Per Paolo Rosa, in memoria (1949-2013) [prima parte]

Con interventi di Boccia Artieri, Danese, di Brino, Di Marino, Francione, Gemini, Giannachi, La Spada, Mastropasqua, Paolin, Petri, Rimini, Verde

Pubblicato il 25/08/2013 / di / ateatro n. 144 / 0 commenti /
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Lo avevo sentito poco prima di Ferragosto per chiedergli se sottoscriveva l’appello che il Comitato per la difesa della storica Piazza Verdi della Spezia aveva predisposto contro il progetto di rifacimento architettonico di Vannetti-Buren. Ci servivano grossi nomi che aderissero – aveva già firmato Salvatore Settis – e soprattutto ci servivano persone che credessero in questa battaglia per la tutela del patrimonio storico artistico. Come membro del Comitato lo contattai e Paolo mi aveva risposto così:

Cara Anna pur non essendo un assiduo praticante di firme, in questo caso per Piazza Verdi ritengo opportuno, al di là dell’amicizia, sostenere la vostra mobilitazione. Sottoscrivo volentieri il vostro appello e mi affianco alla vostra determinazione.
Un abbraccio Paolo

Ho conosciuto Paolo e le opere di Studio Azzurro nelle aule universitarie del Dipartimento di Storia delle Arti a Pisa agli inizi degli anni Novanta, dopo che mi ero laureata in Storia del Teatro e dopo aver occupato l’Ateneo all’epoca della Pantera. Una storia comune a molti di noi che hanno per la prima volta sentito parlare di videoarte, innamorandocene, nelle lezioni di Sandra Lischi e dai testi di Andrea Balzola. Ed è la storia mia e di Andreina di Brino, Silvana Vassallo, Simonetta Cargioli, Sara Petri, Anna Lagorio…
Paolo era la persona che più di ogni altro ci aveva fatto comprendere la bellezza della tecnica, conducendoci nei territori dell’io attraverso monitor, schermi e dispositivi interattivi. In un modo o nell’altro, nella pratica o nella teoria, nell’organizzazione e nella ricerca, tutte abbiamo fatto della multimedialità e della videoarte una professione. Negli anni pisani per la prima volta lego la videoarte con i miei studi di teatro: scopro che Studio Azzurro nel 1985/1987 aveva creato un esempio-faro di videoteatro insieme con Giorgio Barberio Corsetti (Correva come un lungo segno bianco e Camera astratta) e da lì comincia la mia ricerca -che continua ancora oggi- in un territorio che va a lambire installazione, digital video, interaction design e performance. Paolo Rosa era in quei lontani anni di formazione, il nostro punto di riferimento, il “media guru”, la sua presenza in aula o a Ondavideo, un evento imperdibile, le inaugurazioni delle installazioni o gli spettacoli di Studio Azzurro un appuntamento a cui andare con varie ore di anticipo. Quante volte a lezione negli anni a venire, avrei fatto vedere i materiali video di Studio Azzurro, i progetti in forma di disegni di Paolo, quanto l’ho citato nei miei libri, quante volte ci siamo incrociati a conferenze, proiezioni, festival. Eravamo insieme nella giuria del Riccione TTV, ai convegni di videoteatro al Dams di Bologna e poi abbiamo condiviso il lavoro dentro l’Accademia a Brera – lui come direttore del Dipartimento di Arti applicate e io come docente dal 2005 di Digital video, una materia che prevedeva evidentemente, proprio lo studio dei suoi lavori. Paolo era generoso e voleva che la sua arte fosse condivisa. Proprio come Giacomo Verde, Theo Eshetu, Robert Cahen… ovvero quella generazione che ha restituito valore politico, sociale, etico all’arte elettronica.
