Stelle fisse | Tino Carraro

Un grande attore e l'arte di non farsi notare

Pubblicato il 02/07/2021 / di / ateatro n. 179

Edoardo Rescigno, che firma per Ateatro la rubrica “Stelle fisse”, ha appena pubblicato un memoir, La famiglia R. Ricordi di un bambino in mezzo alla guerra (goWare edizioni):

“Gli occhi dei bambini, si sa, spesso vedono le cose in modi del tutto inaspettati. Vi piacerebbe provare a vedere Milano durante gli anni del fascismo, della guerra, dell’armistizio, della Repubblica di Salò e della Liberazione attraverso lo sguardo di un bambino? Quelli che compongono questo romanzo sono i ricordi vividi dell’autore, di quando abitava in centro città, frequentava l’Istituto Gonzaga e il cielo era attraversato dalle sirene anti aereo. Molti eventi, anche drammatici, passano davanti agli occhi di quel bambino, e poi del ragazzo che si avvicina all’adolescenza, vengono visti con la serena consapevolezza di essere in qualche modo intoccabile, protetto dalla salda struttura familiare. Due famiglie, in realtà, quella del padre, un napoletano ben inserito nella realtà milanese, attento a non scoprire il suo ruolo di antifascista defilato, e l’ampia famiglia della madre, i Reichlin, variamente legata all’antifascismo, al fascismo, e al Partito Comunista.”

Se questa rubrica vi ha incuriosito, vi piacerà anche il libro.

Ho ben presente il suo viso un po’ da cinese, gli occhi che sorridevano anche se riuscivi a scorgerne solo una piccola fessura, e ho lavorato più volte con lui, alla Rai e in studio di registrazione per un progetto che poi è stato abbandonato. Le modalità del lavoro le ricordo molto bene: la sua voce, le sue osservazioni, la sua estrema disponibilità a provare e riprovare… e fra noi dovrebbe esserci stata qualche altra parola, una banale osservazione sul tempo, un aneddoto, una battuta un poco maliziosa su un collega, qualcosa insomma capace di generare momenti di piacevole cameratismo, come sempre succede fra persone impegnate nel medesimo lavoro… Questo contorno, che non poteva mancare, e che sicuramente non è mancato, il tempo l’ha del tutto cancellato.
Di lui, di Carraro, fuori dal lavoro riesco soltanto – ma forse è qualcosa che mi sono costruito nel corso del tempo, quasi per riempire un vuoto – riesco soltanto a ricordare l’immagine di un uomo di mezza età che percorre via Dante. Negli anni Cinquanta abitava in Foro Bonaparte, non lontano dalla casa di corso Magenta dove era nato nel 1910, e quasi ogni giorno si avviava verso via Rovello, la sigaretta fra le labbra, quell’aria un poco dimessa di chi deve in qualche modo far venir sera, e lo potevi prendere per un pensionato delle ferrovie che aveva dimenticato che lì, in via Rovello, il Dopolavoro Ferrovieri aveva traslocato da tempo. Ma, varcata la soglia del numero 2, cambiava tutto. Tino Carraro era un grande attore che, fuori scena, conosceva l’arte di non farsi notare.

Prima di lui, dal 1947 al 1952, al Piccolo c’era stato Gianni Santuccio e, per quello che ricordo io, giovane abbonato agli spettacoli del nuovo teatro milanese, non posso dire che quei sette anni siano stati segnati in modo particolare dalla sua presenza. Benché l’attore fosse affascinante, e la sua recitazione governata da un istinto prorompente, noi spettatori stavamo soprattutto attenti al recupero della conoscenza dei classici e ci riabituavamo alla comprensione della funzione sociale del teatro, dopo la lunga astinenza a causa della guerra e soprattutto del fascismo, e non avevamo un’attenzione molto viva per l’apporto dei singoli attori e anche della regia. La missione primaria del teatro, ne eravamo convinti, era quella di educare, e quei primi sette anni vorrei segnarli come gli anni di Paolo Grassi.
Poi, improvvisamente, è giunta la notizia che Santuccio avrebbe lasciato il posto a un nuovo primo attore – che aveva 42 anni – e noi, fedeli abbonati, siamo rimasti interdetti. Non per il cambio in sé, che avrebbe comunque portato aria nuova, ma perché quel nome, Tino Carraro, ci era del tutto sconosciuto. Qualcuno, fra i più anziani, lo aveva sentito recitare con Laura Adani e Diana Torrieri, e non ne era rimasto particolarmente colpito.

