#politicopoetico | Le ferite e le fragilità dell’adolescenza in pasto al Minotauro

Note in margine a Il Labirinto

Pubblicato il 01/07/2021 / di / ateatro n. 179

Il logo di Politico Poetico è costituito da due emicicli: uno raffigura il Parlamento, uno il Teatro. Teatro e parlamento erano, nell’antichità, i luoghi in cui si rispecchiava la polis, per discutere (Parlamento) e riconoscersi nelle proprie storie mitiche (Teatro). Parlamento e Teatro sono dunque le due articolazioni del progetto: due modi in cui la città “si” parla e “si” osserva.
La polis del nostro progetto ha tuttavia come referente privilegiato l’adolescenza: sono gli adolescenti ad avere dimostrato, negli ultimissimi anni, di potersi fare motore di cambiamento; quegli stessi adolescenti che, forti di un’energia propositiva, si ritrovano però spesso in una condizione di fragilità emotiva, se non addirittura di sopraffazione psicologica o fisica.
Ecco perché i due emicicli vanno, nella proiezione iconografica e simbolica di Politico Poetico, a comporre un labirinto: è il labirinto buio delle nostre città, dove metaforicamente ci si perde, girando a vuoto e finendo, a volte, per intraprendere percorsi rischiosi, disagevoli, oscuri.
L’idea dello spettacolo Il labirinto nasce da qui: dopo avere dato voce all’attivismo propositivo di ragazze e ragazzi con i laboratori partecipati del Parlamento, tentiamo ora raffigurare l’adolescenza nelle sue ferite, nelle sue fragilità profonde e delicate, attraverso un esito formale che prende avvio da un lungo percorso di ascolto e di dialogo con gli adolescenti e con chi (enti, istituzioni, educatrici ed educatori) si prende cura di loro.
Ancora una volta è stata l’antichità a regalarci, con il suo bagaglio di racconti mitici, lo spunto per individuare la struttura dell’esperienza immersiva che volevamo concepire: il riferimento da seguire era quello del labirinto di Creta, con le sette fanciulle e i sette fanciulli imprigionati per essere dati in pasto al Minotauro. Quattordici dunque le storie da raccontare, quattordici le esperienze da realizzare.

Il set di Il Labirinto (ph. Davide Saccà)

Abbiamo definito Il Labirinto uno spettacolo post-teatrale perché nasce postumo, come simulacro, vestigia filmica di una quotidianità angosciante e spesso invisibile, per sua natura o-scena, e che dunque rinuncia ad essere incarnata nel corpo vivo, “in presenza”, degli attori.
Tuttavia Il Labirinto non può fare a meno della rappresentazione, ovvero di una forma che veicoli, secondo modalità espressive emblematiche o analogiche, il nucleo duro, violento di tale quotidianità. Lo fa adottando una soluzione eccentrica: quella della realtà virtuale.
Non è difficile prevedere una nota di disappunto di fronte a un’esperienza di visione che fa a meno, dopo tanti mesi di emergenza sanitaria, della presenza di attrici e attori, e del rito condiviso del teatro: “Ancora il video!”. La cauta replica, da parte degli ideatori, che la decisione di adottare il linguaggio della realtà virtuale (addirittura nella sua declinazione gaming) risale a ben prima della pandemia, rischierebbe di essere letta come una excusatio costruita a tavolino, per giustificarne la scelta a fronte di un panorama ormai pervasivo di pratiche di questo tipo.
Ma, anche senza dover ribadire con forza le tappe di costruzione dell’intero progetto, e realizzare una sorta di anamnesi che ne faccia risalire l’ideazione ai primi mesi del 2019, compresa quella del Labirinto, sono proprio i contenuti di quest’ultimo a evidenziare le ragioni che ci hanno condotto a lavorare su codici espressivi per noi finora inediti.
L’idea era cioè di andare a esplorare i recessi di una città; esplorarli in rapporto a un’adolescenza che non riesce a realizzarsi nei percorsi convenzionali della scuola, della famiglia o della socializzazione tra amici, oppure che, semplicemente, è protagonista di vicende di disagio di cui nessuno, tranne pochi (a volte nemmeno i famigliari), è a conoscenza. Che nessuno, dunque, “vede”.