Di Paolo voglio ricordare due episodi che mi hanno segnato profondamente. Il primo fu nel 1994 quando lo invitai alla Spezia per Visioni elettroniche, una rassegna di videoarte che ideammo io e Simonetta Cargioli in collegamento con Ondavideo di Sandra Lischi: Paolo venne a parlarci dell’attività di Studio Azzurro e proiettammo materiali nella saletta del Centro delle Comunicazione. Mi preparai guardando lo speciale Tv realizzato da Enrico Ghezzi per Fuori orario e leggendo i cataloghi di Valentina Valentini per Taormina. A Paolo piacque questa introduzione un po’ emozionata e mi disse che mi avrebbe contattato di lì a poco. Lo fece, mi propose di far parte di un team di giovani critici che avrebbero dovuto scrivere degli interventi sulle opere di Studio Azzurro per la casa editrice Lindau, in occasione di una grande mostra torinese collegata con l’inaugurazione della prima installazione interattiva, Coro alla Mole Antonelliana. L’organizzazione generale era di Domenico De Gaetano. Passai un agosto a guardarmi decine di volte i video, a leggere libri, poi decisi di occuparmi di una installazione forse minore, Il viaggio, realizzata con telecamere a raggi X, quelle ad uso della polizia aereoportuale. Nella mia idea, c’era qualcosa di Duchamp. Ho ritrovato quel vecchio libro in un remainders di Torino un anno fa e a rileggere il mio saggio oggi, trovo che ci sono delle ingenuità, ma ricordo la passione con cui lo scrissi. Fu il mio primo intervento sull’arte elettronica in assoluto, quello che si dice “un battesimo”. Paolo mi diede una grande opportunità, credendo in me, e di questo lo ringrazio. Nel libro condividevo lo spazio con Alessandro Amaducci, Andrea Lissoni, Fabio Francione, Andreina di Brino. Anche le loro vite si sono intrecciate con gli studi tecnologici e nell’arte video.
Il secondo episodio ha qualcosa di magico. Silvana Vassallo organizzò insieme con Paolo una installazione interattiva molto bella a firma di Studio Azzurro, Il soffio sull’angelo per i dipartimenti di matematica dell’Università di Pisa. Alcuni paracadute che si gonfiavano con aria che arrivava regolata da un sistema pneumatico collegato con il movimento degli spettatori. Dentro i paracadute, uomini e donne, quasi contorti come i corpi michelangioleschi. Andai all’inaugurazione e rimasi molto colpita, così tornando a Spezia, scrissi alcune riflessioni sul tema del respiro che genera la vita, come nel teatro secondo Artaud. Lo stampai, cercai l’indirizzo di Studio azzurro e lo spedii via posta. Scrissi a Paolo che era il mio regalo per avermi dato queste emozioni, insomma, volevo ricambiare, se è vero che l’arte è prima di tutto un dialogo. Dopo alcuni giorni mi telefonò Silvana Vassallo, mi disse che a Paolo gli era piaciuto molto il mio pezzo e che ci teneva a inserirlo per il catalogo che ancora non era stato pubblicato. Lo intitolai Il rituale del respiro e recentemente l’ho voluto ripubblicare nel mio libro Nuovi media nuovo teatro. Paolo poteva permettersi i critici più accreditati e famosi, i docenti più illustri della materia, e diede questa opportunità di scrittura in un catalogo curatissimo a me, laureata da poco e senza titoli. Questo secondo battesimo elettronico mi fece decidere di continuare a studiare e a trovare definitivamente il mio lavoro in questo ambito come studiosa.
La mia vita poi, si è incrociata con quella di Giacomo Verde per dieci anni e le occasioni per incontrarsi, visto che Giac animava il personaggio virtuale Bit di Studio Azzurro/Stefano Roveda, furono tantissime. Un senso di sgomento quando ho dovuto chiamare Giacomo per avvisarlo dell’accaduto, ricordandomi le tante situazioni pubbliche di “amichevole scontro” sulle motivazioni estetiche dell’arte video e le loro reciproche posizioni, spesso divergenti. Bello quello che dice oggi Giacomo, paladino di un’idea di video indipendente e underground, rendendo omaggio all’amico con cui firmò il Manifesto “Per una cartografia del reale”: il mondo dell’arte non ha capito e non ha usato adeguatamente i suggerimenti di Paolo.
Lascio questo mio ultimo ricordo in video: l’intervento di Paolo per BookCity Milano al Teatro Franco Parenti nel novembre del 2012, per la presentazione del mio libro Nuovi media nuovo teatro. Anche in quell’occasione, generosamente, la profondità del suo intervento rese l’incontro un’occasione di altissimo livello per confrontarsi con l’antico tema del rapporto tra teatro e tecnica.

