Gran Teatro Paradosso: il trittico dantesco di Fabrizio Arcuri

Lo spettacolo per lo Stabile del Veneto al Teatro delle Maddalene

Pubblicato il 02/06/2021 / di / ateatro n. 178

Prendersi cura dell’immaginario delle collettività. Questo il possibile senso del teatro oggi per Fabrizio Arcuri, regista di un Trittico dantesco prodotto dallo Stabile del Veneto che, fortunatamente, non ha nulla a che fare con i versi della Commedia ma ne opera una traslazione, per motivi e forme, nel contesto contemporaneo. In tre parti distinte – tre spettacoli autonomi e complementari, molto applauditi – il lavoro ha debuttato al Teatro delle Maddalene di Padova, un tempo sede delle sperimentazioni di Tam Teatromusica e oggi nuova dépendance dello Stabile. Ci si poteva aspettare – e temere – un progetto di riscrittura sulla falsariga di quella realizzata tra il 1989 e 1991 con le tre cantiche elaborate in versi da Edoardo Sanguineti, Mario Luzi e Giovanni Giudici per Federico Tiezzi, che le mise in scena con i Magazzini (memorabile l’integrale notturna al Mittelfest di Cividale del 1991) e che oggi le riprende a partire dal Purgatorio previsto per l’estate al Napoli Teatro Festival. E invece l’operazione di Arcuri è di tutt’altro segno.

Trittico dantesco (foto Serena Pea)

I tre drammaturghi chiamati all’impresa – Fausto Paravidino, Letizia Russo e Fabrizio Sinisi – sembrano declinare il grande tema del viaggio esperienziale in modi lontanissimi dal modello dantesco: memoria come identità per Inferno; crisi degli intellettuali e ruolo della cultura per Purgatorio; ricerca del desiderio come forma politica per Paradiso. Distanti tra loro per stile e soluzioni drammaturgiche, le tre scritture condividono il tentativo ambizioso di indagare l’atto finale del lungo tramonto dell’occidente, di coglierne il momento del crollo, come fece Dante per la sua epoca di transizione. Il feticismo delle merci al posto della religione. La deriva del capitalismo come la fine della civiltà medievale. E la Divina Commedia come pretesto, come spunto per attraversare il presente in uno sdoppiamento che ci consente di guardarci vivere questo nostro tempo. Personaggi e spettatori insieme. Pellegrini e osservatori del nostro stesso pellegrinaggio che, a differenza di quello dantesco, non giunge a nessun orizzonte salvifico.

Un Paradiso (foto Serena Pea)

Altro non cerchi di Dante lo spettatore di questo trittico che lascia, alla fine di più di cinque ore complessive di spettacolo, una inquietudine stupefatta. Nessuna redenzione. Dopo il lungo viaggio non si esce a riveder le stelle ma fluttuando nel caos del mondo -post, nella Wunderkammer del capitalismo, nell’armonia di algoritmi che governano un pianeta perduto. Dove l’acqua ha ormai vinto: Londra è una palude, i parigini vivono solo alla Defense, della Venezia sommersa spuntano i campanili, Giakarta è una navicella sospesa… Non più città ma zone ad alta densità tecnologica. La vita come un film che si può montare e rimontare all’infinito, modificando la trama. Tutto sfuma, ricordi, fantasie, sogni, speranze.

Un Paradiso (foto Serena Pea)

È senza dubbio il Paradiso la parte più intensa e complessa dell’opera, sia per la stratificata scrittura di Sinisi che per l’ardita costruzione registica di Arcuri permeata dalle musiche originali di Giulio Ragno Favero, eseguite dal vivo. Il Teatro delle Maddalene è stato usato nella sua profondità, sfruttandone la struttura architettonica (è una chiesa del XIV secolo) fino all’abside, creando uno spazio articolato, completamente bianco, in continua trasformazione fra tendaggi e strutture metalliche, cambi di scena a vista, movimenti di attori, musicisti, servi di scena lungo partiture che si ripetono, scene veloci, figure appena abbozzate. Pulcinella giocoliere e la regina Elisabetta, Adam Smith e Pelizza da Volpedo, amanti e contestatori, Torri gemelle e Lacan… Su un carrello spinto sul proscenio compare perfino un modellino dello stesso edificio delle Maddalene: «Il Gran Teatro Paradosso… E voi siete dentro».

