Le recensioni di ateatro: The Secret Room di Renato Cuocolo con Roberta Bosetti

Invito a cena con segreto

Pubblicato il 21/07/2006 / di / ateatro n. 101

Approda a Roma The Secret Room, un lavoro teatrale nato in Australia nel 2000 e consacrato da un migliaio di repliche e dai più importanti premi australiani. Fa parte di un progetto più ampio intitolato “Interior Sites Project”, che prevede una serie di episodi ispirati alla vita reale e ambientati in spazi privati a cui possono accedere solo un numero limitato di spettatori (nel caso di The Secret Room, 7 o 8). Un progetto generato dalla convinzione della coppia Cuocolo/Bosetti (lui regista e lei attrice, italiani con un illustre curriculum teatrale ma residenti in Australia) che “lo spettatore debba essere nello spazio/performance piuttosto che guardarlo dall’esterno”. Non è una novità assoluta nel teatro di ricerca, ma è indubbiamente originale la modalità registica e drammaturgica con cui questo teatro d’appartamento è concepito.
Gli spettatori sono ospiti delle abitazioni che l’attrice occupa nelle differenti città, sono invitati a una cena da lei preparata e servita, dialogano fra loro e insieme a lei in un intreccio apparentemente inestricabile tra finzione e realtà, fra copione scritto e improvvisazione. Spariscono tutte le mediazioni consuete degli spazi teatrali, si prenota al Teatro Eliseo che cura l’organizzazione (tutto esaurito x un mese e mezzo di repliche) e poi una volta acquistato il biglietto tutto si svolge come una visita privata in una casa sconosciuta. Giustamente Cuocolo/Bosetti dicono che “la casa non è una scenografia ma una trappola per la realtà.” Gli spettatori sono accolti da una padrona di casa bella e gentile, e nello stesso tempo distaccata, quasi aliena, con una sorprendente capacità di somatizzare gli stati d’animo, talvolta il suo corpo e la sua mimica si irrigidiscono come quelli di una bambola, altre volte ritrovano tenerezza e agilità infantili, in una modulazione di gesti quotidiani (mai però “naturali”) e di improvvise abissali distanze. Le distanze di un segreto famigliare “inconfessabile” che viene distillato per i convitati-voyeurs in dolorosissime gocce, lacrime, che l’attrice si provoca ostentamente tagliando e inalando una cipolla dopo aver servito, a fine cena, un “dessert” immangiabile: un cuore congelato. Questo momento è la chiave drammaturgica di tutto il lavoro: come si può raccontare a degli sconosciuti (7 per volta fino a raggiungere le centinaia di migliaia nel corso degli anni di replica) un trauma infantile irraccontabile, il più intimo, doloroso e inaccettabile dei traumi che una bambina possa subire dal padre? Soltanto mediante l’esorcismo crudele eppure terapeutico di un artificio dichiarato, di una finzione ritualizzata nei minimi dettagli, di un gioco al massacro di cui l’attrice è però, nel medesimo istante, vittima e carnefice. L’effetto è straniante, perché tutto è vero: l’appartamento, l’arredo, il video e le fotografie dell’infanzia, la tavola apparecchiata sul terrazzo, il cibo e il vino, si intuisce che anche il tema subito dominante nelle frasi laconiche dell’attrice – l’infanzia – potrebbe essere un vissuto autentico, tutta questa verità è però distorta, deviata, dalla frontiera invisibile (ma percettibilissima) e invalicabile della recitazione asciutta, quasi stilizzata, della padrona di casa.
C’è imbarazzo tra gli spettatori, non solo perché tra loro non si conoscono e perché diventano loro stessi necessariamente attori, ma anche perché quasi subito prendono coscienza della loro vocazione voyeuristica. L’attrice garbatamente ma spietatamente li provoca: Cosa vi aspettavate venendo qui? Cosa andate cercando? Noi spettatori ci accorgiamo, guardandoci nello specchio dell’attrice, che siamo venuti per spiare un segreto, un dolore e un amore, l’intreccio tragico di un amore perduto e di un dolore inatteso, insostenibile. Siamo quindi anche noi, in quanto testimoni volontari, sicuramente coinvolti, e in qualche modo complici silenziosi dell’efferratezza e del sacrificio di una bambina che ogni volta si consuma, ritualmente, nella memoria evocata della donna. E la Bosetti è bravissima a destare l’emozione, dosando nello stesso tempo l’”invadenza” degli spettatori nel flusso di ricordi e nella rivelazione dei segreti, è una costante alchimia recitativa fatta di “solve et coagula”, di apertura e chiusura, di accoglienza e di allontanamento.
Arte dello spaesamento: quando ti sembra di avere davanti l’attrice trovi la donna, e viceversa. Nel climax emotivo, quando lo spettatore potrebbe mettersi troppo a suo agio nel pathos attoriale, perdendo tensione e concentrazione, l’attrice rilegge sul copione alcune battute che potevano apparire spontanee e improvvisate durante la cena, per rimarcare così quel limite invalicabile della finzione che non può essere oltrepassato, né da una parte né dall’altra, perché il vero nell’arte è garantito proprio dalla finzione, questo è il paradosso del miglior teatro dove “tutto è finto ma nulla è falso”. Un processo di astrazione che usa materia viva e cuce senza anestesia ferite aperte, che si potrebbe chiamare “creatività della consapevolezza” perché fa emergere il rimosso indirettamente, mediante il doppio della persona: l’essere attore, il poter essere in quanto attore (senza tale filtro sarebbe pura autodistruzione, quella che la Bosetti racconta con rara forza poetica parlando della sua fase anoressica). E poi l’archeologia della memoria è fin dall’inizio, anche, impronta onirica, sintesi visionaria del sogno e ripercorrimento che mescola i ricordi e le maschere dell’immaginario, perché memoria e immaginazione sono parenti strette e spesso si con-fondono, tessendo le trame di uno stesso arazzo. Alla fine di un percorso circolare, che parte dal salotto col video acceso, attraversa la zona pranzo, si immerge nella massima intimità di una cameretta con letto e poi ritorna al salotto per un rapido congedo (l’attrice saluta e dice semplicemente: “Adesso vorrei restare un po’ da sola”), resta la strana sensazione di essere degli intrusi. Nello stesso tempo ci si sente legati a quella creatura che ci ha accolti e che ora ci manda via come a qualcuno che spogliandosi l’anima per un istante davanti a noi, non solo ci ha fatto affacciare al suo segreto, ma è entrata anche nel nostro, in un gioco di specchi dove le ombre notturne si riflettono in speranze aurorali, di rinascite in altre vite o, come solo gli attori sanno fare, di rinascite in altri personaggi. E si spera o ci si illude, da estranei, di avere in piccolissima parte, col semplice ascolto, contribuito a un coraggioso, arduo e ardito, percorso autoterapeutico.

Per chi vuole approfondire, esce in questi giorni The Secret Room di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti (le ariette – libri, 10,00 euro), l’autobiografia dello spettacolo del Teatro dell’Iraa, creato nel 2000 e ormai giunto a 1000 repliche.

Andrea_Balzola

2006-07-21T00:00:00




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