Grazie Paolo sarai sempre nei nostri pensieri, nelle nostre riflessioni, nei nostri ricordi; siamo ancora dentro una bolla, increduli.

Per ricordare Paolo Rosa martedì 27 agosto, dalle ore 17 alle ore 24, sarà aperta la camera ardente presso la Fabbrica del Vapore, via Procaccini, Milano.

Giovanni Boccia Artieri
(Docente di Sociologia dei New Media e Internet Studies, Università di Urbino Carlo Bo)

All’inizio degli anni ’90 era in piena esplosione la riflessione sulla relazione tra l’uomo e la macchina, dove per “macchine” pensavamo ai computer che cominciavano ad invadere gli spazi quotidiani di lavoro e di intrattenimento e ai quesiti che i diversi progetti sull’intelligenza artificiale ponevano. È in questo contesto che la visione poetica e politica di Paolo Rosa nelle realizzazione degli ambienti sensibili di Studio Azzurro va collocata. E lì che abbiamo cominciato a capire che l’interattività tra il corpo e le immagini digitali poteva svilupparsi attraverso percorsi tattili in cui l’astratto – il numerico del digitale – si fa concreto, tangibile, reattivo in modo semplice ed inaspettato. Non più solo immagini da percepire ma che ci percepiscono, abbandonando tutto l’artificio “pesante” che data glove, data suit e i caschi di Realtà Virtuale in quel momento ci sembravano indicare come strada per il futuro. Un progetto in fondo di etica del digitale oltre che di estetica in cui, come dice Paolo, dobbiamo pensare a come “le tecnologie introducono modalità di relazione straordinarie, come hanno già fatto nella società, e stanno rimodellando i nostri comportamenti e i nostri modi di comunicare. Credo che possano fare molto anche nell’arte: l’introduzione dell’interattività permette di generare una pratica relazionale che è una delle basi su cui fondare un nuovo modello estetico.”
Ecco allora gli spazi di fruizione collettiva (gli ambienti sensibili) che privilegiano una logica di interazione al plurale con le immagini piuttosto che di contemplazione solitaria. Una produzione di comportamenti dei molti che collaborano o divergono attraverso le possibilità mediali degli ambienti. Poi l’utilizzo di interfacce naturali: i tavoli da toccare (Tavoli. Perché queste mani mi toccano), i tappeti su cui camminare (Coro) o grandi tele-paracadute su cui soffiare (Il soffio sull’angelo). La macchina sparisce, l’oggetto virtualizzato è interagito attraverso la sensorialità naturale. O meglio attraverso il gesto quotidiano, senza innescare gesti che rappresentino una nuova frattura tra l’individuo e la tecnologia. Infine rinunciare a una tecnologia che è capace solo di raccontare se stessa in maniera feticista come capacità performativa, a favore di una narrazione che si genera compiutamente nell’interazione. Le storie che gli ambienti interattivi raccontano sono potenzialità inespresse finché lo spettatore non interagisce. Come dire: ci sono sentieri progettati che diventano produzione di senso a partire dalle singole esperienze di fruizione. Non c’è né automatismo né ripetitività. La realtà dell’interazione si produce nel momento nel quale s’interagisce e ogni interazione sarà diversa da ogni altra. Al centro resta l’esperienza e la relazione, una lezione di Paolo che ci ha proiettati nel futuro.

Roberto Danese
(Professore associato di Filologia classica, Università degli Studi “Carlo Bo”di Urbino)

Paolo Rosa era un artista con lo sguardo proteso in avanti, il testimonefautore delle contaminazioni creative che hanno dato un volto nuovo al nostro modo di presentarci e rappresentarci. L’officina di Studio Azzurro ha accompagnato e scandito le visioni del nostro tempo anticipandone forme e sostanze. Ma non è di questo che vorrei parlare per tracciare i margini del vuoto che la scomparsa di Paolo ha lasciato in tutti noi, ma in primis nella cultura ecumenica della visualità, della performance e dello sguardo.
Voglio invece recuperare alcune parole che Paolo disse in un’intervista rilasciata a “Il Sole 24Ore” il 19 gennaio 2012: «Siamo tutti stratificati nella nostra gloriosa storia, la portiamo nel nostro DNA, ma negli ultimi anni è stata molto svilita. Dobbiamo ritrovare questo filo conduttore perché sarà, probabilmente, la nostra salvezza. È l’unico punto da cui possiamo chiamare una certa capacità di emergere rispetto al mondo e valorizzare la nostra unicità». Raramente ho trovato tanta lucidità nell’analizzare i sintomi di una crisi cuturale durissima, ma anche nell’esprimere fiducia in un futuro che Paolo vedeva inevitabilmente incardinato nella lezione del passato. La sua sintesi è fenomenale e si snoda attorno a termini che, astratti e messi in sequenza, rappresentano come icone verbali la parabola culturale del nostro tempo: storia, unicità, svilimento, salvezza. E’ uno dei tanti doni che un artista di quelle dimensioni ha saputo lasciarci: non chiudiamolo in un cassetto per poi dimenticarcene; non pensiamo che il futuro si costruisca senza il rispetto per il passato. Paolo Rosa era un uomo profondamente radicato nella contemporaneità, ma ora appartiene già al nostro passato, alla nostra storia, purtroppo. Tocca a noi far sì che Paolo continui anche domani a vivere nelle nostre nuove idee, a darci qualche buon consiglio nel difficile cammino verso quella che lui stesso chiamava “la nostra salvezza”.

Andreina di Brino
(Studiosa di videoarte, curator)

