#specialeRoma. Cinque o sei cose che dobbiamo sapere sul Valle Occupato

Facilitatori e difficilitatori tra utopia, realismo e pensiero unico

Pubblicato il 11/07/2014 / di / ateatro n. 150

In queste ultime settimane, la discussione sul Teatro Valle Occupato ha ripreso vigore. Da un lato ci sono coloro che continuano a guardare con interesse a questa esperienza, non solo in Italia (vedi l’ECF Princess Margriet Award assegnato dalla European Cultural Foundation). Dall’altro c’è chi non sopporta che nel cuore di Roma, a pochi metri dal Senato, si consumi una pratica “illegale”, con un’alta capacità di mobilitazione popolare.
Il Valle Occupato non è certo la causa del degrado della situazione culturale della capitale: è semmai il sintomo dell’incapacità dei poteri pubblici di elaborare una politica credibile nel settore della cultura e del teatro a Roma. I tre anni di occupazione – un periodo lunghissimo, per un esperimento utopico, forse velleitario, magari confuso ma certo vitale – hanno offerto e continuano a offrire spunti di riflessioni e indicazioni pratiche.
Negli ultimi giorni, la Corte dei Conti ha duramente bacchettato il Comune di Roma per aver pagato alcune utenze (a cominciare dalla bolletta della luce) del Teatro Valle: una responsabilità dei funzionari o dirigenti del Comune, anche se evidentemente con un avallo politico dal Campidoglio.
Il sindaco Ignazio Marino oggi si trova in evidente difficoltà, vista la sua incapacità di trovare un sostituto all’Assessore alla Cultura Flavia Barca, “dimissionata” a fine maggio (l’appello che chiede di nominare un nuovo assessore ha raccolto migliaia di adesioni), e in generale a causa dell’impossibilità a definire una linea culturale per “Roma Capitale”. Additare il Valle Occupato come bersaglio, e causa di ogni male, è una facile scappatoia per eludere il problema.
Per risolvere la situazione, il sindaco ha espresso la necessità di ascoltare la città e i suoi operatori culturali: una buona idea, infatti era proprio quello che aveva fatto, su incarico dell’Assessore Barca, il gruppo dei “facilitatori”, che in conclusione avevano elaborato alcune possibili linee d’azione. Il documento finale del “facilitatori” è stato messo online di recente dal “Fatto Quotidiano”.
Accanto ai “facilitatori”, ci sono anche i “difficilitatori”, ovvero coloro che spingono verso la prova di forza contro gli occupanti. E’ del tutto legittimo avere opinioni diverse di fronte a una situazione così complessa e alle sua innovative proposte. Tuttavia è altrettanto importante che la discussione parta da una base reale, e non da incomprensioni (e a volte palesi bugie). Abbiamo provato, con l’aiuto degli stessi occupanti, a chiarire alcuni dei temi in discussione, a partire dalle posizioni espresso sulla stampa. Criticare l’esperienza del Valle è ovviamente del tutto legittimo, e utile. L’importante è farlo con argomenti solidi e fondati, e non in nome di un “pensiero unico” che distorce o falsifica i fatti, e rischia di rendere impossibile qualunque soluzione al “problema Valle”.

 

 

L’OCCUPAZIONE E’ CHIUSA,

E’ UNA PRIVATIZZAZIONE”

Hanno creato un’altra oligarchia all’interno del teatro. Un teatro sottratto alla città” (Edoardo Sylos Labini, Resp. Cultura Forza Italia, Appello per liberare il Teatro Valle)Non se ne può più di un ‘teatro di giro’ in cui decidono tutto i sedicenti comunardi, quelli che stabiliscono in autogestione chi, come e quando deve andare in scena, e chi, come e quando nell’antico teatro pubblico deve fare corsi, studiare, dormire e staccare biglietti” (Marianna Rizzini, “il Foglio”, 27/06/2014)(come gli occupanti) puoi permetterti di appropriarti all’infinito di un bene pubblico, farne quello che vuoi senza renderne conto a nessuno” (Pierluigi Battista, “Corriere della Sera”, 7/04/2014)Gestori esclusivi di un bene dei cittadini” (Mario Ajello, “Il Messaggero”, 15/03/2014)

Cos’è la loro occupazione se non un uso privatistico di una cosa pubblica?” (Paolo Fallai, “Corriere della Sera”, 19/02/2014)

E’ ora che il Teatro valle torni a essere a disposizione del teatro e della comunità romana e non appannaggio di una pattuglia di occupanti” (Paolo Fallai, “Corriere della Sera”, 13/02/2014)

 

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In questi anni il Valle è stato sempre aperto al contributo di molti per costruire un progetto artistico condiviso. La programmazione è stata discussa, ideata, progettata con decine di singoli artisti e compagnie.Sono stati al Valle con i loro spettacoli oltre 3000 artisti, compagnie, performer, cineasti, musicisti, artisti visuali etc.La Fondazione è stata sottoscritta da 5600 soci fondatori. Lo Statuto è stato on-line per un anno e mezzo disponibile agli emendamenti di tutti, soci fondatori e non. Sono stati oltre 300 gli emendamenti discussi ed elaborati in assemblee pubbliche.

