Un ponte Roma-Milano in nome del Bene Comune

Dal Teatro Valle Occupato al Teatro i

Pubblicato il 22/09/2011 / di / ateatro n. 135

A Milano mercoledì 21 settembre il Teatro i di Milano ha ospitato un incontro di compagnie e teatri indipendenti, singoli operatori e attori lombardi, promosso dagli occupanti del Valle e da ZeroPuntoTre. La convocazione proponeva un tema complesso, puntando ai contenuti di cui si discute a Roma per fare dell’antico teatro un centro di drammaturgia: “lingua, linguaggi, paesaggi, spazi della scena contemporanea”, ma la curiosità per le vicende romane e i molti problemi generali e contingenti hanno preso il sopravvento, con tre ore di scambio di informazioni e discussione, ricche di spunti interessanti.
Coordinata da Marco Cacciolla, attore milanese e occupante a Roma, la riunione – che si è chiusa con un collegamento e saluti fra le due città/comunità di teatranti – ha posto le fondamenta di un ponte che potrà smuovere qualche pensiero e forse portare a qualche fatto concreto. Per cominciare, una delegazione milanese (naturalmente aperta) dovrebbe partecipare all’assemblea degli operatori dell’arte, dello spettacolo e della conoscenza convocata per il 30 settembre a Roma: un appuntamento importante per misurare la portata nazionale e interdisciplinare del principio ideale che ha guidato l’occupazione, ovvero l’estensione alla cultura del concetto di “bene comune” (scoperto e rilanciato dai referendum con riferimento all’art. 43 della Costituzione: non a caso l’occupazione è iniziata il 16 giugno, proprio all’indomani dei referendum). Forse Milano potrebbe essere successivamente la sede di un’iniziativa specifica che affronti le problematiche del lavoro, a partire dal problema (gravissimo) della disoccupazione negata.
Le domande, le informazioni e la discussione non hanno eluso le criticità di questo lungo periodo di occupazione: il rischio che l’esposizione mediatica – in sé molto importante non solo per il Valle, ma per la visibilità cha ha dato al teatro in questo momento – “disinneschi” il potenziale innovativo delle analisi e delle ipotesi di lavoro degli occupanti, e che una programmazione artistica inevitabilmente non selettiva rischi occultare la parte sommersa del lavoro dei gruppi di studio o gli esperimenti di formazione.
Certo, senza essere (stati) lì con materassino e sacco a pelo, a cucinare o occuparsi di sicurezza, è difficile cogliere la complessità del percorso avviato al Valle, le responsabilità della gestione quotidiana, l’entusiasmo per la partecipazione del pubblico (sempre calorosa e attiva, addirittura entusiasmante nella festa paesana di Ferragosto), immedesimarsi e intuire l”’atmosfera”. E’ più facile cogliere le ingenuità (eppure è necessario qualche volta partire da zero, ignorare e riscoprire passaggi che operatori consumati danno per acquisiti) e sottolineare i punti di debolezza: ed è anche legittimo, probabilmente utile.
Ma non bisogna dimenticare che questa azione di lotta di lunga durata è un fatto assolutamente unico nella storia del teatro italiano (e non per la copertina o i servizi di “Repubblica”). Anche per questo è giusto investire questa azione di aspettative alte, attendersi creatività organizzativa a partire e al di là dell’intuizione del Bene Comune, indicazioni concrete e innovative per il Valle, per il teatro nel suo complesso e per quello pubblico in particolare (come i documenti promettono).
Gli occupanti stanno riflettendo su linguaggi e forme espressive, ma anche su innumerevoli aspetti gestionali e su possibili modelli operativi coerenti con l’idea di fondo individuata per il futuro del teatro. Per esempio, si discute delle possibili forme della direzione dei teatri, individuale o di gruppo? E della durata delle direzioni. La si sperimenta anche: affidando a Peter Stein i prossimi giorni di programmazione autogestita (dopo la lezione che terrà il 23). Ci si chiede come sia possibile coniugare il rigore delle scelte con l’apertura del programma, come rompere gli schemi rigidi delle programmazioni teatrali, ci si interroga sull’impostazione dei bilanci. Lo statuto della Fondazione, cui gli occupanti stanno lavorando assieme a Ugo Mattei e Stefano Rodotà, per ora battezzata “Teatro Valle-Bene comune-Centro nazionale di drammaturgia contemporanea”, dovrebbe costituire la sintesi della discussione: verrà essere presentato nella versione definitiva (o molto avanzata) in occasione dell’assemblea del 30.
Questa scadenza sembrerebbe poter rappresentare una svolta anche nel percorso dell’occupazione. Il documento costituisce la proposta concreta a una controparte distratta (a dir poco), in primo luogo il Comune di Roma, poi il Teatro di Roma, cui il Valle è stato affidato in primo luogo, e infine indirettamente al Ministero (all’origine di tutto c’è pur sempre l’affrettato scioglimento dell’ETI).
Per la cronaca, il Teatro di Roma dichiara di aver progettato una stagione (che però nessuno conosce) e il suo direttore Gabriele Lavia si è presentato sul palco del Valle alcune settimane fa, senza che questo abbia significato un’apertura di dialogo.
E proprio questo è il punto: la rivoluzione dovrebbe concludersi con la conquista della felicità, ma quando e come ci si può ritirare “vittoriosi” prima che l’energia si disperda e l’attenzione scemi? Come evitare che il potenziale innovativo di questa esperienza si disperda? O al contrario è possibile pianificare un effetto contagio?
A Milano si è parlato di tutto questo, e si è colta soprattutto la portata del “bene comune”: qualcosa di più di una suggestione: una indicazione giuridica, filosofica e etica che può rafforzare le basi delle future legislazioni per il teatro.
Si sono sottolineate anche le differenze fra le due città. Il teatro milanese, nel bene nel male, si è strutturato nell’arco di oltre vent’anni come un sistema pubblico policentrico, dove il problema principale è oggi (e da sempre) la cristallizzazione e la difficoltà di comunicazione fra i diversi livelli (imprenditoriali, culturali, generazionali).
A Roma il teatro di ricerca o giovane, è sempre vissuto – potremmo dire – di precarietà “strutturale”, con forme episodiche di collaborazione e grande turbolenza alla periferia del sistema. La grande concentrazione di attori fa sì che l’offerta resti sempre ampia, sul piano quantitativo, e che l’alternanza faccia da alibi all’assenza di intervento pubblico (queste considerazioni le riprendiamo anche da un incontro di un paio di anni sui Piccoli Teatri delle due città fa organizzato da “Hystrio”, di cui www.ateatro.org ha diffusamente parlato).
Un problema milanese, si è detto, resta comunque il dialogo con gli enti, e la (non) politica culturale della Regione Lombardia: che sembra non intenda finanziare nel 2011 la legge sullo spettacolo se non per le strutture convenzionate (sostanzialmente quelle storicamente consolidate).
Sono poi stati sottolineati alcuni mali certo non solo milanesi: il problema della rappresentanza, la tendenza al vassallaggio, la tentazione di coltivare il proprio particolare per salvarsi (anche o preferibimente) da soli.
Dopo i referendum e le amministrative, e comunque si concludano le vicende dell’occupazione, il Valle-Bene Comune dà qualche altro motivo di speranza. E potrà forse dare qualche utile e concreto suggerimento per il futuro. E magari darà anche una spinta, se non una spallata, al ricambio generazionale.

Mimma_Gallina

2011-09-22T00:00:00




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