8 novembre 2012.
L’appuntamento era stato fissato per le quattro del pomeriggio alla Fabbrica del Vapore. Rientrato da un paio di giorni dagli Stati Uniti, con impegni vari a cui rispondere e le lezioni all’Accademia di Brera appena ricominciate, Paolo arriva trafelato. Fino alla tarda mattinata non sono stata sicura che mi potesse ricevere, invece era riuscito a trovare del tempo anche per me. Il motivo dell’incontro, stavolta, è il tema della mia ricerca di dottorato, enucleato intorno al rapporto tra il disegno e le videoinstallazioni e sviluppato attraverso lo sguardo, e la “mano”, di più autori. Tra questi la scelta era appunto caduta anche su Paolo Rosa e Studio Azzurro, il collettivo artistico da lui fondato insieme a Leonardo Sangiorgi e a Fabio Cirifino (1982).
Prima di cominciare ci prendiamo un caffè e ci scambiamo qualche ricordo.
Tra questi alcuni legati a Pisa, ai felici momenti collegati al Soffio sull’Angelo (1997) e alla manifestazione Mediamorfosi ’98, nata proprio da una sua idea, dalle conversazioni emerse già con l’allestimento del Soffio all’ex Marzotto e dalle sollecitazioni critiche smosse da Paolo in quel periodo con il suo Rapporto confidenziale su un’esperienza interattiva, seme anche del convegno – interno a Mediamorfosi – Arte tra azione e contemplazione. Che belle giornate quelle. Che bello vedere, per un po’ di tempo, Pisa trasformata in una fucina vibrante di contemporaneità! Le installazioni erano disseminate un po’ ovunque per la città e tanti furono gli scambi e i contributi apportati da artisti, storici dell’arte, scienziati, musicologi, filosofi e teorici della comunicazione che si avvicendarono nel corso del convegno. I loro interventi furono tutti centrati proprio sui temi cari a Paolo: rifletterono su un’arte, come dichiarato nel titolo, non più soltanto della «contemplazione», ma anche dell’«azione»; affrontarono le problematiche etiche ed estetiche connesse all’interattività e ai vertiginosi sviluppi delle nuove tecnologie.1
Seduti nel suo studio, l’uno di fronte all’altra, cominciamo a lavorare.
Ci confrontiamo su varie tipologie di disegno: parliamo di schizzi, bozzetti più compiuti, varianti in corso d’opera, progetti tecnici, segni diventati disegni all’interno dell’opera stessa, o migrati di mano in mano, di superficie in superficie, come nel film L’osservatorio nucleare del sig. Nanof (1985) o in percorsi espositivi quali, a titolo di esempio, Sensible map. Portatori di storie (2008) o Sensitive City (2010). Nell’arco dell’incontro ripercorriamo per tappe la carriera artistica di Studio Azzurro.
Oltre ai lavori citati ci soffermiamo sui disegni di Luci di Inganni (1982), su quelli di Il giardino delle cose (1992), Il nuotatore (va troppo spesso ad Heidelberg) (1984), Tavoli (Perché queste mani mi toccano?) (1995), Coro (1995), Dove va tutta sta gente?(2000). Di ognuno Paolo mi restituisce un resoconto grafico ricco di informazioni. In merito alla stretta relazione con l’opera propone anche delle definizioni. Attribuisce, ad esempio, al processo del disegno – e ad alcuni disegni in particolare – il valore di atto «sinestetico» già sulla carta, ovvero di traccia mnemonica carica di «atmosfere» che si sommano, si nutrono di relazioni e, per raccordo, ne generano di ulteriori.
Il pomeriggio è intenso e stimolante. Con me ho carta, penna e computer.
Sono arrivata da Paolo, così come dagli altri artisti, volutamente senza telecamera, per essere più concentrata e presente, senza delegare al mezzo la memoria di quello e degli altri incontri.
Giunti a conclusione ci scambiamo dei pensieri su alcuni libri che mi ero portata dietro. Paolo mi dona anche tre cataloghi di alcune recenti esposizioni di Studio Azzurro; li custodirò gelosamente.
L’incontro novembrino si è trasformato in un testo di circa venti fittissime pagine. Lo pubblicherò senza potermi confrontare, purtroppo, di nuovo con lui – grande dispiacere anche questo.
Ma tra quelle pagine c’è, e rimarrà per sempre, un Paolo Rosa pressoché inedito, studiato ed esposto nel suo rapporto con la carta; raccontato attraverso i suoi fogli pieni di tracce e di idee.
Memorie durature i suoi disegni, come i suoi testi; forse più delle opere; e di riferimento per me e spero anche per altri. Universi in punta di biro o di matita; segni di un modo di pensare e creare; confronti preliminari verso l’uscita da sé e l’incontro con il pubblico; ritrovo di accordi, gesti, azioni, intenzioni e dialoghi – visionari e reali. Regie private che ho avuto la possibilità di approfondire grazie alla sua generosa disponibilità, altre volte testata.
Ricordo quando su invito di Sandra Lischi venne all’Università di Pisa insieme a Leonardo Sangiorgi. Già allora rimasi colpita dal suo modo di fare, dalla dolcezza, la chiarezza e la grande attenzione nei confronti di noi studenti, dimostrata anche quando parte di noi venne coinvolta a dare il proprio contributo alla pubblicazione di un libro su Studio Azzurro, per conto di Lindau. Era il 1995, la mia prima pubblicazione. Emozione e felicità.
Finito l’incontro decido di farmi tutta la strada a piedi per rientrare in albergo, a Porta Venezia. Non so i chilometri, ma so di aver impiegato circa un’ora per tornare indietro. Avevo bisogno di rimanere ancora un po’ là, dove ero appena stata. Carica di energia e di tutto quello che avevo ricevuto non potevo proprio prendere un mezzo per arrivare subito a destinazione.
Questa è stata l’ultima volta in cui mi sono trovata a tu per tu con Paolo.
In realtà in quei giorni a Milano era in corso anche Invideo, la Mostra internazionale di video e cinema oltre da anni rendez-vous importantissimo per chi si occupa di sperimentazione e immagini in movimento.
Paolo era stato invitato alla tavola rotonda dedicata agli archivi audiovisivi che si sarebbe tenuta il sabato mattina seguente. Io ero salita da Pisa a Milano per entrambi gli appuntamenti e per svolgere ulteriori ricerche, sempre ai fini della tesi dottorale.
Per le mie giornate milanesi mi ero preparata un calendario densissimo e, sempre prima di cominciare il nostro pomeriggio di lavoro, avevo raccontato a Paolo che ero salita anche per studiare i disegni di Vostell, presso la Fondazione Mudima. Si illuminò di gioia quando lo seppe. Mi disse di salutargli Gino di Maggio (presidente e fondatore della Fondazione, seppi in quella circostanza che era caro amico di Paolo) e sentii molto affetto nelle sue parole.
Lo avrei dunque incontrato di nuovo, stavolta soprattutto da uditrice. In più occasioni, nel corso della sua carriera artistica, Paolo Rosa si era interessato ed era intervenuto, sempre con il suo fare pacato, pieno di garbo, ma anche preciso, puntuale e all’occorrenza molto deciso e fermo, sulle spigolose questioni conservative e valorizzative dell’audiovisivo e del multimediale, richiamando attenzione sulle varie problematiche che comportano. Anche su questo lo avevo sentito parlare in varie occasioni e ho ancora vivo il ricordo del suo intervento alla Discoteca di Stato, in via Caetani a Roma – nel 2004, se non sbaglio – quando, preoccupato, espose le sue riflessioni sulle nuove disposizioni di legge riguardanti il cosiddetto «deposito legale» (106/2004), argomento davvero spinoso per chi si occupa di arti elettroniche, e su cui certamente non è qui il caso di dilungarsi.
Quel sabato mattina, memore di quanto mi aveva detto il giovedì, e sapendo di fare cosa graditissima a entrambi, venne con me anche Irene di Maggio, figlia di Gino. Paolo fu proprio contento della sorpresa; un bel momento per lui, per lei e per me.
Mai avrei pensato che quella sarebbe stata proprio l’ultima volta che ci saremmo visti.
Che grandissimo dispiacere.