Finora il Valle Occupato ha reso conto informalmente (necessariamente, trattandosi un’occupazione) alla cittadinanza ,che ha sempre partecipato numerosa. Una Fondazione o un’altra forma di gestione partecipata deve avere una totale trasparenza, anche formale.

 

 

 

IL TEATRO VALLE OCCUPATO È COSTATO ALLA COLLETTIVITÀ.

GLI OCCUPANTI HANNO LUCRATO”

Per tre anni è stato permesso agli occupanti di lucrare in modo privato su un bene pubblico” (Paolo Fallai, “Corriere della Sera”, 6/07/2014)Ora c’è solo la sensazione che sia un bel business” (Rita Sala, Marica Stocchi, “Il Messaggero”, 18/09/2013)I tre anni d’occupazione hanno provocato mancati incassi e danni erariali” (“Il Tempo”, 13/06/2014 + molti altri articoli)Tra i costi dell’occupazione: i mancati introiti da sbigliettamento e abbonamenti” (Rita Sala, Marica Stocchi, “Il Messaggero”, 18/09/2013)

Un conto è riaprire a spese proprie tra mille sforzi spazi chiusi da anni, un altro conto è gestire coi soldi della cittadinanza” (Nicola Fano, “l’Espresso”, 20/03/2014)

Per assistere a uno spettacolo del Valle occupato l’offerta è libera, ma nessuno dei denari offerti torna in alcun modo alla cittadinanza o alla cultura” (“l’Espresso”, 20/03/2014)

 

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Le economie informali generate dall’occupazione sono state interamente destinate a coprire le spese per la cura del luogo, rimborsare gli artisti e le compagnie, noleggiare i materiali tecnici. Gli occupanti da tre anni sono volontari, non hanno percepito e non percepiscono alcun compenso. In termini economici, gli occupanti sono di sicuro più poveri di prima. La ragione del loro impegno è artistica e politica: creare spazi di dignità dei lavoratori dello spettacolo e dell’arte.Il bilancio del Teatro Valle nell’ultimo anno di gestione ETI/2010 (allegato al protocollo di Intesa siglato tra Mibact e Roma Capitale nel 2011 e disponibile sul sito di Roma Capitale) era di circa 2,5 milioni di euro, di cui circa 1,9 milioni di euro di passivo. Un debito coperto dallo Stato. In questi tre anni gli enti pubblici (il Comune di Roma) hanno sostenuto il pagamento delle utenze, per un totale di circa 80.000 euro all’anno. Da un certo punto di vista, le istituzioni hanno dunque risparmiato cifre consistenti dunque.Il teatro non è stato gestito, se non in piccolissima parte, con i soldi della cittadinanza (ovvero le bollette pagate dal Comune), bensì dalla partecipazione del pubblico, con libere offerte per vedere spettacoli di valore; e per il fatto che gli occupanti non hanno ricevuto alcun compenso.Non è necessario che i denari offerti tornino alla cittadinanza, perché i denari offerti sono rimasti alla cittadinanza, che ha partecipato agli spettacoli con un’offerta media di 5 € (dunque molti hanno messo meno o nulla).

Un’esperienza come quella del Valle Occupato ha favorito la piena accessibilità economica alla cultura dei cittadini.

 

ILLEGALITA’ PROGRAMMATICA.

CHI TEORIZZA DI NON VOLER RISPETTARE ALCUNA REGOLA”

L’errore di aprire un confronto con chi teorizza di non rispettare alcuna regola” (Paolo Fallai, “Corriere della Sera”, 6/07/2014)Chi (gli occupanti) fa concorrenza sleale agli altri teatri, perché non paga i diritti e i tributi che tutti gli altri, meno furbi degli occupanti, sono tenuti a pagare” (Pierluigi Battista, “Corriere della Sera”, 10/02/2014)

Facendo concorrenza sleale a chi paga le tasse e rispetta la legge” (Pierluigi Battista, “Corriere della Sera”, 7/04/2014)

I beni comuni, una sorta di diritto all’illegalità” (Mario Ajello, “Il Messaggero”, 15/03/2014)

(riguardo alla Fondazione) non si capisce come una situazione dichiaratamente illegale potesse pretendere una sorta di patente di legalità” (Paolo Fallai, “Corriere della Sera”, 13/02/2014)

