La cultura è ovunque. Per una nuova visione delle politiche culturali

L'intervento introduttivo del convegno "Le politiche culturali nei territori. Interventi diretti e indiretti per lo spettacolo dal vivo" (Venezia, 2 maggio 2022)

Con la relazione introduttiva di Fabrizio Panozzo (Università Ca’ Foscari, Centro aiku – Arte, Impresa Cultura) iniziamo la pubblicazione degli interventi e dei materiali relativi al convegno Le politiche culturali nei territori. Interventi diretti e indiretti per lo spettacolo dal vivo (Venezia, Ca’ Foscari, 2 maggio 2022).

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La cultura dal “modello del confinamento” alla “modello della diffusione”

Fabrizio Panozzo, 2 maggio 2022

Il fenomeno che chiamiamo “cultura” ha subito una trasformazione profonda negli ultimi decenni. Una trasformazione che sta radicalmente modificando anche il modo in cui si realizza l’intervento pubblico di indirizzo e sostegno. Sono sempre più espliciti gli inviti a considerare quello culturale non tanto come un “settore” ma piuttosto come una variabile presente e attivabile in tutti gli aspetti della vita economica e sociale. Si sta sviluppando così una nuova domanda di cultura alla quale le politiche pubbliche cercano di dare risposta distribuendo riferimenti culturali in molteplici ambiti d’intervento. Di cultura c’è bisogno per aumentare l’attrattività delle destinazioni turistiche, caratterizzare prodotti, promuovere la coesione sociale, rigenerare periferie e migliorare le condizioni di salute, solo per citare alcuni dei territori nei quali si manifesta quello che ormai chiamiamo il mainstreaming of culture. Di fronte a questa situazione appare quindi necessario ripensare l’idea stessa di “politiche culturali” a partire da una fondamentale distinzione tra modelli di intervento pubblico.
L’approccio al quale gli operatori culturali si sono abituati a rispondere è quello che potremmo chiamare il “modello del confinamento” nel quale le politiche culturali sono circoscritte in contenitori amministrativi definiti e, di conseguenza, la cultura viene intesa come fenomeno settoriale, definito da leggi, ministeri, assessorati o capitoli di bilancio. In questo contesto le politiche intervengono direttamente nel settore con degli obiettivi culturali e con dei risultati culturali attesi, confermando il tradizionale concetto di politica culturale come politica statale, affermatosi intorno alla metà del Novecento. La cultura, in questo caso, è tendenzialmente quella con la C maiuscola di cui si trova, per esempio, una paradigmatica illustrazione nella ripartizione settoriale di Arte, Architettura, Cinema, Danza, Musica, Teatro, Archivio Storico della Biennale di Venezia.
Accanto a questa configurazione “tradizionale” della politica culturale, dagli anni Novanta del secolo scorso si è fatto strada quello che possiamo definire come “modello della diffusione”. Mettendo al centro la trasversalità, si è portata in primo piano la più generica “dimensione culturale” presente in molti altri settori e ambiti della vita sociale nei quali viene indirettamente sostenuta, promossa ed elevata come elemento funzionale all’ottenimento di risultati diversi da quelli del valore intrinseco dell’espressione artistica.
La recente riapparizione del concetto di trasversalità nelle politiche culturali nazionali e sovranazionali si riconnette peraltro con una traiettoria storica di relazioni reciproche tra politica, potere, governi e produzioni culturali. Si pensi solo all’importanza della committenza ecclesiastica e commerciale nella produzione artistica, dell’uso politico di manufatti e patrimoni culturali nei processi di colonizzazione, delle “industrie culturali” nei regimi totalitari o del ruolo degli artisti nell’ideazione di grandi eventi e celebrazione di opere pubbliche.
Insomma, con l’abbandono delle tradizionali abitudini mentali (che ancora ci fanno considerare la cultura quasi esclusivamente come bene collettivo sostenuto da una pubblica amministrazione a ciò dedicata), forse ci stiamo sempre più muovendo in un contesto in cui “la cultura fa cose”, mobilitando il lavoro culturale nel nome del Turismo, della Sicurezza, della Salute, della Formazione, della Giustizia sociale, dell’Innovazione, della Rigenerazione, della Diplomazia e così via.
A rendere ancora più complessa la situazione, l’esigenza di trasversalità è riconoscibile oggi anche all’interno della politica culturale tradizionale. In maniera opposta e quasi compensativa, in concomitanza con la promozione alla trasversalità, nell’agenda politica per la cultura così intesa in modo confinato si sta sempre più facendo rientrare operazioni di rigenerazione, promuovendo interventi tecnici (nuove tecnologie, restauro di edifici, strade, parcheggi, borghi…) che celebrano materialità e visibilità immediate dell’investimento.
Quali sono le implicazioni e le conseguenze di questa diffusione? Quanto sono rilevanti queste conseguenze? forse c’è la necessità di una riconfigurazione del settore e dei soggetti coinvolti, proprio considerando le implicazioni di questo processo di trasformazione.