Bruno Di Marino
(Critico di cinema e new media art)

E’ difficile parlare di Paolo Rosa artista separandolo dal Paolo Rosa uomo. Purtroppo abbiamo perduto due preziose persone in una. Da un lato il rigoroso professionista, l’infaticabile creativo-teorico, il grande pioniere non solo di una forma espressiva (la “videoarte”) ma di un modo nuovo di utilizzare i dispositivi tecnologici e di applicarli alle più svariate forme espressive (dal video al cinema, dal teatro all’architettura, dalla danza alla musica, dalle arti visive al design). Dall’altro un uomo dolce, sempre sorridente, disponibile, sereno, generoso con tutti ed entusiasta del mondo, un amico sincero. E’ raro trovare in un ambiente spesso cinico e poco attento alle relazioni umane autentiche una figura come quella di Paolo. Nel campo specifico del teatro, c’è poco da aggiungere: il lavoro di interfaccia tra drammaturgia, performance e arti elettroniche che Paolo e Studio Azzurro hanno condotto negli anni ’80 resta ancora oggi un modello ineguagliato (seppur perfezionato con gli anni anche da altri), un esempio di grande intelligenza interdisciplinare che ha rivoluzionato la scena italiana e internazionale. L’ulteriore evoluzione del linguaggio videoteatrale, che dagli anni ’90 fino ad oggi ha portato il gruppo milanese ha un’astrazione sempre maggiore e a una smaterializzazione della struttura fisica della scena (penso a Neither) o al trasferimento dell’interattività sul palco (penso a Galileo) assottigliando sempre di più il confine tra performer e fruitori, è una dimostrazione di come l’interesse di Paolo, Fabio, Leonardo e Stefano nei confronti di questa disciplina e delle infinite possibilità della messa in scena non sono mai scemate.
Studio Azzurro è sempre stato un gruppo all’avanguardia, non solo o non tanto per il primato tecnologico, per l’utilizzo di tecniche sempre più sofisticate prima degli altri, ma soprattutto per l’elaborazione teorica che ha accompagnato l’applicazione di queste tecniche. Accanto al lavoro sull’hardware e sul software, c’è stata una grande riflessione – quasi rinascimentale – sull’uomo e sulle sue emozioni, sul rapporto con la natura e il mondo, una scrittura creativa che potremmo quasi definire “poesia delle cose”. L’amore per il dispositivo non è mai stato feticistico, fine a se stesso, poiché sempre accompagnato dalla capacità di cogliere l’anima più profonda della techné. Quando domandavo a Paolo quale fosse l’elemento unificante del lavoro suo e di Studio Azzurro, il grado zero alla base della loro estetica così complessa, mi rispondeva: il disegno. Alla base di qualunque elaborazione altamente tecnologica c’era sempre la semplicità del segno. Era quello il punto di partenza, uno schizzo, uno storyboard fortemente stilizzato, uno schema. E davanti a me, nel mio studio, l’unica opera di Paolo che mi resta è la riproduzione di una delle pagine che componevano il bloc notes per lo spettacolo londinese The Cenci, che ha poi originato le installazioni, dette “miniature”, Origine e Deposizione. Nessuno può possedere l’arte smaterializzata di Studio Azzurro, un’arte archiviata in tanti hard disk, ma tutti possiamo conservare un’idea, un’emozione, un ricordo. Mi piace pensare che Paolo, su quel lungomare di Corfù, non se ne sia andato per sempre, ma si sia dissolto come in uno dei tanti effetti digitali utilizzati nei videoambienti o negli ambienti sensibili da lui creati.
Ciao Paolo.

