Il mio diritto all’entusiasmo, quando si parla di critica in rete

Una noterella sulla critica online, in risposta a Franco Cordelli

Pubblicato il 04/12/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Franco Cordelli, recensendo sulle pagine romane del “Corriere della Sera” lo spettacolo “di uno dei sei grandi registi italiani”, critica il mio entusiasmo perché dico che “siamo pieni di critici, che scrivono per pura passione”: ovvero ci sono molti giovani che si occupano di teatro senza avere ricchi stipendi o pensioni d’oro, e spesso nemmeno una testata che paghi lautamente le loro collaborazioni. Peggio, a volte si sono addirittura autolegittimati, aprendo un blog o un sito, da soli o in gruppo. Per avere un’idea del fenomeno, date un’occhiata al sito retecritica e all’inchiesta sondaggio attualmente in corso.
Invece di rallegrarsi perché uno dei suoi mestieri (e forse anche il pensiero critico, da sempre connaturato al teatro e anch’esso moribondo) sta trovando insperata linfa, Cordelli si irrita. Con l’incoscienza della mia vecchiaia (ahimè), rivendico il mio diritto all’entusiasmo, nonostante Cordelli, nonostante i giornali, nonostante la sclerosi del sistema teatrale italiano.
Per cominciare, quotidiani e settimanali si leggono sempre meno. Il calo dei lettori è drammatico, soprattutto tra i giovani. Sulla stampa, lo spazio per la critica – e per la critica teatrale – è quasi scomparso: resta un po’ di informazione pilotata dagli uffici stampa (le interviste), mentre le recensioni si avvicinano sempre più alla lunghezza di un tweet. A fare i critici teatrali sui quotidiani sono rimasti in pratica solo Franco Cordelli sul “Corriere della Sera” e Renato Palazzi sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Subiscono il peso di una responsabilità e di pressioni notevoli. Chissà se il giorno in cui smetteranno di fare i critici titolari verranno sostituiti, o se accadrà come a “Repubblica”, dove è stato deciso di non dare un successore a Franco Quadri. Su “Sette”, il settimanale allegato al “Corriere”, come sul “Venerdì di Repubblica”, non esiste una rubrica di teatro.
Se questo è l’orizzonte, la diagnosi è semplice: la critica teatrale si sta estinguendo, sopravvivono solo pochi “panda critici”. Amen.
Nel frattempo, però, sta succedendo qualcosa di interessante e curioso: decine di giovani continuano a praticare forme di critica teatrale in rete. Sono preparati, attenti ed entusiasti (sì, anche loro). Intrecciano curiosità, sguardi e riflessioni. E’ un fenomeno parallelo a quello che ravviva il teatro: un’arte elitaria, obsoleta e moribonda, si ripete, il cui spazio vitale è ormai occupato da media più moderni (dal cinematografo al internet) e che tuttavia continua ad attrarre centinaia di giovani come percorso di costruzione della propria identità, come strumento di espressione e comunicazione.
Sono sempre più numerosi gli spettatori che usano questo canale informativo. Da un paio d’anni almeno, il Piccolo Teatro di Milano (che non è il tempio dei nerd) vende più della metà dei suoi biglietti via internet, a un pubblico che ha evidente familiarità con la rete. Non sorprende dunque che molte realtà del teatro italiano prestino un’attenzione crescente alla critica online.
Non mi sono mai nascosto i problemi del mondo della critica online, che sono stati anche oggetto di molte discussioni tra chi opera in rete.
L’entusiasmo di per sé non è una garanzia di qualità. Personalmente ritengo che alcuni dei miei giovani colleghi pratichino una critica datata, in diversi casi lo sguardo mi pare superficiale, e a volte la differenza tra promozione e giornalismo rischia di farsi confusa. In qualche raro caso, i giovani scimmiottano l’arroganza da primadonna di alcuni colleghi “di carta”. Insomma, sul web ci sono critici bravi e critici mediocri, ma questo accade anche nei media tradizionali.
Non è una garanzia di qualità nemmeno l’autorevolezza di gloriose testate (il livello dell’informazione in Italia ci pone anche in questo settore a fondo classifica). E men che meno garantisce acume critico la spocchia dei “critici di professione”, quella che irritava Cesare Garboli:

“Nelle redazioni, quando facevo le cronache drammatiche, non mi guardavano mica tanto di buon occhio. E sai perché? Perché ero appassionato. Non avevo quell’atteggiamento che avevano i critici, come stanchi, sempre annoiati, obbligati ad andare a teatro sempre un po’ sfottenti. Io mi alzavo al mattino alle sei tutto contento quando dovevo descrivere uno spettacolo. Mi risultava facilissimo, e mi piaceva. Cominciavo sempre col raccontarlo ai lettori. Poi a volte anche veniva fuori la mia idea di teatro”.

Più in generale, stiamo assistendo a una profonda rivoluzione dei meccanismi della comunicazione e dell’informazione. Qualcuno pensa che la soluzione sia elevarsi su un piedistallo e distribuire pagelle agli altri, che siano artisti o critici, e difendere la cittadella dove ci si è asserragliati cercando di impallinare chi passa lì sotto, per tenere i barbari fuori dalle porte della città.
Per quanto mi riguarda, credo sia più interessante interrogarmi sui processi in atto, anche a rischio di prendermi qualche sputacchio dai maleducati (che tanto arriva comunque).
Nel frattempo, con il mio entusiasmo incosciente, mi chiedo: i grandi registi italiani sono davvero sei? Ma allora chi sono i sette registi nani? E il critico è Biancaneve o il Principe Azzurro? O magari la Matrigna con la mela avvelenata?

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