Peter & Robert, rock e teatro in tour

Il teatro di Robert Lepage nei concerti di Peter Gabriel

Pubblicato il 15/12/2004 / di / ateatro n. 078 / 0 commenti /
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Credo sia necessario ripercorrere, seppur limitandosi ad alcuni aspetti, la biografia di Peter Gabriel, le tappe del suo percorso artistico – per certi versi unico, all’’interno del panorama rock mondiale – in modo da far emergere le affinità che legano il musicista inglese alla personalità, alla poetica e al lavoro di Robert Lepage: tratti comuni capaci di mettere in connessione due carriere il cui incontro ha dato vita a tre tour mondiali memorabili: il “Secret World Tour” del 1993, il “Growin Up Tour” del 2003, lo “Still Growing Up Tour” del 2004.

Per descrivere questo incontro artistico sarebbe probabilmente riduttivo definire Lepage lo «scenografo» dei concerti di Gabriel: le caratteristiche espressive, per molti versi profondamente simili, che legano i due autori hanno permesso la realizzazione “a quattro mani” della regia di un evento multimediale affascinante e complesso, ipertecnologico e camaleonticamente multiforme, capace di amplificare drammaturgicamente il significato dei testi e della musica, e di proporre messaggi e significati grazie a una sapiente contaminazione di linguaggi diversi che vanno dal teatro al cinema, dal video alla danza.
Peter Brian Gabriel è nato a Cobham, nella contea di Surrey (U.K), il 13 febbraio 1950 (sette anni prima della nascita di Lepage: i due artisti appartengono alla stessa generazione). Fin da bambino prende lezioni di pianoforte, lo strumento che oggi il musicista utilizza abitualmente nei suoi concerti: è il suo primo contatto con la musica.
La famiglia Gabriel passava spesso le vacanze estive a casa del nonno di Peter. Lui e la sorella Anna amavano passare ore e ore a rovistare nel solaio della vecchia casa vittoriana di famiglia: lì si trovava un baule pieno di costumi teatrali, di bizzarre maschere carnevalesche. Questa sorta di “baule dell’attore”, degno di una compagnia dell’Arte, è la molla che fa scattare nel piccolo Peter la passione per il travestimento, per la rappresentazione di sé attraverso la metamorfosi dell’aspetto e della personalità, per l’uso della maschera. E’ importante notare che il “camaleontismo” è da sempre una delle cifre stilistiche di Gabriel: il periodo che ha visto l’autore inglese legato ai Genesis è fortemente caratterizzato dalle performances dal gusto teatrale che Gabriel ha saputo regalare al pubblico; nei concerti interpretava i personaggi delle sue canzoni ricorrendo a travestimenti e trucco, e a una gestica perfettamente calibrata sul contenuto dei testi e sul desiderio di comunicare fisicamente il loro messaggio. Fin dai primi concerti dei Genesis fu chiara la componente drammaturgica che Gabriel – indiscusso leader del gruppo e “mente” dei progetti della formazione (anche dal punto di vista mediatico, infatti, erano spesso i costumi e i travestimenti di Gabriel a fare notizia e ad occupare le foto di giornali e riviste) – volle imprimere alle esibizioni della band. Anche questo elemento, e questo tipo di sensibilità artistica, spiegano perché Gabriel abbia scelto Robert Lepage, attore, autore e regista, per realizzare i suoi concerti.
Peter Gabriel comincia a suonare con i Genesis nel 1967 e deciderà di uscire dal gruppo nel 1975: sono otto anni così carichi di stimoli e innovazioni (sia musicali che spettacolari) da cambiare i lineamenti del rock mondiale e imprimere un’evoluzione determinante alla tipologia della performance live. L’album che consacra la fama del gruppo è The Lamb Lies Down On Broadway (1974), una sorta di “opera rock”: è con questo lavoro che a Gabriel viene l’idea di trasferire sul grande schermo i contenuti del disco e del tour, di raccontare attraverso il cinema i lati nascosti di un’opera che il pubblico conosce solo per ciò che ha sentito dal palco dei concerti o dai solchi del vinile. Anche la vita delle creazioni di Lepage si snoda spesso attraverso più livelli espressivi, caratterizzati dall’utilizzo di differenti media: uno spettacolo teatrale può ad esempio trovare la sua forma, “cristallizzarsi” sui palcoscenici del mondo e poi continuare il proprio percorso artistico e la propria storia all’interno di un film, di un libro, di una scenografia di un concerto. Mi sembra che sia significativo che già nel ’74 Gabriel abbia lanciato l’idea di creare un’opera fruibile con modalità e in ambiti diversi: questa capacità di vedere la vita della creazione artistica come una somma di differenti passaggi, come la caleidoscopica apparizione di diversi linguaggi facenti capo allo stesso messaggio, avvicina il lavoro di Lepage a quello di Gabriel (Gabriel non riuscì a realizzare il film su The Lamb, non trovando una sponsorizzazione che potesse coprire gli altissimi costi dell’impresa: avrà però modo di rifarsi in epoca multimediale, nella seconda metà degli anni Novanta, quando usciranno i suoi due cd-rom, Xplora 1 e Eve. Peter Gabriel è stato il primo artista a realizzare dei cd-rom multimediali, grazie ai quali l’utente può scegliere vari percorsi da seguire per scoprire i pezzi dell’enorme puzzle – tanto per usare l’immagine di un “oggetto-risorsa” caro a Lepage – dietro il quale si cela la vita e l’opera dell’autore inglese).
