lazio. E’ intervenuto anche Respello dell’Agis il quale ha evidenziato ancora come sia fondamentale un lavoro preciso da parte degli osservatori perché si possa procedere verso la creazione di nuovi criteri di valutazione.
Vi sono stati poi una serie di altri interventi e testimonianze: Clara Gepia ha raccontato della situazione palermitana a partire dalla reazione vivace e attiva della popolazione all’indomani delle tristemente famose stragi, e della creazione di cantieri culturali molto presenti sul territorio, fino ad arrivare ad un’attualità penalizzata dalla mancata stabilizzazione e da un confronto minimo con le strutture amministrative; la situazione attuale vede però, come reazione a quanto successo, la collaborazione di cinque enti teatrali per la creazione di un cartello che si interfacci alle istituzioni; sempre da Palermo Giuseppe Cutino ha introdotto formule diverse per l’analisi del problema, ovvero l’urgenza del fare teatro e del vedere teatro, che contamina artisti e pubblico in un preciso tentativo di ritrovare una dimensione culturale e condivisa, l’importanza dell’insegnamento e della formazione sia rispetto ad un pubblico, sia dedicata agli insegnanti perché possano con cognizione di causa e con gli strumenti opportuni introdurre i propri allievi al teatro, la capacità di resistere alla mancanza di strutture creando isole di espressione artistica, citando a questo proposito la felice esperienza della rassegna Quintessenza; Roberto Ricco ha basato il suo intervento sul bisogno che il teatro si confronti con un territorio, non solo in quanto bacino di pubblico potenziale ma anche come espressione di una necessità da cogliere e trasformare; Marina Ripa e Davide Iodice hanno portato una testimonianza amara dell’esperienza napoletana, il fallimento di un’iniziativa culturalmente e socialmente importante a causa della mancata presenza di un referente politico determinato ed unico, dell’incapacità dei gruppi, gravati dalle necessità del sopravvivere, di creare un consorzio, una gestione collettiva, uno spettacolo comune. L’esperienza della legalizzazione delle occupazioni degli spazi occupati, in considerazione del fatto che questa è stata la prima tappa del progetto napoletano, non ha garantito la minima stabilità creativa. L’unico segnale positivo di Iodice è stato relativo al nuovo progetto di creazione di una casa di produzione indipendente grazie alla collaborazione di diverse strutture di ricerca nazionali. Anche il tono di Stefano Sabelli, a parte il racconto della positiva esperienza del Teatro di Ferrazzano, è stato molto critico e rassegnato, in quanto la realtà molisana non presenta alcuna prospettiva di sviluppo ed è costantemente assorbito dalla regione Abruzzo. Il ministero sembra completamente ignorare il Molise, ricusando sistematicamente ogni richiesta di finanziamento. Il riferimento all’Associazione Teatrale Abruzzo e Molise ha reso necessario un chiarimento da parte di Mimma Gallina che ha spiegato che è l’Ente pluriregionale più vecchio e doveva costituire un prototipo per i costituendi circuiti. Questa anzianità ha pesato moltissimo per quanto riguarda l’assegnazione dei contributi garantendo ingenti sovvenzioni a fronte di risultati quantitativi molto bassi. L’intervento di Maria Luigia Bove è stato incentrato sulla realtà calabrese e sulla nascita, grazie alla sinergia fra Province, Agis, Università, Regione e Comuni, di due strutture teatrali dal nome comune Campus Teatri: l’obiettivo è coinvolgere la popolazione studentesca, che in questo momento frequenta poco le sale, all’interno di un progetto di fruizione diffusa del teatro. Marcello Cappelli e Ivano di Modica hanno invece raccontato dell’esperienza siciliana di teatro sul territorio a partire dalla situazione drammatica della costa augustana distrutta dalla presenza di un polo petrolchimico fra i più grandi in Europa; l’industrializzazione ha in parte cancellato alcune tradizioni rendendo molto impegnativo il loro lavoro che ha determinato la creazione di una rete con zone omologhe, Marghera e Brindisi fra tutte, ed ha avuto una forte