Fabio Francione
(Studioso di teatro e cinema)

L’improvvisa morte per infarto di Paolo Rosa, avvenuta a Corfù, tra il 19 e il 20 agosto scorso, priva la comunità artistica italiana e non solo di uno dei protagonisti degli ultimi trent’anni della scena video elettronica mondiale. Era nato a Rimini 64 anni fa, non dimenticò la sua città alla quale dedicò Riminilux uno dei più bei documentari di ricostruzione tra le due guerre mondiali mai montati. Ha spaziato in più campi, cresciuto come pittore, si rivolge al video e al cinema negli anni settanta quando si trasferisce a Milano per intraprendere la carriera di insegnante e lega con Leonardo Sangiorgi e Fabio Cirifino il suo nome al collettivo Studio Azzurro. Tutta la sua attività verrà segnata con il nome del gruppo che oggi ha sede nella Fabbrica del Vapore, ma un tempo aveva base alla Bovisa. Spesso poco profeta in patria e apprezzatissimo in tutto il mondo dalla Germania al Giappone, Paolo Rosa ha speso l’intera sua vita alla ricerca di un’espressione artistica che anche attraverso l’evoluzione della tecnica conservi l’umanità dei piccoli gesti. L’ultima testimonianza è la partecipazione al Padiglione di Città del Vaticano all’ultima Biennale in cui la video installazione In principio(e poi) è affollata di persone sordomute o carcerate. Scriveva molto, tendeva a spiegare le sue teorie che trovano la loro summa in un libro scritto con Andrea Balzola L’arte fuori di sé. Chi si scrive si ferma qui, avendo avuto con Paolo Rosa un’amicizia durata vent’anni (fu lui a credere per primo nella mia capacità critica ospitando un mio scritto in una monografia sullo Studio Azzurro Mutazioni elettroniche) e che in tutto questo tempo è stata presenza discreta e dietro le quinte in tanti lavori fatti dalla retrospettiva su Beckett al Blob Americani dedicato a Jackson Pollock e Willem De Kooning passando per la fondazione del Lodi Film Festival e altre imprese che ora che non c’è più rischiano di cadere nel vuoto, quel vuoto che ha lasciato in molti.

Laura Gemini
(Università di Urbino Carlo Bo)

Durante il suo intervento in uno degli eventi organizzati dall’Università di Urbino in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Derrick de Kerckhove nel 2004, Paolo Rosa ha descritto Il miracolo dell’ostia di Paolo Uccello, esposto al Palazzo Ducale di Urbino, come una sorta di story board o meglio ancora come una di quelle forme proto-cinematografiche e televisive che hanno forgiato l’esperienza mediale del mondo. In questo come in altri ragionamenti che Paolo Rosa ci ha regalato nel tempo – con i lavori di Studio Azzurro, con gli scritti e con le parole – si coglie quel tipo di consapevolezza mediologica molto utile per capire e descrivere lo spirito del tempo, il regime culturale e dell’immaginario collettivo contemporaneo. Un tipo di ragionamento coerente peraltro con le parole che una decina di anni prima Paolo aveva esplicitato in riferimento al teatro, inteso come disciplina della fisicità, della matericità e dell’istantaneità chiamata al confronto con i linguaggi tecnologici (immaterialità, fluidificazione delle cose, ipertemporalità, ecc.) verso nuove forme poetiche e comunicative. Quelle forme che in tempi più recenti Paolo (con Andrea Balzola) ha saputo non causalmente rintracciare nel mutamento interno al sistema dell’arte e più in generale nelle dimensioni della comunicazione e del vissuto collettivo più vicine allo spirito dell’“età posttecnologica”, ovvero di quello stadio dell’evoluzione sociale caratterizzato dal cambiamento del senso della posizione nella comunicazione da parte degli individui che già la tradizione dell’arte tecnologica rivolta all’umano ci aveva fatto presagire.

