Le recensioni di “ateatro”: 1918: Lezioni di teatro di Vsevolod Mejerchol’d a cura di Fausto Malcovati

Ubulibri, Milano, 2004

Pubblicato il 05/04/2004 / di / ateatro n. 066 / 0 commenti /

Il regista russo Vsevolod Mejerchol’d partiva dalla costruzione musicale dello spettacolo, dal suo ritmo interno e relativi intervalli, dall’analogia tra forma musicale e materiale drammaturgico, tra frasi sceniche e battute musicali e da una creazione all’insegna di un’identità ritmica scenico-attoriale dello spettacolo: «Il mio sogno è uno spettacolo provato sulla base di una musica e recitato senza, così che lo spettacolo e i suoi ritmi siano organizzati secondo le sue leggi, e ogni interprete le porti in sé». Nelle Lezioni del 1918, ovvero le lezioni stenografate da un allievo e curate nell’’edizione originale da Oleg Fel’dman ora tradotte e curate in italiano per Ubulibri da Fausto Malcovati, Mejerchold mette in luce la differenza tra arte teatrale e arte scenica, una campo di azione del regista, l’altra dell’attore; se la responsabilità della scena è concentrata nell’unica volontà del regista che «deve sviluppare il più ampiamente possibile la propria musicalità» per dirigere come un direttore d’orchestra il concertato teatrale e garantire, in stretto legame con l’architetto-scenografo, «il rispetto per la legge fondamentale della messinscena: la solidità architettonica della forma drammatica nel suo complesso’, l’attore è il ‘creatore dell’attimo presente», colui che definisce la «partitura» dei propri personaggi. L’attore biomeccanico di Mejerchol’d è dunque il vero nucleo della scena, in un raddoppiamento plastico-cinetico: l’utopia della Gesamkunstswerk diventa una «sintesi organica» tra attore e spazio. Le lezioni introducono al luogo teatrale, alla storia del teatro (con ampie riflessioni sull’idea di regia secondo Gordon Craig), alla Commedia dell’arte e al teatro italiano del Settecento a cui Mejerchol’d era particolarmente legato: Gozzi soprattutto e lo spettacolo di piazza.
Ma le lezioni riguardano soprattutto il lavoro del regista, dai suoi rapporti con gli altri professionisti del teatro (lo scenografo soprattutto) agli aspetti tecnico organizzativi del teatro, dal lavoro sul testo alla rappresentazione grafica della struttura del testo, alla stesura del copione.

«Nell’arte teatrale vengono a confluire varie arti: quella del drammaturgo (arte della parola), quella del regista, quella del musicista e quella dell’attore. Fine e compito del teatro è quello di riunire in un tutto organico questi elementi, che tuttavia quando entrano nell’ambito del teatro, subiscono alcune modificazioni. Per esempio la musica (in teatro assume un significato diverso, subordinato, mentre in una sala da concerto è musica pura ) e la pittura (la pittura da cavalletto e la pittura teatrale sono due cose diverse; solo apparentemente il pittore in teatro fa la stessa cosa, in realtà usa tele molto più grandi e un’altra tecnica). Questo significa che si verifica una forma di adattamento dei vari artisti alle esigenze del palcoscenico, e ciò non vale solo per i musicisti e i pittori, ma anche per gli attori.
(…)
Vediamo che per ogni settore dell’arte teatrale esistono particolari leggi. Quali sono dunque queste leggi che regolano la vita del teatro…
La pittura ha a che fare con lo spazio, la musica esiste solo nel tempo. Gli elementi del teatro invece si collocano sempre nello spazio e nel tempo, e dobbiamo dire che proprio questa combinazione di elementi spaziali e temporali rappresenta la massima difficoltà dell’arte teatrale. La scienza contemporanea sta indagando con particolare attenzione il problema del rapporto tra spazio e tempo. Prima si pensava che si trattassero di due entità assolutamente differenti, che si potessero studiare separatamente e indipendentemente l’una dall’altra. La nuova teoria della relatività invece ci rivela che questa concezione è completamente sbagliata: essendo il teatro un’arte che, a differenza di tutte le altre agisce contemporaneamente nello spazio e nel tempo, la rivoluzione in corso nelle scienze fisico-matematiche lo pone in una condizione particolare. Se infatti l’attore, una volta entrato in scena, rimanesse immobile, sarebbe una contraddizione: cesserebbe di essere un attore e diventerebbe un elemento di un quadro vivente. Un quadro vivente ‘non vi pare un vero e proprio assurdo artistico… E’ assurdo già l’’accostamento di queste due parole ‘quadro vivente’. Perché mai un quadro dovrebbe essere vivo e perché un essere vivente dovrebbe essere un quadro, quando tutto ciò che vive è in movimento’ Bisogna poi dire che l’attore, se vuole diventare uno degli elementi dell’arte teatrale, non può muoversi sul palcoscenico in modo arbitrario, ma deve obbedire alle leggi del movimento scenico.
Il teatro, agendo contemporaneamente nel tempo e nello spazio, è portato, accanto alla parola e al suono che dominano nella dimensione del tempo, a sottolineare l’’importanza della gestualità che si realizza nello spazio. Si delineano così per il regista nuovi compiti, legati alla coreografia e alla musica».

Anna_Maria_Monteverdi

2004-04-05T00:00:00




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