Autoritratto dell’attore da giovane

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Pubblicato il 23/05/2002 / di / ateatro n. 035

Nell’editoriale di “ateatro 33” parlavamo di una nuova generazione d’attori e lanciavamo l’idea di un piccolo questionario. Le prime risposte sono arrivate da Michela Cescon (vedi “ateatro34”). Ora tocca a Paolo Pierobon.

Caro Oliviero,
ringraziandoti prima di tutto per la considerazione, proverò a rispondere ai tuoi quesiti di qualche editoriale fa:

:: I :: Perché ho scelto il teatro
Ho scelto di fare l’attore perché convinto che ciò volesse dire “vivere molte altre vite”! Figurati com’ero messo… Ero molto romantico, ma ero ragazzino, 17/18 anni. Ora è passato qualche annetto e sto capendo che fare l’attore o, meglio, essere attore significa (almeno per me) “togliersi la vita” per sostituirla con un’altra, ma sempre tua, ridotta all’osso, più autentica, bella o brutta poco importa.
E questo comporta un confronto costante con se’ stessi, e una certa indispensabile urgenza di dire, di fare.
Ma non sempre è così. In alcuni spettacoli la routine (bastarda) la fa’ da padrona. E hai voglia a chiamare l’urgenza. Lì “urge” smettere…ma poi? Chi paga?
All’inizio pensavo che questo mestiere mi consentisse di dimenticare la mia vita per viverne un’altra; ora, invece, sono obbligato a ricordarla, usarla, smascherarla per restituirla degna di un qualche interesse al gentile pubblico.
Ho la netta sensazione di fare questo mestiere per il motivo esattamente opposto a quello per cui avevo deciso di iniziare.

:: II :: Il mio percorso di formazione
Sono entrato alla “Paolo Grassi” relativamente tardi, avevo 23 anni ma facevo teatro già da quattro/cinque anni e mi pagavano pure.
A 18 anni ero entrato nella compagnia “Teatro Studio 75”, di Milano, formato da una formidabile coppia di gay napoletani già avanti con gli anni, un’attrice-danzatrice che aveva lavorato nel MacBeth di Glauco Mauri (lo ripeteva ogni mattina in camerino) e l’ultimo acquisto, il sottoscritto, attor giovine, addetto ai pupazzi, al mixer (la fonica e le luci erano in quinta perchè la presenza di un tecnico avrebbe sforato il budget), nonché interprete di una indimenticata Fata Turchina in un Pinocchio delirante per le scuole dell’hinterland milanese.
Avrebbero dovuto vietarlo ai minori. il tutto per 50.000 al dì. Ma si lavorava al mattino e quindi al pomeriggio facevo la statua vivente o quello che capitava per tirar su un po’ di soldini.
Alla sera ero attore al Teatro dei Chiostri in Via Pontaccio (Brera) per la fresca regia di Enrico D’Alessandro, ex aiuto-regista di Anton Giulio Bragaglia! (E lo ripeteva ogni sera in camerino..!).
Quattro anni di “teatraccio” a tempo pieno.
Questo era il mio background prima di entrare in “Paolo Grassi”.
I seminari e i laboratori teatrali non sapevo proprio cosa fossero e neanche adesso, devo dire….

:: III :: Gli incontri professionali che mi hanno segnato
Alla “Paolo Grassi” la cosa buona era che si allestivano spettacoli per un pubblico esterno. La sede era ancora in Corso Magenta.
Il 3° anno, l’ultimo, ci trasferirono in via Salasso, ma io non c’ero mai perché lo Stato mi aveva precettato a Como a svolgere il servizio civile come lettighiere in Croce Rossa! Un anno terrificante: passavo da un infartato da soccorrere a un sonetto di Shakespeare da mandare a memoria. Andavo a scuola solo il giovedì, il venerdì e il sabato.
Se non fosse stato per Massimo Navone e Giampiero Solari che si impuntarono per non farmi bocciare a quest’ora non avrei neanche uno straccio di diploma.
A scuola ho avuto come insegnanti Massimo Navone, Marco Paolini, Andrea Novicov, Roman Shiwulak, Giampiero Solari, Kuniaki Ida e Maura Molteni, tutti bravissimi.

:: V :: Gli esempi che ho seguito
Tra le altre, conservo nel cuore le seguenti folgoranti performance:
a – Dario Fo in una Storia della Tigre all’Arco della Pace tanti anni fa.
b – Eduardo De Filippo in Filumena Marturano.
c – Carmelo Bene nel film Nostra signora dei turchi (bello anche il romanzo!)
d – Cesco Baseggio nei Rusteghi.
e – Carlo Cecchi Ritter Dene Voss.
f – Leo De Berardinis Totò, principe di Danimarca.
g – Franco Branciaroli In Exitu, Sfaust,
ma potrei elencarne tante altre soprattutto cinematografiche.

:: VI :: Il rapporto con la nuova drammaturgia made in Italy
Finalmente questa estate affronto un testo di un drammaturgo italiano (vivente!): Edoardo Erba.

Paolo_Pierobon




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