La prima volta l’ho ascoltato all’inaugurazione della stagione 1952-1953, e non era un’inaugurazione qualsiasi. La presenza di un nuovo attore poteva passare del tutto inosservata, a fronte del fatto che il teatro era stato completamente rinnovato: adesso era molto più comodo e funzionale e, come si usava dire allora, “moderno”. Ed era stata scelta l’Elisabetta regina d’Inghilterra di Ferdinand Bruckner, uno spettacolo complicato, con due azioni che si svolgono contemporaneamente in luoghi distanti – Londra e Madrid – un copione di quelli che stimolano la fantasia di un regista, molto meno quella del pubblico o, almeno, della mia, che non riuscivo a capire il senso di quella scelta. Fra l’altro il debuttante Carraro non è riuscito a convincerci nelle vesti di Filippo II, un personaggio logorroico e decisamente sfocato.

Poi, lungo il corso della stagione, abbiamo cominciato a capire: non si trattava semplicemente del cambio di un attore. Era finita l’epoca di Paolo Grassi, ed era iniziata quella di Giorgio Strehler; dal teatro di partecipazione, basato su uno scambio attivo fra platea e palcoscenico, si entrava in un mondo diverso, il teatro di regia. E Tino Carraro era l’attore ideale per questa nuova stagione. Un attore che, dotato dei più raffinati strumenti del mestiere, ogni volta entrava in totale sintonia con il regista: fuori scena lo potevi confondere con un distratto pensionato delle ferrovie, in scena era quella simpatica canaglia di Mackie Messer inventata da Strehler, lo spavaldo Togasso di El nost Milan, uno scultoreo Robespierre nei Giacobini, un Leonardo impetuoso nella Trilogia della villeggiatura, un rancoroso Coriolano, un angosciato e dubbioso Bruto nel Giulio Cesare, uno spigoloso Iermolai nel Giardino dei ciliegi.
Una cosciente identificazione nel personaggio, vorrei chiamarla identificazione critica. Ma dopo trentatré spettacoli, la simbiosi fra attore e regista è improvvisamente finita nel 1963, quando Strehler ha deciso di mettere in scena Vita di Galileo di Brecht. Tino Carraro è stato messo da parte, non corrispondeva a quella diversa visione brechtiana, e Strehler è ricorso all’istrionismo di Tino Buazzelli, molto più adatto a sostenere quel nuovo ritmo di regia, dai tempi dilatati. Non conosco i particolari della separazione; so soltanto che Carraro è rimasto profondamente deluso e ferito, e per dieci anni non ha più messo piede al Piccolo, che per la terza volta si è trasformato, diventando il contenitore di spettacoli a volte memorabili, a volte semplicemente modesti, con Strehler sempre meno presente e Paolo Grassi dimissionario.
Per dieci anni ha fatto pochissimo teatro, e molta televisione e anche numerosi film.

Re Lear: Tino Carraro e Ottavia Piccolo

Poi è tornato. Nel novembre 1972 via Dante, tappezzata di striscioni con il nome di Strehler, ha visto lunghe file di persone davanti al botteghino del Piccolo, ansiose di procurarsi un posto per lo spettacolo che segnava il ritorno del regista per un Re Lear davvero memorabile, impersonato da Tino Carraro.

Temporale (1980): Franco Graziosi e TinoCarraro

Che poi, saltuariamente, è stato ancora presente al Piccolo, fra l’altro per una Conversazione con la morte di Testori (marzo 1989) di cui Giovanni Raboni notava la “voce brunita, velata, spesso esitante come per ansia o pudore, che è parsa quella di un officiante, di un celebrante, oltre e più che quella d’un semplice interprete o lettore”. Insomma, il Carraro di una volta e di sempre.

La sposa Francesca: Tino Carraro (foto Luigi Ciminaghi)

La regia era di Lamberto Puggelli, che ha anche diretto La sposa Francesca di De Lemene (ottobre 1991). Avevo la presunzione di essere uno dei pochi con una buona conoscenza di quel testo, ed ero affascinato dal lavoro realizzato da Puggelli, una di quelle regie inavvertibili e determinanti, quasi un ossimoro, che mi fatto pensare allo Strehler di tanti anni fa. Ho salutato Carraro, che in quello spettacolo interpretava il personaggio del vecchio Bassan, e gli ho ricordato i nostri incontri degli anni cinquanta ma, come sempre, senza tante parole.

È salito nuovamente sulle scene del Piccolo nel febbraio 1994 per I giganti della montagna, ed è morto l’anno successivo. I giornali avranno speso molte parole su di lui. O forse no. Non ho voglia di utilizzare internet per consultarli. In fondo è semplicemente sceso dal palcoscenico, e si è fatto da parte: come era nel suo stile.

I giganti della montagna, Tino Carraro (foto Luigi Ciminaghi)




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post