Il prefetto che non riconosce status giuridico alla loro fondazione ad uso di appropriazione” (Mario Ajello, “Il Messaggero”, 15/03/2014)

Dovremmo essere contenti [ironia] perché gli occupanti non pretendono di averne la proprietà catastale, in compenso vogliono starci loro, sbandierando alcune migliaia di firme come inoppugnabile diritto” (Paolo Fallai, “Corriere Sera”, 19/02/2014)

 

 

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IL RISPETTO DELLE REGOLE La Fondazione (o qualunque altra forma di gestione partecipata) non è e non deve essere un’associazione degli occupanti che “vogliono diventare legali” (sarebbe un fallimento politico e culturale), ma è solo una struttura giuridica che deve essere riempita di persone, associazioni, compagnie, soci sempre nuovi, siano essi persone giuridiche o singoli cittadini. Nel progetto, gli occupanti passano, la Fondazione resta.L’obiettivo degli occupanti è il superamento della attuale situazione di illegalità, attraverso la forma della Fondazione, nel cui statuto sono previsti il il pagamento di tasse, bollette, utenze, contributi dei lavoratori, garanzie di sicurezza.IL DIRITTO D’AUTORE E LA SIAE  La Fondazione si pone come esperienza pilota e punto di riferimento per altri operatori della cultura, in una battaglia comune per un quadro normativo che defiscalizzi molte attività culturali (anche con detrazioni, eccetera), specie se prodotte da soggetti non profit e del terzo settore. E per determinare il superamento delle modalità con cui la SIAE gestisce attualmente la raccolta del diritto d’autore, con una ripartizione è profondamente iniqua, e a favore di pochi grandi soggetti. La SIAE trattiene cifre spropositate per il servizio offerto, alimentando una struttura monopolistica che distribuisce privilegi tra funzionari.Sì al diritto d’autore, no all’attuale modo di operare della SIAE: l’obiettivo è un nuovo modo di garantire il diritto d’autore, con una nuova legge di garanzia ispirata a modelli europei (nel continente l’Italia e la SIAE sono un’eccezione).

LA CONCORRENZA SLEALE  E’ vero che il Valle Occupato ha sostenuto costi inferiori, ma questo riguarda il passato, non la proposta per il futuro.

In ogni caso questo “vantaggio competitivo” non è andato agli occupanti, ma al pubblico che è entrato in teatro con una libera offerta o, se non poteva, nulla. Tutti gli artisti e compagnie ospiti hanno avuto rimborsi, cosa che non sempre accade negli altri teatri, che in troppi casi scaricano i sacrifici sui lavoratori dello spettacolo.

Il modello di gestione elaborato dal Valle Occupato prevede il pagamento di artisti, lavoratori e ogni onere, attraverso una forma innovativa, fondata sulla partecipazione, su una equa di condivisione e distribuzione degli incassi, che può far risparmiare anche le istituzione pubbliche.

IL BANDO DI GARA

(riguardo allo strumento del bando) tutti coloro che hanno ottenuto l’assegnazione di spazi con questi strumenti, a loro giudizio, sono degli impostori o degli sprovveduti” (Paolo Fallai, “Corriere Sera”, 19/02/2014)

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Per gli occupanti, la forma del bando (al di là del fatto che in Italia tanti vincitori di gare d’appalto stati sommersi da scandali di corruzione) finisce per privatizzare e affidare un bene pubblico a un unico soggetto (vedi il caso del Teatro Quirino). Un bando non garantisce partecipazione, collaborazione, accessibilità economica e sociale di pubblico e cittadinanza, forme eque di reddito e lavoro nei soggetti gestori. Un bando tende a dividere, mette i soggetti che vi partecipano in concorrenza, frammenta, mentre in ambito culturale ci sarebbe piuttosto bisogno di cooperare, condividere, mettersi insieme. Troppo spesso il bando permette alle istituzioni pubbliche di togliersi un problema, invece di collaborare attivamente con gli operatori del settore e la cittadinanza.

L’ESTATE ROMANA

L’Associazione culturale Area, col bando dell’Estate Romana ‘premiata dagli amici degli amici’, dicono le voci maligne, nel 2012 ha organizzato la rassegna Short Theatre al Teatro Valle con la collaborazione degli occupanti” (“la Repubblica”, 11/06/2014)

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Non è mai successo. Short Theatre non è mai stato fatto al Valle.

 

Leggi il pezzo di Teatro&Critica sugli errori di Repubblica e l’Estate Romana.

Leggi l’articolo del “Fatto Quotidiano” sulla situazione del Valle con il link al documento dei “facilitatori”.

Leggi l’articolo di Ilenia Carrone sul futuro del Valle Occupato.

Il video:  Manca l’assessore alla Cultura di Roma, Marino: pagano poco.

 




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