2 maggio 2022, CaFoscari. L’apertura dei lavori: da sinistra, Fabrizio Panozzo, Mimma Gallina, Elena Donazzan

Le direttrici del cambiamento e della sua analisi

Affiorano quindi alcune istanze.

La questione metodologica
Studiare le politiche culturali non è mai stato facile, nella loro difficoltà a essere circoscritte e ripercorse. Ancora più oggi, per comprendere come efficacemente la pubblica amministrazione possa intervenire a livello culturale su un territorio, è sempre più necessario prendere distanza dallo strumento normativo per focalizzarsi sulle pratiche politiche e gestionali. Infatti è spesso il dettaglio burocratico a condizionare la concreta applicazione delle politiche culturali, al di là di ogni dichiarazione normativa o principio. Ci sono decisioni fondamentali per il funzionamento delle organizzazioni culturali che non vengono prese nelle Commissioni ministeriali, in Parlamento e nei Consigli Regionali. L’elenco dei codici ATECO da ammettere al finanziamento in un bando per la cultura, le parole chiave di un programma europeo di sviluppo locale, la distribuzione tra dotazioni materiali e costi per il personale in un bando regionale o le regole di rendicontazione di un progetto possono modificare radicalmente l’esito di una politica culturale. Ma di tutto questo non si troverà mai traccia nel Codice dello Spettacolo o nelle leggi regionali per la cultura.
Lo studio della messa in pratica amministrativa, nei suoi margini discrezionali, va riportato al centro delle priorità per lo studio e comprensione degli effetti delle politiche, sempre più dipendenti da meccanismi burocratici e staff amministrativi nella loro possibilità di essere realizzate con coerenza.

La questione dell’impatto
Più il modello della diffusione influenzerà il nostro modo di concepire la politica culturale, più sarà necessario comprendere come misurare e interpretare la nozione di risultato quando la cultura si fa strumento di altre ambizioni politiche. La nozione di risultato non sarà a quel punto “intrinsecamente culturale”, ma l’impatto e la performance saranno anche, e a volte soprattutto, apprezzati secondo altri canoni e standard di misurazione, considerando gli obiettivi all’interno delle altre politiche pubbliche. Si continuerà a finanziare il teatro in carcere se aumenta la recidiva, i festival nei borghi se non aumentano i turisti, i laboratori nelle periferie se non diminuisce la microcriminalità o i distretti culturali se non si vendono gli appartamenti nei quartieri rigenerati?
Sono domande che pare legittimo farsi in un momento di euforia per la moltiplicazione delle occasioni di lavoro per gli operatori culturali, in particolare nelle arti performative. Soprattutto se l’ossessione per la misurazione dell’impatto misurabile nel breve termine lascia in ombra la comprensione del valore intrinsecamente culturale nella sua duplice natura soggettiva e sociale.