Andrea Paolucci durante i test di Il Labirinto (ph. Davide Saccà)

Ecco, vedere. Il verbo rimanda ad una facoltà percettiva che tuttavia, in rapporto alle vicende generazionali che abbiamo raccolto, risulta problematica o compromessa. Queste storie di solito non le vediamo perché i protagonisti fanno di tutto per nascondersi. Oppure perché non è così facile intercettarle. Oppure ancora perché, semplicemente, noi non vogliamo vederle.
Questa invisibilità, questo lato oscuro (the dark side, dice una voce all’interno dell’esperienza di visione), nel momento in cui viene in superficie ci investe con il suo carico di sofferenza, di ribellione o semplice inconsapevolezza, disegnando vicende quasi insostenibili per drammaticità e commozione.
Di qui, dalla volontà da un lato di smarcarsi dalla retorica verbale del dolore, e dalla necessità, dall’altro e soprattutto, di istituire uno scarto nella visione che potesse diventare specchio di questo scandaglio gettato nel buio, là dove non si vede, non si può o non si vuole vedere, ecco da qui nasce la scelta, azzardata forse ma funzionale, di un codice espressivo tanto eccentrico: un codice che portasse a un spostamento della visione, la potenziasse, la “spiazzasse” rispetto all’abitudine (che per definizione diffida di tutto ciò che è insolito).
In questo spiazzamento, in questo scarto percettivo si situa il senso di quella definizione posta dopo il titolo, “post-teatrale”, che può generare imbarazzi, o disagi: ma che non vuole essere una narcisistica presa di posizione, anzi solo un provvisorio (e dunque del tutto temporaneo) superamento delle categorie della fruizione teatrale, senza per questo avere l’arroganza di metterle in discussione: ancora una volta, è la materia di questa esperienza a generare la propria forma, esattamente come accade per qualunque spettacolo.
Che poi tutto questo succeda in un labirinto (benché virtuale) è un ulteriore tentativo di dare coerenza a questo scarto della visione: la città-labirinto è la città dove non si vede cosa c’è oltre l’angolo, dove si realizza insomma il nostro smarrimento.
Ma è, infine, anche la città dove, senza cedere allo sconforto, si può individuare il percorso giusto per raggiungere l’uscita: un finale non per forza consolatorio. Certo, avremo riconquistato la nostra visione ordinaria, ma avremo il dubbio (la certezza?) che i protagonisti delle storie siano ancora intrappolati nel labirinto. Li rivedremo, forse, alla luce, ma percepiremo l’alone di buio che si portano appresso: e capiremo che il labirinto è tutt’intorno a noi: la città è il labirinto. Il primo passo di una consapevolezza nuova. Il primo passo, forse, per la loro salvezza.

Le storie nel Labirinto

Giada, 11 anni
Le molestie sessuali sui minori sono silenziose e subdole. A perpetrarle sono familiari, amici, conoscenti, sconosciuti, a casa, a scuola, sull’autobus, in ascensore.

Annalisa, 18 anni
La sessualità è parte integrante di ogni essere vivente. In quanto naturalità, è un diritto di tutti e di tutte, anche delle persone con disabilità.

Aleksej, 17 anni
La prostituzione minorile è un fenomeno in crescita e riguarda soprattutto ragazzi stranieri arrivati in Italia senza genitori.

Bea, 16 anni
L’autolesionismo, soprattutto in età giovanile, consiste in tagliarsi, bruciarsi o colpirsi e tramuta in sofferenza fisica una sofferenza interiore che non si è in grado di gestire.

Dario, 14 anni
Bologna svetta fra le città italiane per la quantità di baby gang presenti sul territorio, colpevoli di reati come violenze sessuali, rapine, spaccio, sequestri di persona e omicidio.

Marco, 15 anni
Il fenomeno degli hikikomori riguarda adolescenti e giovani che si ritirano a vivere nella propria stanza, a volte anche per anni, senza contatti con il mondo esterno, tranne che attraverso il computer.

Giulia, 16 anni
La maggior parte di noi esplora il mondo là fuori attraverso i sensi: la protagonista ipovedente di questa storia ci porta nella sua prospettiva percettiva, che determina un rapporto diverso con la realtà e le persone.

Martina, 15 anni
Quando tua madre è il tuo carnefice e lo sfruttamento della prostituzione minorile avviene tra le mura di casa.

Lorenzo, a 13 e a 18 anni
Da vittima a carnefice: il bullismo subìto e il bullismo di ritorno.

Alì, 6 anni
Negli ultimi cinque anni, sono più di 200mila i minori stranieri non accompagnati arrivati in Europa per chiedere asilo.

Paolo, 16 anni
La vita di molti ragazzi si divide tra scuola, famiglia, sport, amici e l’attività di baby spacciatori.

Sara, 10 anni
Nessun nascondiglio può metterti al riparo dalla violenza domestica.

Stella, 15 anni
Il binge drinking riguarda oltre 3,8 milioni di consumatori di alcol in Italia, 830.000 dei quali hanno tra gli 11 e i 25 anni. Tra gli under 14, sono migliaia ogni anno a finire in coma etilico.

Riccardo, 17 anni
Curare la depressione dicendo «stai su» è come pretendere di ripararsi da un temporale con un filo d’erba.




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