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La tv è una grande aranciata amara: materiali su Chiambretti c’’è

Dal catalogo di Riccione TTV 2002

Pubblicato il 15/05/2004 / di / ateatro n. 069 / 0 commenti /
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Quelli che seguono sono alcuni materiali sulla fortunata trasmissione di Rai Due, recuperati in gran parte dalla rassegna stampa, con qualche intervento di raccordo e qualche inserto a sorpresa. Ove non altrimenti specificato, i brani tra virgolette sono dichiarazioni di Piero Chiambretti.

CHIAMBRETTI PIERO

(Aosta, 1956) Conduttore televisivo. Si fa le ossa nelle radio e nelle televisioni private di Torino, la città dove cresce. Nel 1987 prende parte al programma Va’ pensiero condotto da Andrea Barbato con uno spazio intitolato Divano in piazza: seduto su un divano al centro di una piazza, ferma i passanti e chiede loro di calarsi nei panni di vari personaggi (per esempio, presentandosi come parenti o amanti di varie star televisive o cinematografiche), con effetti di surreale comicità.
La sua prima conduzione è Complimenti per la trasmissione (Rai Tre, 1989): protagonisti sono persone comuni che Chiambretti incontra la mattina nelle strade della città e che intervista la sera a casa. L’’anno successivo Rai Tre gli affida il pomeriggio domenicale con Prove tecniche di trasmissione, cui seguono nel 1991-92 Goodbye Cortina e il fortunatissimo Il portalettere. Nel 1992-93 è la volta di un telegiornale satirico, Telegiornale zero. Nel 1994 gira con Paolo Rossi le università italiane con Il laureato, riproposto l’anno successivo in coppia con Enzo Jannacci. Nel 1997 conduce il Festival di Sanremo con Mike Bongiorno e Valeria Marini, comparendo anche su Rai Uno ne L’inviato speciale. Nel 1999 è autore e conduttore di alcune trasmissioni su Rai Tre: Annunci di rete, L’ora a modo loro e Meteo e conduce su Rai Due Orgoglio coatto e le dieci puntate di Fenomeni. Dal 3 ottobre 2001 al 22 marzo 2002 è autore e conduttore di Chiambretti c’è, regia di Gianni Boncompagni, in onda in seconda serata su Rai Due il mercoledì, il giovedì e il venerdì.

ERMES

“Ermes sarà mediatore ed astuto a un tempo: mediatore riguardo al suo campo d’azione, operando presso confini, limiti e frontiere fra i mondi, congiungendo quel che è separato, favorendo la sua comunicazione sotto tutte le sue forme.
Aimylomêtis (Inno, 13) riguardo alla sua modalità d’azione: vivace, rapido e fugace, tecnico abile e sconcertante, grande ‘arruffone’ di parole, infine, si assume la responsabilità di un dominio che è quello del mondo e che sarà, per l’uomo che lo affronta, soccorrevole od opprimente.” (Yves Bonnefoy, Dizionario delle mitologie e delle religioni, Rizzoli, Milano, 1989)

MERCURIO

“(per il dio, v. ERMES) Il mercurio è un simbolo alchemico universale, generalmente del principio passivo, umido, yin; il ritorno al mercurio indica nell’alchimia la soluzione, la regressione allo stato indifferenziato. (…) Il mercurio ha il potere di purificare e di fissare l’oro; è un cibo di immortalità, ma anche un simbolo di liberazione. (…) La scienza del mercurio è in ogni caso l’espressione della scienza della rigenerazione interiore.” (Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Rizzoli, Milano, 1986)

“L’astrologia gli associa qualità come eloquenza, volubilità, destrezza, capacità espressiva, abilità e amicizia inaffidabile. È considerato un pianeta androgino, collegato all’argento vivo; possiede la sua ‘dimora diurna’ nel segno dei Gemelli, e quella ‘notturna’ nel segno della Vergine. ” (Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano, 1991)

GEMELLI

“Il nativo dei Gemelli vede sempre le due facce della medaglia, oscilla di continuo tra l’una e l’altra e prende partito solo difficilmente. Quando si decide, si accontenta di abbozzare o di indicare, ma non porta a compimento. Solo di rado arriva a una conclusione e sempre malvolentieri
Castore e Polluce: l’uno regge la lira di Apollo, l’altro la clava di Ercole. Simbolo di luce intellettuale e di forza realizzatrice.
La personalità dei soggetti posti sotto il segno di Mercurio – che si tratti dei Gemelli oppure della Vergine – è molto difficile da circoscrivere, perché è sempre funzione di un’idea, di un avvenimento o di un individuo ai quali essi si adattano o che momentaneamente riflettono. In loro si distingue una grande varietà di personaggi che si succedono senza sforzo, ma che permette solo molto di rado di isolare un’individualità loro propria.
Qualità: fantasia, abilità, sottigliezza di mente.
Difetti: impudenza, cinismo, scaltrezza.
(…)
L’intelligenza sembra vasta, ma gode soprattutto di proprietà plastiche notevoli che gli consentono di adattarsi senza sforzo.
L’assimilazione è ampia, ma per lo più superficiale. (…)
Umore variabile. Mancanza di concentrazione e di stabilità. Tendenza a disperdersi.
Un’attività incessante che è piuttosto agitazione. Indovinano le cose piuttosto che impararle.
Sicurezza assoluta, spesso insopportabile. Non gli manca la faccia tosta. Parole e gesto facili. Molti gesti inutili.
Maneggiano meglio le folle che gli individui.”
(Max Jacob e Max Valence, Specchio d’astrologia, Adelphi, Milano, 1978)

