Pagine da non leggere mai

Vsevolod E. Mejerchol'd, L'ultimo atto. Interventi, processo e fucilazione a cura di Fausto Malcovati, La casa Usher, 2011

Pubblicato il 23/07/2012 / di / ateatro n. 139

“Queste pagine (…) si vorrebbe non fossero mai state scritte. Si vorrebbe non doverle leggere mai. Ma sono state scritte. Si devono leggere.”

Le pagine sono quelle – finora inedite anche in Russia – raccolte da Fausto Malcovati in L’ultimo atto. Interventi, processo e fucilazione (traduzione di Silvana de Vidovich e Emanuela Guercetti, La casa Usher, 2011). Sulla copertina, con il nome e una foto segnaletica, il volto livido e scolpito, di profilo e di fronte, figura come autore Vsevolod E. Mejerchol’d, uno dei padri del teatro moderno.
In questo libro-dossier Malcovati ha ricostruito e commentato il meccanismo infernale che ha portato alla fucilazione del regista, condannato a morte come sabotatore, spia e cospiratore trockista (la sua fine era rimasta a lungo misteriosa). Mejerchol’d è una delle vittime più illustri del terrore di massa dell’era staliniana. E’ l’allievo più brillante – ancorché “eretico” – di Stanislavskij: l’anziano maestro, fiore all’occhiello della cultura sovietica, lo protegge fino all’ultimo.
Dal 1935, negli ultimi cinque anni, il regista non ha potuto portare in scena nemmeno uno spettacolo: tutti i suoi progetti e le sue messinscene sono stati bloccati dalla censura.
Nel 1936 l’organo ufficiale del Partito Comunista, la “Pravda”, nel quadro della campagna contro il “formalismo” (in una caccia alle streghe che coinvolge anche Šostaković e Ejšenstein) si inventa un capo d’accusa, il dispregiativo mejerchol’dovščina. L’interessato reagisce, si dissocia da sé stesso in un intervento che intitola “Mejerchol’d contro la mejerchol’dovščina“. Non basta. Nel 1937 gli attacchi sulla “Pravda” riprendono. Il collettivo del suo teatro, il GOSTIM, indice un’assemblea plenaria, che si tiene tra il 22 e il 25 dicembre. Mejerchol’d interviene con la solita passione. Non vuole polemizzare, accetta le accuse: “Siamo colpevoli di aver rallentato il cammino del teatro sovietico verso il pieno dominio del realismo socialista”. L’autocritica non serve a nulla, anzi.
Tra i colleghi, uno solo prova a difenderlo: è uno dei falegnami del teatro, si chiama Kanyšyn: chiede di “dare la possibilità al direttore artistico di ottenere un nuovo palcoscenico. E se vedremo che anche lì l’idea del Maestro fallisce, diremo: compagno Mejerchol’d, lei è invecchiato, ha lavorato, ora lasci il posto ai giovani” (pp. 152-153). Gli altri – i membri di una compagnia che lavora con lui da quindici anni – lo attaccano da tutti i fronti: il popolo non ha bisogno della mediazione degli intellettuali presuntuosi e arroganti, e poi ci sono “fretta e leggerezza nella preparazione degli spettacoli, (…) pessimi rapporti con gli attori, animosità e prepotenza con i collaboratori, totale disorganizzazione nei programmi, formazione di gruppi di lavoro inutili e inefficienti, progetti confusi, campati in aria, tendenza a estendere al collettivo le responsabilità del disastro che è invece solo sua” (p. 18).
La morsa si stringe. Uno dei maestri del teatro mondiale è ridotto al silenzio, ma a Stalin non basta: . Il 7 agosto 1938 muore Staniskavskij. Mejerchol’d rimane senza difesa, malgrado gli attestati di stima che continuarono ad arrivare da Occidente (compresa una generosa lettera aperta di Edward Gordon Craig).
Il 20 giugno 1939 Mejerchol’d viene arrestato e finisce nella temutissima Lubianka, il carcere dello NKVD (il predecessore del KGB).
Viene torturato, costretto a confessare, ovvero a inventare false accuse contro sé stesso e gli altri.
Nel frattempo, venticinque giorni dopo l’arresto, due sconosciuti entrano nel suo appartamento passando dal balcone e accoltellano Zinaida Rajch, attrice e moglie del regista. Muore mentre la trasportano all’ospedale, l’omicidio resta impunito, l’appartamento viene sgombrato nel giro di 48 ore e subito diviso in due: la prima metà viene assegnata a una delle segretarie di Beria (il capo dell’NKDV), l’altra al suo autista.
L’attore Moskvin, deputato al Soviet Supremo, prova a intercedere presso Stalin: si sente “rispondere con freddezza che il regista era una sabotatore a lungo dissimulato e finalmente smascherato dagli organi del NKVD” (p. 27). Il calvario di Mejerchol’d continua. Si ribella per l’ultima volta:

“Qui mi hanno picchiato – un vecchio malato di sessantacinque anni: mi mettevano sul pavimento con la faccia in giù, picchiavano con un cordone di gomma sui talloni e sulla schiena; quando stavo seduto alla sedia, con la stessa gomma mi picchiavano sulle gambe (…) Nei giorni successivi ancora picchiavano con quel cordone sulle ecchimosi rosse, blu e gialle, e il dolore era tale che mi sembrava che sulle parti malate e sensibili delle gambe versassero acqua bollente.” (p. 23)

Chiede di poter rettificare la sua testimonianza, invano. Difende con passione disperata la propria vita, anche anche la propria dignità di uomo e di artista, fino all’ultimo.
L’ultimo documento è un laconico certificato:

“La condanna alla fucilazione di Mejerchol’d-Rajch Vsevolod Emil’ević è stata eseguita il 2 febbraio 1940.”

Nella sua agghiacciante geometria, L’ultimo atto è una delle più efficaci illustrazione di quella terribile tragedia che è stato il Novecento: una tragedia politica, ma anche culturale e morale. Leggere questi documenti – e decodificarli, come ci aiuta a fare Fausto Malcovati, sulla base del contesto storico, ma anche delle tendenze culturali e artistiche, oltre che delle diverse personalità coinvolte – ci aiuta a capire e a dare un giudizio su quello che è successo.
Vsevolod E. Mejerchol’dnellaate@tropedia.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2012-07-23T00:00:00




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