Dopo The Lamb, Gabriel decise di lasciare i Genesis: scrisse una lettera aperta al settimanale “Melody Maker”, in cui spiegava le ragioni di questo divorzio artistico (la rottura tra Gabriel e i Genesis avvenne probabilmente per ragioni non molto diverse da quelle che spinsero Robert Lepage ad allontanarsi da Théâtre Repère: dietro a queste due decisioni si può leggere la stessa voglia di non veder “ingabbiato” il proprio talento espressivo e comunicativo). Un passaggio della lettera di Peter Gabriel dice: “Credo che l’uso dei suoni e delle immagini visuali possa essere sviluppato per realizzare molto di più di quanto noi abbiamo fatto, ma ragionando in termini generali, è necessaria una direzione chiara e coerente che il nostro sistema collegiale pseudodemocratico non era in grado di fornire”; questo desiderio di sperimentazione e di ricerca espressiva, in qualche modo limitato nella sua corsa visionaria dai meccanismi e dalle regole della band, porterà Gabriel lungo un percorso artistico che passerà – in epoca post-Genesis – attraverso un attentissimo uso del corpo e della mimica, lo studio delle tradizioni e degli stili musicali di tutto il mondo (è lui a lanciare la “world music”), la collaborazione con alcuni degli artisti più significativi del panorama internazionale, la creazione di una propria casa discografica (la “Real World”, etichetta impegnata a far conoscere artisti di musica etnica poco noti a livello internazionale), l’incontro con Robert Lepage per gli ultimi, grandiosi tour.
Molti di questi aspetti – ingredienti di una carriera solistica che da anni non smette di far parlare di sé, per le sue trovate geniali, per la qualità del prodotto artistico, per la capacità di stupire costantemente il pubblico con performance che sembrano provenire dal futuro e che nel futuro proiettano chi assiste all’evento – sembrano avvicinarsi notevolmente a Robert Lepage, costruendo un’affinità di fondo che in qualche modo prelude al loro incontro del ’93: Lepage ha una preparazione teatrale che passa dalla scuola di mimo, e i suoi spettacoli sfruttano moltissimo il linguaggio del corpo; il suo interesse per la cultura e per le tradizioni dei paesi lontani (tra cui gioca un ruolo privilegiato la fascinazione per l’Oriente: è utile sottolineare che Gabriel ha studiato molto la musica orientale e i suoi strumenti, ampiamente utilizzati negli album da solista); l’arte di Robert Lepage utilizza costantemente la tecnologia, che negli anni è diventata il mezzo attraverso cui l’autore canadese è arrivato alla costruzione di una poetica assolutamente personale, di un linguaggio mediatico capace di prolungare ed enfatizzare l’”umanità” dei personaggi in scena grazie ad un codice espressivo giocato sulla contaminazione di diversi codici e generi. E’ questo il punto d’incontro dei due artisti, la tecnologia che diventa “maschera” del performer e suo deuteragonista, strumento della sua espressività e parte integrante del suo linguaggio. La prima “maschera mediatica” che Gabriel e Lepage creano va in scena, come si è detto, con i concerti del “Secret World Tour” del 1993: in una delle canzoni più famose tra quelle scelte per il tour e per il dvd (del quale è la prima traccia), Come Talk To Me (apparsa per la prima volta nell’album Us del 1992, un disco fortemente autobiografico), è possibile vedere come la regia pensata da Lepage e da Gabriel, e le scenografie che caratterizzano la performance live, si rifacciano a quel concetto di “oggetto-risorsa” fondamentale anche per i lavori teatrali dell’artista canadese. La cabina telefonica, la conversazione al telefono (il concerto si apre appunto con lo squillo di un telefono) sono elementi molto ricorrenti in Lepage: la stessa cabina telefonica rossa che Gabriel usa in Come Talk To Me caratterizza anche la scenografia di The Busker’s Opera (articolata da Lepage lungo il percorso metamorfico di questo oggetto-risorsa: unico oggetto in scena, essa si trasforma fino a rappresentare, contenere, far vivere, luoghi e contesti diversissimi come un carcere o un locale a luci rosse) e il tema del telefono permea di sé Les aguilles et l’opium (La voix humaine di Cocteau, autore amatissimo da Lepage, è la “pièce telefonica” che in gran parte ha ispirato il lavoro del canadese). La canzone parla del desiderio di usare la parola per trasmettere all’altro, al mondo, qualcosa di sensato, della volontà di ristabilire un dialogo che sta scomparendo: spesso la comunicazione che va ristabilita è quella con noi stessi (In La face cachée de la lune, la volontà di ripristinare una comunicazione possibile col fratello equivale al desiderio di riscoprire il proprio Io). In questo brano si vede come Gabriel utilizzi molto la gestica per potenziare il valore espressivo del proprio testo: con fatica, il filo della cornetta viene allungato per cercare di raggiungere una possibilità di dialogo-contatto rappresentata dalla corista. In Secret World, il brano che dà il titolo al tour (e che ricompare anche in “Growing Up”), Gabriel parla della lontananza che spesso può separare due persone apparentemente molto vicine: il tema del distacco, della scomparsa, della ricerca di una comunicazione necessaria, della speranza di ritrovarsi, torna molto spesso anche negli spettacoli di Lepage (la triste vicenda autobiografica di Polygraphe; l’incomunicabilità, le separazioni e i ricongiungimenti di Les plaques tectoniques, la “disintossicazione amorosa” di Lepage in Les aguilles et l’opium ecc.).