La questione del lavoro culturale
Le giustamente celebrate valutazioni di impatto hanno ormai dimostrato che la cultura genera valore, che con la cultura si mangia, ma le politiche culturali diffusive fanno emergere il problema della distribuzione di tale valore. Se veramente con la cultura si mangia, la domanda da farsi in questo momento è: Chi, esattamente, mangia con la cultura?
Per comprendere a fondo tipologia e localizzazione del valore economico generato dalle politiche culturali, è importante attribuirlo alle professionalità attivate nei processi. Chi veramente viene tutelato e remunerato come professionista? Chi, nella catena del valore generato dalla cultura, ottiene il maggiore ritorno economico? E in quanto tempo?
Nel modello della diffusione le politiche culturali stanno incrementando il loro impatto non culturale, tramite interventi materiali, urbanistici e edili con obiettivi di rigenerazione. Anche quando queste policy derivano dall’Assessorato o dal Ministero della Cultura, con tali committenze incentrate sulla materialità e non sui processi culturali immateriali si produce un riscontro immediato e misurabile sul settore delle costruzioni o dei servizi, meno evidente sul lavoro culturale in senso stretto. Il progettista della rigenerazione a base culturale del vecchio opificio nel piccolo borgo viene pagato, e subito, così come i muratori, gli elettricisti e i fornitori di soluzioni digitali. A giudicare dalla quantità di risorse destinate a questo tipo di interventi dai recenti piani di “rilancio della cultura” appare legittimo chiedersi che cosa sia da catalogare come “lavoro culturale”. Tanto più se a questo spostamento delle risorse verso interventi materiali non corrisponde altrettanta allocazione di risorse, tutela, continuità lavorativa e garanzia di tempi e modi della remunerazione anche per musiciste, danzatrici, registe, attrici, curatrici e videomaker.

La questione della governance
Tra modello di diffusione e modello tradizionale, ancora co-esistenti e complementari nel loro trattamento della questione culturale, è necessario chiedersi come coordinare le politiche culturali sempre più trasversali. Uno dei problemi centrali generati dalla trasversalità è di natura organizzativa e tocca le competenze e modalità operative dei funzionari coinvolti all’interno delle pubbliche amministrazoni. Sono dirigenti scolastiche e segreterie amministrative (non direttori artistici) a scegliere le compagnie a cui affidare laboratori teatrali nelle scuole, esperti di politiche industriali a valutare i piani di sviluppo delle imprese culturali e creative e manager del turismo ad allocare risorse per la valorizzazione culturale delle destinazioni. Quali sono le competenze e le conoscenze del mondo culturale e artistico necessarie tra politici e funzionari che solitamente non agiscono in questi ambienti? Come garantire una visione di politica culturale d’insieme, aggregando le politiche e gli interventi che sono generati dal tradizionale Ministero o Assessorato alla cultura con quelli in capo agli altri uffici pubblici? Come ricostruire la mappa degli stakeholders coinvolti? Come misurare l’efficienza delle politiche?
Le risposte a queste domande sono essenziali per guidare un’azione di governance culturale, all’interno della pubblica amministrazione integrando in un unico progetto la visione della politica culturale, così come sul territorio.

La questione artistica
Infine, in stretta connessione con la questione del lavoro culturale professionale, la questione artistica riemerge considerando la possibile perdita di qualità artistica nella reiterazione del modello della diffusione culturale.
Promuovendo la commistione tra strumentalità e ricerca, quali sono le conseguenze sul lavoro culturale? è verosimile, infatti, pensare che accanto a una utilità e strumentalità di un’opera d’artista ci sia, annessa, una possibile mortificazione, condizionamento o limitazione della creatività.
La strumentalità derivata dalla trasversalità è un male necessario?
Unire l’utilità al percorso artistico può viceversa essere per l’artista un forte stimolo creativo, come è sempre stato prima che si affermasse l’idea politica culturale tradizionale. Avviare un percorso di legittimazione tramite una dimostrazione di impatto positivo può infatti essere, per il teatro come per tutti i linguaggi culturali, una modalità per stimolare la ricerca artistica nonostante l’impatto “altro” dimostrato, raccontato, misurato e promosso. In questo senso ricordiamo il teatro civile, di comunità, partecipato e partecipativo e tutte le formule che hanno posto i linguaggi teatrali in dialogo con importanti questioni sociali, senza che poi le restituzioni teatrali perdessero di qualità artistica o estetica. Il dialogo, quindi, può essere fonte generativa e creativa, quando non imposto come unico meccanismo di finanziamento o sostegno al settore.

Il video della giornata del 2 maggio 2022