Gabriella Giannachi
(Professor of Performance and New Media, Fellow of the Royal Society of Arts, Director Centre of Intermedia, Department of English, University of Exeter, UK)

Paolo Rosa è stato uno dei massimi artisti contemporanei italiani, non solo per la sua affascinante e significativa ricerca all’interno del settore artistico-tecnologico, ma, in assoluto, per la sensibilità e originalità con cui ha reinventato le estetiche del ventesimo per il ventunesimo secolo, Noto internazionalmente per la sua videoarte, le sue videoambientazioni interattive, i suoi saggi, e la sua collaborazione con Studio Azzurro, Paolo Rosa è una figura di fondamentale importanza, visionaria, costantemente all’avanguardia, che sarà certamente ricordata per molti anni a venire non solo per il suo genio artistico, il suo impegno politico, le sua capacità come ricercatore e insegnante ma anche e soprattutto per la sua profonda generosità come intellettuale che lo ha portato ad esprimere la sua visione dell’arte a tutti noi che ne abbiamo scritto per trent’anni e che abbiamo insegnato, e che continueremo a insegnare, la sua opera ai nostri studenti in Italia o, come me, all’estero, nella speranza di un mondo migliore.

Giuseppe La Spada
(videomaker e net artist, docente alla Scuola di Nuove tecnologie dell’Accademia di Brera)

Per chi ha la mia età e per tutti i giovani che si accingono a questo percorso, va via un grande punto di riferimento italiano, nel senso stilistico e progettuale; va via chi ha contribuito a creare quell’immaginario a cui oggi siamo abituati quando parliamo di arte legata alle tecnologie, di meraviglia legata all’immagine in movimento, all’interazione. Va via chi ha coniato l’arte plurale, chi ha dato un senso olistico a cose spesso fruite singolarmente.

Fernando Mastropasqua
(Studioso di Teatro, già docente di Storia del Teatro all’Università di Pisa)

Le domande che Paolo Rosa ha posto nella sua intensa ricerca di forme sottratte alle convenzioni come al compiacimento di innovazioni puramente narcisistiche, quando non addirittura casuali, disancorate da ogni consapevolezza di espressione, rimangono tutte aperte. E non perché egli non abbia dato delle risposte, ma perché quelle risposte nascevano da una esperienza e da una necessità di sperimentazione che è nella natura stessa del teatro, anche quando non sia più propriamente teatro, ma video, installazione, linguaggio digitale, opera interattiva, ecc. Non è un caso che, agli albori del teatro, la parola che indicava l’attore aveva qualcosa a che fare con ‘colui che dà una risposta’. Appunto perché il fine del teatro era fondamentalmente ‘porre domande’. Ora che Paolo Rosa non è più con noi per illuminarci con le sue risposte, il modo migliore per ricordarlo è quello di continuare a cercare le infinite risposte. E in quel modo rigoroso e appassionato che lui ci ha insegnato. Da professore di teatro, e non da esperto di media e nuove tecnologie, ho fatto tesoro, e tenuto come guida critica, della sua affermazione che le nuove tecnologie portano a pensieri diversi. Il pensiero, sollecitato oltre ogni convenzione, scopre così la capacità, il più delle volte ignorata, che il nuovo mezzo ha di aprire la visione a un impensato mondo di forme, impenetrabile ai modi, fino allora conosciuti e praticati, del narrare, immaginare, costruire, pensare l’arte. Per merito di una instancabile ricerca sul piano delle potenzialità espressive di ogni nuovo media, quel mondo impensato, palpitante di prima vita, viene improvvisamente liberato, sbalzato fuori con violenza dal suo stato latente. A testimoniare che c’è sempre una quarta parete da squarciare e un teatro da inventare.

Daniele Paolin
(Docente di Scenografia elettronica della Scuola di Nuove tecnologie dell’Accademia di Brera)

Caro Paolo,
tra qualche giorno tornerai a Milano: io non ci sarò. So che hai avuto una piccola disavventura a Corfù e sei ancora sulla riva di quel bel mare pieno di storia e di fascino. E credo che, come ha scritto un comune amico, tu abbia ancora nella rètina quel mare illuminato dalle stelle: un ricordo magnifico, eterno. Mi spiace non poterti rivedere: i nostri due mondi professionali non ci hanno fatto incontrare prima e ci siamo conosciuti soltanto come colleghi di quella scuola, quella di Nuove tecnologie per l’Arte, che tutti e due in qualche modo amiamo anche se, per vari motivi, spesso non ricambiati, come ben sai (parafrasando le tue istallazioni: “ambiente insensibile”?).
Credo tu abbia contribuito, con la tua esperienza, passione, impegno e con la tua continua e quotidiana ricerca artistica, a farne un attraente polo di interesse per molti, moltissimi ragazzi che potevano avere occasione di conoscere e di avere come docente Paolo Rosa di Studio Azzurro. Della fortuna di averti come insegnante abbiamo già moltissime testimonianze a riguardo.
Sai, sarà banale, ma la prima cosa che mi ha colpito quando ci siamo conosciuti è stato il tuo indirizzo mail che cominciava con “rosazzurro@”…Mi ha attratto quest’associazione… chiara, indiscutibile, simbolica. Era, secondo me, il sunto allegorico del tuo personale rapporto con la cultura dei nuovi media ed il gruppo che, con Cirifino e Sangiorgi, avevi fondato. Rosa e azzurro sono poi, anche nella simbologia cromatica popolare, la sintesi del genere femminile e quello maschile uniti insieme in una sorta di emblematico egualitarismo, a te molto caro, anche se ancor oggi (l’attualità ne è testimone) purtroppo assai discusso.
Quest’anno credo non ci vedremo, ma sappi che la nostra scuola spero troverà modo di riconoscere l’enorme contributo che hai profuso in questi anni, anche perché, quello artistico e culturale è già da un trentennio ampiamente e giustamente legittimato…
Un abbraccio.
Daniele Paolin

