Stelle fisse | Alessandro Mendini

Due serate espressioniste a Milano all'inizio degli anni Sessanta

Pubblicato il 01/05/2021 / di / ateatro n. 178

L’ho conosciuto all’inizio della sua attività professionale nello “Studio Architettura Brunati Mendini” in via San Maurilio – le milanesi Cinque Vie, e non poteva essere in un luogo più adatto. Era stato Mario Brunati, mio compagno di classe all’Istituto Gonzaga, a presentarmelo. Inappuntabile, Brunati, come è convenzionalmente prevedibile per un ex allievo del Gonzaga: abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta dai colori moderati. Mendini, al contrario…
Guardandolo, non potevo fare a meno di pensare che tutti i capi di vestiario che indossava non mi piacevano – le scarpe insolite, la giacca senza forma, la camicia di una stoffa di cui non riuscivo a immaginare il nome – eppure tutto, indossato da lui, era perfetto. Credo che esista una regola aurea che spiega in qual modo un certo colore, anzi la sfumatura di un certo colore, si accoppia perfettamente a un altro colore, e al contrario ti avvisa, quell’aurea regola, che due determinati colori, o sfumature di colori, non possono convivere, e suscitano addirittura un moto irrefrenabile di fastidio. Quella regola, se esiste, io non la conosco. Mendini invece la conosceva molto bene e sapeva applicarla, ne era assoluto padrone. Aveva anche il vantaggio di non essere alto, ma agile, magro, minuto… con quei colori io, che ho sempre l’impressione di occupare troppo spazio, mi sarei sentito come una nave che innalza il gran pavese.

Fonte: cambiaste.com

Avrei dovuto chiedergli di svelarmi il suo segreto, ma non l’ho fatto. Giustamente. Avevo la sensazione che Mendini, con il suo aspetto, esprimesse un’idea, il presentimento che negli anni Sessanta qualcosa dovesse accadere. O forse era proprio lui, insieme a pochi altri, che stava modificando la percezione del mondo. Io non me ne rendevo conto, ma lo osservavo con molto interesse, e mi piaceva parlare con lui, di musica, di architettura, di cinema – e mi accorgevo di essere in completa sintonia – lui tanto diverso da me. Mi piaceva la sua voglia di fare, di costruire, di inventare, di tentare. E così ci siamo trovati a realizzare qualcosa insieme.
Lo studio di via San Maurilio offriva un po’ di spazio, e i due giovani architetti, all’inizio del 1960, si erano impegnati a promuovere iniziative culturali. Contagiati dal libro di Luigi Rognoni, Espressionismo e dodecafonia, pubblicato da Einaudi nel 1954, e stimolati dall’entusiasmo e dalla competenza di Giulia Veronesi, che allora era il punto di riferimento dei due architetti, sono nate due serate dedicate all’Espressionismo, una centrata sul cinema curata dalla Veronesi e con la collaborazione della Cineteca Italiana, l’altra su musica, pittura e poesia, affidata a me.
Raccontata così, oggi, sembra un’iniziativa fastidiosamente falsa, e inutile. Ma era il febbraio del 1960, e tutto era nuovo, da scoprire, in buona parte inedito. Anche quella parola, “espressionismo”, per il pubblico cui ci saremmo rivolti – e in fondo anche a noi – dava la sensazione di provenire da un mondo lontano. E poi, la macchina organizzativa, che a metterla in moto ci avrebbe impegnato a fondo. Era facile scegliere testi e poesie di Büchner, George, Toller, che sarebbero stati letti dall’attore Mario Morelli, ma in Italia il mondo delle fotocopie era in quel momento ai primi passi, e presentava qualche problematicità. Avere a disposizione un buon numero di diapositive (molte a colori) di quadri e disegni di Kirchner, Kokoschka, Beckmann, da proiettare su uno schermo, significava procurarsele fotografando dai libri in nostro possesso, usando pellicole da far sviluppare in un negozio di fotografia. L’ascolto della musica di autori come Schönberg, Berg, Zemlinsky, Schreker, facilitato grazie all’utilizzo del mio prezioso magnetofono Revox B36, era condizionato dalla preparazione di un nastro magnetico da ½ pollice, riversando la musica da dischi 33 giri, ma quel tipo di musica “espressionista” era quasi del tutto ignorato dai long playing allora in circolazione in Italia; per fortuna lavoravo in Rai, e potevo disporre di quella ricca discoteca e nastroteca.
Alla fine tutto funzionò, e ricordo perfettamente l’emozione dei presenti nell’ascoltare il terrificante si del terzo atto del Wozzeck di Alban Berg, un’opera che otto anni prima era stata accolta nel peggior modo possibile dal pubblico scaligero.
Avevamo altri progetti, in particolare uno con il germanista Roberto Fertonani – che era fra il pubblico delle due serate espressioniste – dedicato a Schubert, con il tentativo di ricreare qualcosa dello spirito delle “schubertiadi”, con esecuzione di Lieder affidati a interpreti non professionali, e anche allo stesso Fertonani, dotato di una bella voce baritonale. Ma il professore non volle tentare la prova, e nello spazio di qualche mese i miei rapporti con Mendini si sono diradati, fino a cessare del tutto.

Alessandro Mendini, Mania Cabinet

Quando, nella scorsa estate, ho letto sui giornali che stava chiudendo il negozio Algani, quello all’uscita dalla Galleria verso piazza della Scala, mi è venuto in mente che l’ultima volta che ho incontrato Mendini è stato proprio lì, davanti a quella che un tempo era l’antica edicola Algani, a Milano la più fornita di giornali stranieri, vecchia come eravamo vecchi Mendini e io. Era una bellissima giornata di primavera, forse il 2015. Lui stava uscendo dall’edicola con un fascio di giornali sotto il braccio diretto verso piazza San Fedele, e l’ho fermato.

Alessandro Mendini e la poltrona Proust

Ero con mia moglie Anna Sorteni, che era stata sua compagna di studi al Politecnico, e c’era quindi un doppio interesse in quell’incontro. Ma solo da parte nostra. Mendini, non so perché, ci ha concesso la sua presenza solo per qualche minuto, e non sembrava affatto interessato a rinverdire i lontani ricordi degli anni Cinqeuanta e Sessanta. Forse non provava simpatia per quello che era stato quando aveva venti, trent’anni? Forse non gli piaceva quella fin troppo convenzionale reminiscenza del buon tempo antico? O eravamo noi a non suscitare il suo interesse?
Quando Mendini è morto, il 18 febbraio 2019, mi è tornata in mente la sua figura minuta, appena un poco curva, i modi impacciati in quell’incontro in piazza della Scala, il suo vestito grigio e del tutto anonimo, il collegamento con un luogo del passato, l’edicola Algani, che stava scomparendo. Ma ancor più ho pensato alla sua passione per gli accostamenti di colori, il gusto per le forme insolite, la curiosità per gli incontri imprevedibili: tutto questo l’aveva trasferito agli oggetti che gli avevano dato fama, come la Poltrona Proust, il cavatappi Alessandro M, la lampada Amuleto, il tavolo Macaone, e a tutte le altre cose coloratissime e strane che la sua fantasia aveva generato. Avrei dovuto coltivare quell’amicizia di settant’anni fa con una persona così diversa da me, forse sarei riuscito a capire qualcosa di più del mondo che mi circonda. Ma eravamo troppo occupati a coltivare altro.




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post