Vediamo più dettagliatamente le caratteristiche “lepagiane” del “Secret World Tour”, tra le tournée di Gabriel quella sicuramente più teatrale: il dvd ha una presentazione giocata sulle ombre cinesi, e che verrà riproposta all’inizio di Kiss the Frog; l’ombra sullo schermo suggerisce infatti l’idea della trasformazione di un corpo che da minuscolo si fa sempre più grande (la rana diventa Principe…). Per tutte le scenografie dei brani lo schermo girevole – una delle cifre più riconoscibili dello stile di Robert Lepage – usato in modi sempre diversi, resta una costante.
In Steam sullo schermo gigante vengono proiettate immagini filmiche ce rendono l’atmosfera di un film anni Venti: non sarà un caso che la sequenza scelta da L. sia una di quelle da “cinema della modernità”, da fascinazione per la macchina e per il movimento (l’inquadratura è caratterizzata dal movimento della ruota di una locomotiva a vapore); in Slow Marimbas si vede chiaramente come tutti i componenti della band partecipino ai movimenti coreografici, caratterizzati da una coralità che richiama le danze africane e i riti tribali.

In Shaking the Tree si ha un albero che emerge da sotto il palco: nella parte inferiore del palcoscenico sono installati numerosi ascensori capaci di far apparire/scomparire oggetti e persone; per Blood of Eden vengono impiegate metonimicamente delle forti luci rosse che trasformano l’albero in quello del Peccato Originale; in San Jacinto c’è un abbondante uso delle ombre cinesi e dello schermo girevole: la presenza della Luna (elemento femminile, madre, specchio della propria anima…) fa sì che questo brano sembri un vero e proprio spettacolo di Lepage; in Digging in the Dirt c’è l’uso della telecamera per autoriprendere la propria immagine proiettandola sullo schermo gigante (tema dell’autocontemplazione, della ricerca interiore); interessante, all’inizio di Sledge Hammer, il charleston della batteria sincronizzato con il loop della sequenza proiettata sullo schermo.
In Secret World, brano veramente spettacolare dal punto di vista scenografico, si ha l’uso del dolly, e di una telecamera fissata su una delle estremità dello schermo girevole (che viene tenuto in costante movimento): il risultato è una sorta di straniamento che deriva da un vorticismo ipnotico, da una “roteazione totale” di tutto e di tutti. Il nastro scorrevole viene usato metonimicamente per dare l’idea del terminal di un aeroporto: tutti scompaiono all’interno della valigia di Gabriel (la gag di Levin, il bassista della band, ricorda le aperture verso il territorio del comico che spesso caratterizzano la drammaturgia lepagiana: sottili iniezioni di verve umoristica spesso usate per controbilanciare un passaggio narrativo caratterizzato da forte tensione emotiva): infine, come fosse un sipario, cala su tutto una sorta di soffitto a forma di astronave. Quando esso si rialza, tutti i musicisti sono di nuovo al loro posto per le ultima note del dvd.
Il “Growing Up Tour” arriva dopo una lunga pausa dell’attività live di Gabriel, dieci anni durante i quali il musicista ha continuato la sua ricerca artistica e la sperimentazione delle più raffinate tecnologie: il risultato di tale lavoro viene racchiuso nello show del tour mondiale del 2003, un evento mediatico di grande impatto, per la realizzazione del quale Gabriel chiede di nuovo la collaborazione di Lepage. Il palco per i concerti del tour è circolare, pensato in modo da “immergersi” nel pubblico (cosa che dà un sapore