Sara Petri
(Videomaker, è stata uno dei “corpi calpestati” nella prima installazione interattiva Coro di Studio Azzurro 1995, Torino)

Incredulità e un doloroso senso di vuoto è il primo sentimento davanti alla scomparsa di Paolo Rosa.
Poi i ricordi si affollano e si aggomitolano insieme alle immagini visionarie e utopiche dei suoi tanti progetti.
Uno sguardo generoso e gentile quello di Paolo. Ha seguito molti giovani nella loro avventurosa formazione.
Personalmente ho avuto la fortuna in diverse occasioni, di poter beneficiare dei suoi consigli e della sua creatività.
E’ stato e resta un maestro per tanti, tantissimi. Ci mancherà molto.

Stefania Rimini
(Studiosa di cinema, e teatro multimediale, Università di Catania)

“Non esiste silenzio su un’isola.” S. Sciarrino

Senza preavviso Paolo Rosa è entrato dentro il giardino delle anime, lasciandoci attoniti, smarriti, in affanno. Adesso tocca riavvolgere il nastro, tornare indietro nel tempo, alla ricerca di un’immagine perduta, di un ricordo vivo, di un’emozione sensibile.
Io sto fra quelli che lo hanno conosciuto solo attraverso il battito segreto della sua arte, non ho aneddoti da condividere, eppure ne avverto già la mancanza, come se la cornice del nostro tempo si fosse improvvisamente incrinata, e il racconto in essa contenuto avesse preso una piega sbagliata. Ho perso l’occasione di un incontro, la possibilità di incrociare “dal vero” la direzione del suo sguardo, ma il ‘contagio’ – di idee, di vita – è avvenuto ugualmente.
È di un paio di mesi fa, infatti, l’ultimo regalo che indirettamente (per via dei miei studenti) ho ricevuto da Studio Azzurro, e quindi in qualche modo anche da Paolo Rosa: due cd, rispettivamente Facce di festa e Lato d, che hanno animato un appassionato seminario su visualità, memoria e nuovi media. Sorprende la presenza, già in questi primi lavori, di un taglio, di una fessura tra sguardo e racconto, dentro cui si insinua la nostra coscienza di spettatori, a separare la verità dalle menzogne del visibile, la bellezza dalle insidie del reale.
Serve rivedere queste opere non solo per ritrovare l’ambigua seduzione degli anni Ottanta, affascinante incunabolo di sogni giovanili ormai distanti, ma anche per confrontarsi con una complessa officina creativa, in grado di ‘leggere’ in tempo reale gli inganni di un’epoca. La luce obliqua dei volti, l’ingorgo emotivo delle testimonianze, il lampo delle immagini ‘rubate’ dalla macchina da presa invadono lo schermo e ci consegnano il quadro di un tempo prossimo alla s-ventura, in cui il miraggio di un benessere a portata di mano finirà con l’abbagliare perfino le menti più lucide. Al di là della innovativa tessitura ritmica e visuale, quel che stupisce di Facce di festa è la piega d’ombra che separa i fotogrammi, il presagio di sciagura che solo un’arte sensibile sa suggerire, salvo poi ri-mediare consegnando ai naviganti zattere di sentimenti.

Non sempre la zattera vale la salvezza, ma noi sappiamo – grazie a Paolo Rosa – che nessun mare è troppo profondo.

Giacomo Verde
(Videoartista, videoattivista)

Sono profondamente colpito per la morte di Paolo Rosa (che rinnova il dolore per la perdita di Antonio Caronia).
Brutto anno questo per le arti elettroniche italiane. Di Paolo ricordo soprattutto la collaborazione per il manifesto artistico Per una nuova cartografia del reale. Erano gli anni in cui esplodeva il fenomeno delle realtà virtuali. Internet era ancora una promessa in via di attuazione. E già allora in quel testo c’erano le indicazioni per una riconfigurazione del fare artistico che ancora oggi sono valide. Idee ancora poco considerate, o travisate, dalla “comunità” artistica e intellettuale italiana. Che secondo me non ha saputo sfruttare e valorizzare al meglio esperienze come quelle di Paolo Rosa (e di Studio Azzurro).
E questo mi fa un po’ di rabbia… che si aggiunge a quella provata dal fatto che Paolo ci abbia dovuto lasciare mentre ancora aveva molto da dire e da fare…
Da parte mia un abbraccio fraterno a Paolo. Mi mancheranno i suoi sorrisi e saluti pacati.

Leggi la seconda parte di Per Paolo Rosa, in memoria (1949-2013)

Anna_Maria_Monteverdi

2013-08-25T00:00:00

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