Natale in casa Latella, ovvero 110.000 euro per un under 30 sono troppi?

Perché il bando rivolto ai giovani registi della Biennale di Venezia può essere molto utile al teatro

Pubblicato il 28/03/2017 / di / ateatro n. 160 / 1 commento /
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Scadono il 3 aprile i termini per presentare un progetto inedito o non rappresentato in forma completa alla Biennale di Venezia www.labiennale.org/it/teatro/collegeteatro/
Il bando, lanciato dal Direttore del settore Teatro Antonio Latella nel quadro di Biennale College è rivolto a registi italiani di età compresa tra i 18 e i 30 anni:

“In un periodo storico dove è evidente la frattura tra le passate e le nuove generazioni impegnate nella scena, la Biennale Teatro s’impegna a valorizzare il lavoro di chi non ha ancora raggiunto una vasta visibilità, per età e/o per oggettive difficoltà d’ingresso nel panorama teatrale. (…) Il bando è per il primo anno indirizzato soltanto a registi italiani; questa scelta nasce dalla constatazione della difficoltà incontrata dai nostri giovani artisti nel proporre le proprie opere a un vasto pubblico e alle istituzioni”.

Cosa si vince? Un premio di produzione fino a un massimo di 110.000 euro, oltre a spazio scenico e supporto tecnico: il giovane regista selezionato “realizzerà il suo spettacolo, definendolo e sviluppandolo in tutti i suoi aspetti con il supporto del Direttore artistico del Settore Teatro Antonio Latella”. Debutto a Venezia nell’ambito della Biennale Teatro 2018.
Ma attenzione: il numero di attori può variare da un minino di 2 a un massimo di 5.
Come si svolge la selezione? Verranno in una prima fase selezionati su progetto un massimo di 30 registi, che saranno tutti incontrati da Latella che ne sceglierà 5, che dovranno “presentare la prima parte del proprio progetto – della durata di circa 30’ – alla presenza degli allievi e dei maestri che parteciperanno alle attività della Biennale Teatro 2017 e del relativo College; da questa presentazione emergerà un unico vincitore”.
Il bando ha registrato reazioni contrapposte in rete: perché solo il teatro e non la danza, perché i registi e non i gruppi, perché under 30 e non 35, perché 110.000 €, che nessun giovane nel sistema teatrale italiano ha avuto e avrà mai. Le reazioni sono comprensibili, ma sembra non colgano il significato delle provocazioni contenute nel bando.
La Biennale è sempre stata un festival d’autore, e questo è un bando d’autore, la scelta di un direttore-regista: si può essere più o meno d’accordo sulla decisione di porre l’accento sulla figura del regista (un po’ novecentesco e piuttosto screditato in quanto demiurgo), ma è utile interrogarsi su un ruolo che fu di potere e ormai lo è ben poco all’interno delle istituzioni e, all’esterno, è spesso schiacciata – o protetta – dal gruppo.
Si può essere registi a 18 anni? Forse no (i “corsi propedeutici di regia” in circolazione fanno un po’ sorridere), ma l’obiettivo del bando è intercettare il talento, e a 18 anni si può avere talento. Latella ritiene di poterlo riconoscere e aiutare a emergere.
Ma è giusto essere considerati giovani (e categoria ministeriale protetta) a 35 anni? Forse è giusto, in un paese che non è normale, ma forse qualche provocazione può aiutare a normalizzare la situazione. Si parla in politica della necessità di ripensare i processi di selezione della classe dirigente. Qui siamo di fronte a un passo verso il ricambio generazionale più significativo di numerosi altri bandi e concorsi: è possibile che la generazione di mezzo venga penalizzata (ma non sarà certo per colpa del limite posto da questa call a 30 anziché a 35 anni).
Ma la provocazione più opportuna è quella economica. La sobrietà è una buona pratica, e può essere una necessità, una scelta estetica, una scommessa, anche un’opportunità. Resilienza è bello (può esserlo), ma la sobrietà non è pauperismo. Molti padri o fratelli maggiori dei registi-futuri candidati al bando della Biennale sono scivolati in errori anche grossolani passando dalla piccola produzione di gruppo a improvvise promozioni istituzionali: quando l’eccesso di risorse sembrava autorizzare scenografie eccessive, soffocanti o pacchiane, oppure scene di massa difficili da governare, o quando (spesso) è successo che la produzione (pubblica o privata) esigesse attori famosi, non in quanto bravi e giusti, ma perché di chiamata. Qualche volta hanno perseverato, ma per lo più gli errori sono serviti.
Pensare a un progetto da 110.000 € (che per inciso sono un budget basso per una produzione da medio teatro stabile) è una sfida opportuna per una generazione di professionisti che sempre più considera normale non essere pagata in prova (e non solo), che passa da una residenza all’altra senza sapere se, come e quando porterà a termine un progetto (le residenze sono un’opportunità, ma stanno anche offrendo un alibi alla precarietà cronica: bisognerebbe discuterne), una generazione per cui scene e costumi sono quasi un miraggio, una generazione che – non solo in teatro, ancora di più nella danza – pensa in termini “pre”economici.
Nel bando c’è però un dettaglio che non torna: perché da 2 a 5 attori? Puntare sul regista non esclude il gruppo e allora perché non orientare la disponibilità di maggiori risorse anche al lavoro? Perché non consentire per una volta al nostro giovane regista di fare un Cechov o uno Shakespeare come da copione, o anche di mettere in scena un testo o situazioni contemporanee che (per una volta) propongano relazioni più complesse della coppia, della doppia copia o del triangolo? (Calcolando un foglio paga per 12 persone al minimo sindacale, resterebbero comunque i margini per una scena importante e per pagare i collaboratori.)
I magnifici 5, ma anche i 30, saranno forse la classe dirigente del teatro di domani: c’è da sperare in conclusione che non si montino la testa (il finalista soprattutto), ma imparino a pensare in diversi ordini di grandezza, e anche un po’ a sognare.

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