particolare al senso della presenza di chi guarda l’evento: affiora l’idea dell’”essere” lo spettacolo, anziché assistervi, e quella della rottura della frontalità cara anche al teatro di Lepage), e articolato su due differenti piani, collegati da una specie di ascensore interno che permette il cambio di scenografie e di strumenti (un funzionamento che ricorda un po’ i pageants inglesi di medievale memoria). Per tutto il concerto, la macchina spettacolare è mossa e controllata da un piccolo esercito di uomini in tuta arancione fosforescente, perfettamente (e non poteva essere altrimenti) visibili nei loro movimenti: appare chiaro in questa scelta la volontà di “denudare” il meccanismo che regola lo spettacolo, mettendo in mostra la componente umana (ma, di conseguenza, anche quella tecnologica) che sta alla base del castello di luci e immagini visibile sul palco. Questa scelta richiama da vicino una delle cifre stilistiche tipiche di Lepage, quella cioè di non occultare ciò che crea gli effetti dello spettacolo (l’intervento misterioso della tecnologia, e la conseguente non spiegabilità del “trucco”, creerebbero secondo Lepage una “sudditanza psicologica” dell’uomo nei confronti della macchina, con effetti negativi per la comprensione e la fruibilità della performance). Uno dei momenti più emozionanti del concerto è sicuramente quello caratterizzato dalla discesa sul palco dell’enorme sfera di gomma che Gabriel usa per il brano Growin up: una sorta di luna-utero (mirabolante oggetto-risorsa) all’interno della quale Gabriel entra per farla rotolare per tutto il palco; la sfera rappresenta il nostro Io, che dobbiamo perlustrare e indagare per crescere (in La face cachée de la lune Lepage ci accompagna in una esplorazione che si articola su un doppio binario: quella del “lato oscuro” della luna – non è probabilmente un caso se la sfera di Gabriel riproduce la superficie lunare – e quella del proprio Io e della propria coscienza, attraverso le vicende di Philippe e del fratello).

In Downside up, Gabriel e la figlia Melanie cantano appesi a testa in giù ai tubi del palco, che intanto si è alzato: in molte delle sue performance Gabriel usa una forte fisicità e una notevole componente atletica (in una sua partecipazione al Festival di Sanremo si fece letteralmente catapultare sopra il pubblico grazie ad un’imbracatura appesa a fili d’acciaio): anche questa caratteristica trova un suo riscontro nei movimenti acrobatici che Lepage prevede nei suoi spettacoli (come per esempio in Les aguilles et l’opium). Elementi come questi fanno capire il successo del lavoro della coppia Lepage-Gabriel, due artisti che fanno agire le loro creature all’interno di un simile universo caleidoscopico, dove l’uso di monitor in scena che propongono immagini registrate o live (durante il concerto Gabriel gioca spesso a riprendere con una telecamera il pubblico, proponendo un inedito punto di vista del performer capace di interagire con la scena e di creare una seducente esperienza visionaria), e di un’illuminazione utilizzata in funzione diegetica, mirata a creare mondi apparenti che si animano tra luci e ombre (la scenografia craighiana fatta di luce e movimento è sicuramente un punto di riferimento per questa ricerca), richiedono un approccio percettivo inedito allo spettatore, approccio che le ricerche di “Ex machina” e le sue creazioni hanno contribuito fortemente a formare.

Andrea_Lanini

2004-12-15T00:00:00

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