I Ricordi tristi e civili di Cesare Garboli

Una recensione

Pubblicato il 01/04/2001 / di / ateatro n. 006 / 0 commenti /
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E’’ arrivata da poco in libreria una raccolta di articoli di Cesare Garboli (Ricordi tristi e civili, Einaudi, 100 pagine, 22.000 lire), che nel loro insieme offrono una tra le più interessanti riflessioni sugli ultimi trent’anni di storia italiana. In queste pagine, il teatro viene spesso usato come chiave per comprendere alcuni snodi drammatici e oscuri della nostra storia. Questa chiave di lettura non può certo essere una sorpresa, considerata l’attività di critico teatrale (vedi gli scritti raccolti in Un po’ prima del piombo, con prefazione di Ferdinando Taviani, Sansoni, 1998) e di traduttore di Garboli, e tuttavia alcuni squarci restano memorabili: come il parallelo tra Verdiglione e Tartuffe (che all’epoca suscitò un acceso dibattito), o il passaggio dedicato all’orazione funebre di Paolo VI per Aldo Moro: “lo spettacolo di Paolo VI in Laterano era più terribile di uno Shakespeare che varcasse il gusto dei secoli borghesi e si ripresentasse nella sua corrusca barbarie elisabettiana; un papa vinto, un papa folgorato che balbettava oppresso dai paramenti le ultime e confuse battute della propria sconfitta” (p. 23). La pubblicazione del volume è stata salutata da Eugenio Scalfari con un articolo assai lungo (inevitabilmente) e affettuoso (Garboli è collaboratore di “Repubblica”), e che però aveva come obiettivo principale quello di rendere sostanzialmente inoffensiva la fortissima provocazione di questi Ricordi. Garboli, a partire in sostanza dal sequesto e assassinio di Aldo Moro (1978), s’accorge di soffrire di “un’afflizione rimossa e sgradevole (…): l’incapacità, o l’impossibilità, di sentirmi un cittadino del mio paese”. Si sente “un esule in patria”, “separato dal vasto e cespuglioso continete politico in cui vivono, impraticabile per chi ne ignori le strade e le leggi”, perché “non è facile sentirsi cittadini di uno Stato diviso dalla politica in due metà, quelli che la praticano e quelli che la disprezzano”. Scalfari attribuisce questa estraneità al fatto che Garboli abbia assunto la posa del grande moralista. Insomma, il vizio starebbe in un atteggiamento sostanzialmente “filosofico” e non “politico” di fronte alla realtà. Eppure la prefazione e gli articoli di Garboli sono pieni di episodi, nomi e date tratti dalla recente storia italiana: dal caso Tortora alla vicenda di Serana Cruz, dalla strage di Bologna a Ustica, da Alessandrini e Dalla Chiesa a Falcone e Borsellino, da Sindona alla SIR, da Mani pulite (anzi, “la rivoluzione di Mani pulite”) ai suicidi di Cagliari e Gardini… Insomma, questi ricordi non sono opera di un filosofo o di un moralista, ma di uno storico e di un cittadino che valuta gli orrori e i misteri di cui è stato testimone e misura le proprie responsabilità e possibilità d’azione (come intellettuale ma ancora prima come cittadino) di fronte a questi eventi. Questa estraneità alla politica non nasce in astratto, dedotta da un qualche principio metafisico, o da una ipotizzata “natura umana”, ma ha una data d’origine ben determinata (e per certi aspetti discutibile): il 1978, il punto di non ritorno, lo spettro che continua a angosciarci. Il bilancio è catastrofico, seppur condiviso da molti: l’Italia non è stata – e non è ancora – un “paese normale”. Chi vuol farcelo credere, allestisce una farsa destinata a evolvere – inevitabilmente – in tragedia. Certo, scandali e obbrobri ne succedono ovunque, anche nelle nazioni “civili”. Certo, questo “paese anormale” è pesantemente reale, e dunque è l’unico orizzonte con cui possiamo confrontarci. Tuttavia ritenere che la diagnosi sia determinata da astratti furori (e non da dati di fatto) è far torto all’intelligenza di Garboli e dei suoi lettori, e alla lunga porta a rendersi complici di un sistema perverso. Servirebbe invece una discussione sugli snodi evidenziati da Garboli: solo comprendendo le cause reali dell'”anomalia italiana”, solo cogliendo qualche brandello di verità sulla nostra storia recente sarà possibile emanciparsi e diventare forse un paese “normale”. Ma il recente dibattito sul revisionismo (solo per fare un esempio) lascia poche speranze.

Oliviero_Ponte_di_Pino

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