Robert Lepage porta in Europa il nuovo allestimento della Trilogie des dragons

La recensione della prima edizione dello spettacolo (1991)

Pubblicato il 09/12/2003 / di / ateatro n. 057 / 0 commenti /
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Robert Lepage riallestisce la sua Trilogie des Dragons (1987), il mini-kolossal teatrale che in quasi sei ore racconta una storia lunga ottant’anni: uno dei suoi spettacoli più belli ed emozionanti, un capolavoro di complessità e semplicità che nel 1991 passò anche in Italia.
La nuova edizione della Trilogie ha debuttato al Festival des Amériques nel maggio di quest’anno; lo spettacolo sarà in Europa nelle prossime settimane; in particolare sarà a Berlino, e poi, il 4 e 5 ottobre prossimi, a Limoges per il festival Les Francophonies en Limousin, per passare infine a Madrid.
Qui di seguito la recensione della prima edizione dello spettacolo, in occasione del suo passaggio milanese dodici anni fa.

Una spianata coperta di sabbia, un misero gabbiotto di legno, un palo della luce, pochi oggetti scelti con cura, di immediata efficacia: questo è tutto quel che serve a Robert Lepage e ai suoi otto attori per raccontare, in sei ore, una vicenda che dura ottant’anni, dal 1910 ai giorni nostri, attraverso tre città (Québec City, Toronto, Vancouver), nella Trilogie des Dragons, spettacolo saga del Théâtre Repère.
Il nome del gruppo nasce dalla sigla che condensa il suo metodo di lavoro, vagamente manageriale – più o meno, esame delle risorse, obiettivi, valutazione, rappresentazione. Anche se poi il risultato finale è lontanissimo da ogni freddezza e calcolo, raccontando piuttosto per sensazioni un romanzo teatrale di ampio respiro, costruito intorno alla vicenda di due cugine, Jeanne (Marie Michaud) e Françoise (Marie Gignac). Nella prima scena le vediamo, bambine, giocare con scatole di scarpe che si trasformano, per incanto, nelle case e nelle botteghe del loro quartiere. Via via questo universo si popola di altre presenze: il barbiere (Richard Frechette), padre di Jeanne, brutale e beone, il bel Charles dai capelli rossi (Normand Bissonette), e poi William Crawfort, cittadino britannico nato a Hong Kong, e l’enigmatico Mr. Wang (Gaston Hubert), lavandaio cinese e trafficante d’oppio. Molti eventi hanno un sapore romanzesco: nella prima parte, Il drago verde, Jeanne si farà sedurre da Charles, suo padre la scoprirà, e la perderà in una partita a poker (una delle scene più evocative dello spettacolo); così la ragazza, seppure incinta, finirà per essere costretta a sposare il figlio di Wang. Ma il racconto procede più per invenzioni teatrali, per sintesi e metafore, per ellissi spesso costruite intorno a un gesto. E’ questo un secondo piano della Trilogie des Dragons, una ininterrotta danza dei corpi e delle cose, che scorre aldisotto della trama, e insieme la muove, sospingendola di situazione in situazione, per passare con facilità e leggerezza dalla comicità alla tragedia, dal frammento realistico o psicologico a brani coreografici, che ricordano a volte Pina Bausch.
Si avverte inoltre la presenza di un livello ancora più profondo: perché raccontando ottant’anni di storia del Canada, facendo interagire personaggi con origini e radici diversissime (canadesi francofoni e anglofoni, un cittadino britannico déraciné, immigranti cinesi e giapponesi), la Trilogie des Dragons traccia anche la storia di un possibile incontro tra culture, di una possibile integrazione. Tanto che alla fine della serata si creerà una situazione speculare e opposta a quella dell’infelice matrimonio di Jeanne, con l’amore tra Pierre, figlio di Françoise, e Yukali (Marie Brassard), figlia di una geisha e di un ufficiale americano.
E ancora, vengono evocate ciclicità e simmetrie di raggio più ampio, nello spazio e nel tempo, come se gli oggetti e le situazioni chiave che scandiscono la Trilogie fossero segni di incommensurabili destini. E’ un effetto che Lepage e soci riescono a raggiungere senza alcuna sottolineatura, con la messinscena di una vicenda molto complessa ma utilizzando i mezzi espressi più essenziali. Il risultato è uno spettacolo che scorre come un fiume, trascinando con il suo ritmo personaggi e situazioni, atmosfere e sentimenti, in una narrazione di respiro cinematografico, quasi da telenovela, eppure con una immediatezza e una concretezza teatrali. Ecco dunque le allusioni ai grandi eventi del secolo, ma anche le trasformazioni sociologiche, riflesse dal mutare di psicologie e atteggiamenti; ecco gli amori, e gli abbandoni romantici, ma anche drammi e sketch da commedia dell’arte (Françoise e la sua prima macchina da scrivere), esplosioni festose (la danza dei draghi, nel finale, con l’emblematico serpente piumato che si morde la coda) e riflessioni sul rapporto tra Oriente e Occidente, attraverso i diversi atteggiamenti di Pierre (Robert Belle Feville), artista concettuale e autore di installazioni nelle gallerie d’arte di Vancouver, e di Yukali, che nei suoi dipinti rappresenta draghi colorati e sentimenti personali. E, soprattutto, emerge un gioco di simmetrie discrete, appena accennate, che permettono di ritrovare in questa selva di eventi i fili rossi che li attraversano e forse possono dare loro un senso.
Peccato che lo spettacolo, presentato all’Ansaldo nell’ambito di «Milano Oltre», abbia richiamato poche decine di spettatori a replica, messi per di più a dura prova da una temperatura quasi artica.
(«il manifesto», 24 ottobre 1991)

Oliviero_Ponte_di_Pino

2003-09-12T00:00:00

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