Dopo settant’anni si apre La porta divisoria. E dice qualcosa di noi

Debutta al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto l'opera incompiuta di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi ispirata alla Metamorfosi di Franz Kafka

Pubblicato il 22/10/2022 / di / ateatro n. 186

Basandosi sulla Metamorfosi di Franz Kafka, Giorgio Strehler negli anni Cinquanta del secolo scorso aveva scritto il libretto dell’opera La porta divisoria Nonostante lo spettacolo fosse comparso nel cartellone della Piccola Scala nelle stagioni 1956/57 e 1957/58, non andò mai in scena e il materiale rimase per anni nell’archivio storico del Piccolo Teatro di Milano.

La porta divisoria di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi (ph. Riccardo Spinella)

La partitura era stata affidata a Fiorenzo Carpi, autore di tanta musica di scena per lo stesso Strehler e di colonne sonore per il cinema, compresa quella per il Pinocchio di Comencini (1972). Carpi, per ragioni non del tutto note, lasciò l’opera incompiuta (forse, ma è quanto si può solo intuire da una lettera, per il desiderio di maggiore spazio al commento musicale davanti a un libretto che era più concepito per il teatro di parola che d’opera). Oggi, a venticinque anni dalla morte del musicista e del librettista (Carpi e Strehler si spensero a pochi mesi di distanza nel 1997), il Teatro Lirico Sperimentale “Adriano Belli” ha portato l’opera in scena in prima assoluta a Spoleto a settembre scorso, in apertura della 76ma Stagione lirica. Un’operazione di valore oltre che di grande impegno, che restituisce un’opera di grande interesse. Le voci sono quelle dei giovani cantanti lirici vincitori o idonei del concorso “Comunità europea” 2021/2022, oltre a quelli che la direzione artistica del Tls ha selezionato tra i vincitori delle precedenti edizioni del concorso.
Fiorenzo Carpi arrivò a musicare quattro dei cinque quadri narrativi scritti da Strehler. Il completamento è stato oggi affidato ad Alessandro Solbiati: l’ultimo quadro si apre con un notturno di voci fuori scena, come voleva Strehler, e la durezza della vicenda esplode in tutta la sua forza così come la dolcezza straziante del canto baritonale di Gregorio morente. Questo fa da contrappunto alla voce che Carpi scelse di dare a Gregorio mentre si stava trasformando in insetto, una voce di straniamento formata da una triade di voce bianca, tenore e baritono: solo per un attimo (perché qui la mutazione fisica di Gregorio è solo evocata) potrebbe tornare alla memoria la magistrale trasformazione con gorgoglii e borborigmi di Roman Polanski diretto da Steven Berkoff sempre a Spoleto nel 1988.
La partitura originaria di Fiorenzo Carpi prevedeva un’orchestra di 56-58 strumenti, la trascrizione di Matteo Giuliani li ha ridotti a 13, rendendo più agevole la circolazione dell’opera che dovrebbe arrivare anche a Milano dove l’idea nacque settant’anni fa.
Per Gregorio nulla è cambiato nei sentimenti anche quando si ritrova dalla sera alla mattina nelle sembianze di un grosso scarafaggio. Lui è al di là della porta e lì deve restare, fino a quando per gli altri la spina nel fianco del suo non essere più riconoscibile sarà tolta.
In scena una rete sottile separa, come un sipario, il palcoscenico su cui si muove la famiglia di Gregorio dagli spettatori e da Gregorio stesso, il quale da un palco di platea tenta di farsi ascoltare. Nella rete s’incagliano i tentativi maldestri e le domande inevase di chi non ha intenzione di comprendere, intrappolando i pregiudizi e le paure di una quotidianità borghese che Strehler aveva ambientato nella Milano degli anni Trenta del Novecento (come non aveva scritto espressamente ma ha lasciato intendere da molti dettagli, a cominciare dai costumi). In mezzo a quella trama sottile, al centro della scena c’è la porta che divide i due mondi oramai inconciliabili. Poche volte si apre: per passaggi di cibo o per guardare in faccia l’assurdo da cui subito rifuggire. La regia ha collocato Gregorio dalla parte dello spettatore: è uno di noi, il suo punto di vista di reietto è il nostro. Gregorio incarna l’irriconoscibilità a cui è condannato ognuno di noi ritenuto “diverso”.

La porta divisoria di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi (ph. Ludovica Gelpi)

Ma noi spettatori siamo nello stesso tempo al di qua e al di là della porta divisoria, perché essa è, in fondo, fragile barriera e gli atteggiamenti dei familiari che si muovono sul palco, la loro sordità ci appartengono. Mentre Gregorio, con le sue emissioni scomposte, diventa la voce che non vogliamo ascoltare. La porta rappresenta lo spartiacque della nostra coscienza: siamo fisicamente collocati al nostro posto dalla stessa parte di Gregorio ma la regia ci trasporta comunque sul margine, sul punto di giunzione tra due mondi.
Il regista Giorgio Bongiovanni, dopo una lunga collaborazione anche come attore con Strehler, ha curato per il Lirico Sperimentale altre regie legate al teatro musicale degli anni Cinquanta, come Giovanni Sebastiano di Gino Negri e La gita in campagna di Mario Peragallo su libretto di Alberto Moravia. Spiega Bongiovanni:

Strehler aveva necessità di raccontare questa storia, nel suo lavoro si faceva sempre guidare dall’urgenza di dire qualcosa della vita umana. I significati dell’opera di Kafka vengono sottolineati in maniera forte nel libretto, a cui non è estranea una sinistra comicità. Di fronte a ciò che riteniamo mostruosità chiudiamo la porta. La famiglia ha ribrezzo di Gregorio. Il padre uccide il figlio perché diverso da lui e da come vorrebbe, fino a sentirsi liberato e sollevato dalla sua morte. Un tema universale che sembra scritto oggi. Il nemico politico, il migrante, il disabile si vorrebbe annientarli anche se vicini a noi. Nell’opera emerge forte il contrasto tra la sicurezza e l’omologazione a cui aspira la famiglia borghese e la vicenda surreale che la coinvolge. Ho cercato di rispettare questi significati così come di rispettare musica e libretto: ne è nata una messa in scena che reputo pulita, essenziale e raffinata.

I giovani cantanti del Teatro Lirico Sperimentale, diretti da Marco Angius, affrontano con bravura la musica “atonale” di Carpi.
Racconta Martina Carpi, attrice e figlia di Fiorenzo: “Mio padre cominciò a lavorarci nel 1954, anno in cui arrivò la notifica della morte di suo fratello avvenuta nove anni prima in un campo di concentramento. Ho sempre pensato che non fu un caso se prese a lavorare proprio in quel periodo su un testo così duro. Lo lasciava, e ogni tanto lo riprendeva. Ricordo di avergli sentito dire che lo avrebbe riscritto in un altro modo”. Martina auspica che la messinscena di La porta divisoria sia occasione di riscoperta e conoscenza di Fiorenzo Carpi, di cui ricorda anche il sodalizio con Dario Fo:

Penso che mio padre possa dare un grande insegnamento di libertà mentale e di creatività. Parlare di arte significa parlare di noi e della nostra anima, e della possibilità di esprimerci in modo attivo e vitale. Mio padre non si tirava indietro di fronte a nuove possibilità, studiava, sempre acceso dalla necessità di trovare nuovi linguaggi musicali che si basavano su una solidissima formazione.




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