valenza in termini di formazione del pubblico. Ileana Sapone ha lanciato un appello significativo, ovvero la creazione di una rete fra tutti gli uffici stampa teatrali che possa superare due empasse attuali molto rischiosi: il forte dilettantismo e l’estrema provvisorietà delle attività di promozione, comunicazione e marketing. Nel novero delle buone pratiche è stata citata da Mario Nuzzo, autore del presente articolo, anche la rivista Eolo ed il suo lavoro sul Teatro Ragazzi e sulle politiche del Teatro, in quanto esempio di una critica militante e non condizionata, frutto di una rete di operatori trasversali che grazie al coordinamento di Mario Bianchi investigano il territorio alla ricerca di suggestioni più o meno interessanti, e soprattutto terreno di resistenza attiva e fervente. Un altro racconto è pervenuto da Sergio Longobardi ed altri due occupanti del Damm di Napoli, un centro sociale che ha offerto gratuitamente per dieci anni alle giovani compagnie gli spazi per provare. I risultati sono stati molto soddisfacenti sia in termini di aggregazione sia rispetto agli obiettivi creativi perseguiti: in alcuni casi gli spettacoli hanno conseguito anche diversi riconoscimenti a livello nazionale, cosa che ha dato fiducia sugli stimoli e sulle attività che possono nascere dalla struttura. In questo momento il Damm è gestito da dieci compagnie che collaborano per il suo sviluppo, costituendo già una comunità a partire dalla quale sviluppare ulteriori reti. Un elemento molto importante è l’attività sociale e l’attenzione al teatro come strumento di diffusione culturale e di aggregazione popolare, senza il quale esperienze come il Damm perderebbero parte del loro senso.
Giunti alla conclusione degli interventi i tre moderatori hanno cercato di tirare le conclusioni su quanto detto durante la giornata ovvero sulla comune disaffezione nei confronti del sistema delle regole, sulla necessità di valutare altri sistema teatrali come ad esempio le residenze, sull’opportunità di intervenire sull’Eti rifondandolo radicalmente, sull’importanza della formazione del pubblico e degli artisti, sul bisogno di un osservatorio preparato che sia frutto di una collaborazione responsabile fra operatori ed istituzioni, sulla specificità del sud rispetto ad alcune esperienze ma sulla generale espressione di problematiche che sono in realtà diffuse nel territorio nazionale, sulle reti e sulla loro sempre maggiore urgenza (ed in questo senso è stato citato Antonio Neiwiller ed il suo “Che senso ha se solo tu ti salvi”), ed infine sul legittimo sospetto che le istituzioni siano costretti ad una illegittima coerenza nel momento in cui scelgono determinate strutture rispetto ad altre, dal momento che forse non hanno alcuna alternativa che sostenere l’esistente.
Insomma molte, moltissime suggestioni anche se l’effetto maratona ha un po’ penalizzato la discussione e l’articolazione delle varie proposte. Concordo anche io sul fatto che sia necessario, a partire da questi incontri, produrre documenti che possano essere punti di partenza per riflessioni ed azioni congiunte e mirate. Ben vengano le buone pratiche o la banca delle idee in quanto proposte ma, come in ogni migliore impresa produttiva che non può fermarsi ad un istinto conservativo preminente, è necessario a questo punto un cambio di passo ed un impulso operativo secondo me maggiore. Anche dal punto di vista della partecipazione, al di là delle difficoltà per alcuni di raggiungere le località in cui si sono svolte le varie edizioni, questa di Napoli è stata sicuramente la meno ragguardevole; si sono cioè raggiunte punte di più di un centinaio di presenti, ma si ha spesso avuto la sensazione che fossero in sala solo quelli iscritti a parlare e quindi necessariamente partecipanti. La lodevole iniziativa di Mimma Gallina, Oliviero Ponte di Pino e Franco D’Ippolito ha comunque e sempre il merito di offrire un panorama dettagliato e preciso rispetto alle testimonianze che vengono riportate.

Mario_Nuzzo_(“Eolo”)

2007-12-15T00:00:00




Tag: napoli (24), squilibrio territoriale (53)


Scrivi un commento