Ermanna Montanari e la biscia ingioiellata

Apre a Ravenna la Scuola di vocalità con il Centro studi internazionale sulla voce

Pubblicato il 02/12/2021 / di / ateatro n. 180

Palazzo Malagola, Ravenna

Discesa
“si abbassa sta per cadere”, così schernite a più riprese;
la verità è che scende verso di voi!
La sua troppa gioia gli divenne fastidio;
la sua troppa luce segue il vostro buio.”
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

Malagola è un antro magico.
Malagola è una casa dell’arte.
Malagola è uno stato corporeo e di voce.
Situato di fronte alla Basilica di Sant’Apollinare in via Roma, a Ravenna, il palazzo omonimo, vecchia sede della provincia, è oggi un sogno che si materializza.
Tre piani di saggezza, arte e rito.
Un trittico accoglie con un’enorme macchina decervellante sulla sinistra e un’opera di Stefano Ricci sulla parete di destra: l’apparato fonoarticolatorio, il logo di tale prodigio.
Stefano Ricci ha segnato solchi in apparenza superficiali incidendo la pietra con carboncino e con la forza di un’ancestrale mano che ne anima i contorni ora di asini ora di figure stregate.
La definizione è Scuola di vocalità e Centro studi internazionale sulla voce, la verità carnale è Scuola di autenticità e Centro studi internazionale sulla eccezionale vocalità della sua direttrice Ermanna Montanari.
Una grande aula accoglie i laboratori performativi con insegnanti provenienti da ogni parte del mondo. Il pavimento di legno di betulla, ci racconta Silvia Pagliano, direttore organizzativo della scuola, è stato disposto con materiale fonoassorbente sottostante. La sala è visibile da un sottotetto dove è avvenuto un rituale d’inaugurazione e dove tutto è tatuato da Ricci con dovizia da affresco.
Malagola è supportata da vari studiosi che tengono corsi teorici e dalla vicedirezione di Enrico Pitozzi. Lo spazio accoglie una sala con un pianoforte a coda e stanzette di creazione per i suoi allievi artisti, cantanti, cantautori e musicisti.

Il 24 novembre nello spazio della galleria d’arte Monogao 21 di via Alberoni, a Ravenna, abbiamo assistito a una performance di Stefano Ricci e Daniele Roccato. L’allestimento con corde appese per tenere le opere in mostra e percosse da Roccato nel suo contrabbasso. Tondi neri di cartoncino divengono tondi da scavalcare, superare, riprodurre nei tondi bianchi dove si fondono nero gesso e bianco. Figure avvolte nei quattro elementi tra le note ora lambite ora distorte da esse l’artista trae ispirazione per un coniglio in un cilindro abissale, una donna-coniglio. Figure immerse nell’acqua. Un pozzo.

Ed è il pozzo il protagonista di Madre di e con Ermanna Montanari, Stefano Ricci, Daniele Roccato su poemetto scenico di Marco Martinelli, visto al Teatro Alighieri il 25 novembre. La scenografia è composta da un tondo di metallo, una lampada su dei tondi cartoncini, un contrabbasso, un leggio con un microfono. Un caloroso applauso accoglie i tre artisti in scena poi il buio lascia spazio alla prima riga gessata di Stefano Ricci su strumento di Daniele Roccato.
“Dei Polacchi non mi fido” urla la Madre/Ermanna Montanari per un ubu-inganno? Ironia, grottesco.
Illuminato il bordo del cartone nero, proiettato sul fondale è il confine del pozzo, un inferno, un abisso fatto di chilometri ed è surreale un dialogo tra la madre in fondo e il figlio in superficie che non la salverà mai dalla caduta. Triste riferimento alla Madre Terra precipitata in un gorgo creato dai suoi figli. Colpisce la figura di una biscia ingioiellata. Fa buio anche su un dialogo impossibile. Sono “tutti” chiusi, tra un po’ verrà giù anche il Signore! Ma si resta giù forse fino a Pasqua, fino a una resurrezione? Bagliori dal tondo di metallo dorato. Parrucca lunga bianca sulla Montanari a ricordare che la Terra è saggia ed è anziana, ma è Mamma Ubu, anche.
Resta tra il pubblico una domanda sulla leggenda del mondo degli specchi in cui sono intrappolati esseri uguali a noi, in un altro mondo. La madre danza sul canto della bisciolina entrata nella sua carne, novello demonio di una Vergine gravida di preziosità. Calle per finire sull’ultima immagine ritratta, fiori simbolo di fertilità, un buon auspicio? Ma “non c’hai più gli occhi”.
Un oggetto d’arte è il libro Madre edito dai tipi di Squadro Edizioni Grafiche, per la collana Sigaretten. A introdurlo è il contributo critico di Marco Sciotto, a impreziosirlo i testi di Montanari, Ricci e Roccato, a renderlo vivo sono il poemetto di Marco Martinelli e le immagini di Ricci. 223 pagine di pura bellezza da sfogliare e odorare ma “è buio laggiù dove sei te?” Il silenzio è verticale e nero come le pagine di un libro, bianca è la domanda.




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InformazioniVincenza Di Vita

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