Un Purgatorio (foto Serena Pea)

È un paradiso distopico e classista, che rimescola epoche e filosofie. Le attraversa la figura toccante di un “performer della Storia” che ha l’impronta immediatamente riconoscibile di Carlo Giuliani ma condensa in sé tutti i ribelli, tutte le vittime. La Storia ruota intorno al corpo di un ragazzo morto, la sua sagoma a terra con l’estintore. I ribelli del 1300 come quelli degli anni Ottanta: «Avremmo vinto, avremmo cambiato tutto, ma ci riversarono addosso un fiume di eroina». In questa dimensione che intreccia anacronismi e ordini immaginari, prende forma un “presente avanzato”, angosciante habitat di un homo-deus (evidente l’influsso delle analisi visionarie di Yuval Noah Harari) clonabile e ormai immortale, ma in balia dei cambiamenti climatici e della dittatura tecnologica.

Un Purgatorio (foto Serena Pea)

Nel purgatorio di Letizia russo si respira invece un’atmosfera balcanica. Sulla scena due donne in un’auto vera, una Giulietta d’antan, intraprendono ancora una volta, come ogni notte, un viaggio nella memoria personale che diventa memoria collettiva. Sullo schermo-fondale scorrono lente le immagini di una stradina tra boschi invernali ripresa a ritroso. La donna che parla si rivolge a quella accanto, fantasmatica. Le loro differenti scelte di fronte alle oscure forze militari che controllano il paese hanno determinato conseguenze divergenti. La prima non ha reagito e deve fare i conti con se stessa. La seconda ha preso le armi ed è stata giustiziata. Penzola dall’albero a cui è stata impiccata e davanti al quale l’auto passa ogni notte. C’è un incidente. Due sciaccalli spogliano la donna “reale” di ogni avere, ne fotografano il corpo, lo incendiano in una sorta di happening macabro. È una bella scrittura intimista quella di Letizia Russo, ma è piuttosto vago il richiamo alla crisi degli intellettuali oggi, all’uso della cultura come strumento di potere e non di lotta politica e civile che dovrebbe ruotare intorno al XXI canto del Purgatorio, quello del dialogo con Stazio e del discorso di Dante sul valore della poesia.

Un Inferno (foto Serena Pea)

Meno riuscito l’Inferno di Paravidino, che trova anche nella realizzazione scenica esiti alterni. Qui il mondo è «il sogno di un televisore spento che ti guarda» e Dante è una donna alla ricerca di sé attraverso i ricordi o meglio i ricordi sfuggiti alla strutturazione della sua identità, i ricordi non organizzati (omessi o modificati) nella sua narrazione pacificata. Tutte le brutture del mondo contemporaneo si animano in figure scure. La donna cerca la sua bambina, forse la bambina che è stata, e incontra i mali del suo tempo e i suoi propri mali. «Ci sono due inferni che mi vengono in mente – spiega Paravidino – uno è l’inferno in terra, le cose brutte che possono capitare. L’altro è l’inferno mentale, l’incubo, la paura, la follia, lo sgomento di fronte alla propria mente e alla propria vita.» In uno spazio scenico completamente nero, con i dannati nascosti sotto coperte nere, l’atmosfera fumosa, lo spettacolo sembra restare vittima dello iato fra intenzioni iconoclaste e resa attorale, soprattutto nelle scene di gruppo. L’impressione è che Paravidino non sia riuscito a liberarsi dal peso dell’opera dantesca. Forse le intenzioni stesse erano poco chiare, visto che per il drammaturgo si trattava di «tornare a vedere le stelle dopo essere passati attraverso la scuola e la religione», con una specie di studio all’inverso: «Quando si studia si cerca di andare verso, qui ho studiato come andare nell’altro verso, ho studiato come allontanarmi da un padre così ingombrante.»

Trittico dantesco (foto Serena Pea)

A interpretare i tre spettacoli gli attori della Compagnia Giovani del Teatro Stabile del Veneto: Emma Abdelkerim, Elena Antonello, Riccardo Cardelli, Federica Fresco, Michele Guidi, Imma Quinterno, Tommaso Russi, Andrea Sadocco, Elisa Scatigno e Alberto Vecchiato. Scene Alberto Nonnato, light designer Paolo Rodighiero, costumi Lauretta Salvagnin, cura del movimento Fabrizio Turetta.

 

 

 




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