IL PUFFO ELETTRONICO

“Chiambretti è stato nella storia più recente della tv una bomba mediologica: per la provincia ha rappresentato il volto della televisione, per gli spettatori più accorti è stato il volto ideale della terza rete RAI, per i telefili è apparso come puffo elettronico. Con la battuta prontissima, il gusto della provocazione, i blitz tempestivi, le inchieste scherzose e i premi fasulli Chiambretti non è stato quasi mai volgare, né le sue ‘prede’ sono state usate per fare spettacolo subdolamente. Grazie all’uso sorprendente del mezzo, ai rischi di una telecamera curiosa ma quasi mai brandita come una spada, è riuscito a svelare i tipici meccanismi televisivi e a mettere a nudo personaggi troppo spesso ambigui.” (Aldo Grasso, Enciclopedia della televisione, Garzanti, Milano, 1996).

UNA MARMELLATA TELEVISIVA

Volendo dargli un’etichetta, bisognerebbe definire Chiambretti c’è – almeno nelle intenzioni – una trasmissione di infotainement, ovvero un ibrido di informazione e intrattenimento, di attualità e spettacolo. Ma non si tratta solo dell’incontro tra due generi: lo show segna l’ibridazione di due modi di intendere la televisione molto diversi – così come sono diversi Gianni Boncompagni e Piero Chiambretti.
S’incontrano il “vuoto pneumatico” dell’animatore di Alto gradimento e Non è la Rai, il suo nichilismo; dall’altro – prosegue Chiambretti nel presentare la trasmissione – “la mia piena di contenuti e ritmo (…) E’ un no-format, un genere non identificabile. E’ l’insieme di tante piccole tv che ho fatto nel passato. Dall’unione di due stili differenti è nato un terzo genere” (“Corriere della Sera”, 28 ottobre 2001).

Chiambretti va in video con un nuovo supporto “dietro le quinte”, restando però fedele alle proprie caratteristiche di showman:

“In questo programma dalla doppia pelle, dalla doppia faccia, dal doppio fondo, è contenuto tutto quello che c’è sempre stato nel mio DNA televisivo. Un mix tra il salotto letterario e il bordello, tra il talk show tradizionale e il musical, tra chi la spara più grossa e chi non la spara proprio. (…) Freccero è sempre stato il pontefice della tv sperimentale, è l’unico che riesce a far convivere le due anime di Chiambretti c’è, quella elaborata, linguistica, giornalistica e quella leggera e goliardica di Boncompagni. (…) Siamo una specie di ronzio, di rumore di fondo, ma il nostro 13-14 per cento di media, con punte del 17-18, infastidisce.” ( “il Giornale”, 11 novembre 2001)

“L’idea di base [delle mie trasmissioni, n.d.r.] è stata sempre quella di mettere in scena tutte le diversità, i corto-circuiti che la televisione può proporre. L’ho fatto ottenendo sempre dei buoni risultati.” (“.com”, 12 novembre 2001)

“Il mio stile è una commistione di citazioni e linguaggio. Non sono né un giornalista né un comico.” (“Il Secolo XIX”, 6 gennaio 2002)

Il risultato?

“E’ la rappresentazione della marmellata televisiva, un Blob fatto con gli umani invece che con i reperti televisivi. Più anime, ognuna con il suo stile, come la tv stessa.” (“Corriere della Sera”, 9 dicembre 2001)

“E’ una sorta di marmellata televisiva che a sua volta rappresenta la marmellata di un paese che non sa da dove viene e soprattutto non sa dove va. Altri rappresentano questa realtà con toni seri e il piglio degli osservatori critici, noi abbiamo un taglio glamour.” (“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 6 marzo 2002)

“E’ una rilettura della televisione, tanti generi uno sopra l’altro, come una torta a strati. Un programma che spiega cos’è la tv: un insieme di contraddizioni dove si mischiano politica, costume, società, battuta, riflessione. Il programma gioca su queste cose.” (Carlo Freccero, “l’Unità”, 15 dicembre 2001)

NON C’È FORMAT

Nelle scorse stagioni, mentre trionfavano il ritorno del quiz e il Grande fratello, la televisione sembrava nutrirsi solo di format. Chiambretti c’è si presenta programmaticamente come no-format, e infatti cambierà ospiti, struttura, taglio in corda, adeguandosi con grande flessibilità alle diverse contingenze esterne (la situazione internazionale, la politica e la cronaca italiane, i condizionamenti dal parte del Palazzo, i sussulti di una RAI che si sta adeguando alla “berlusconizzazione”…) e interne (i successi di alcune situazioni e personaggi, gli abbandoni a volte polemici di certe presenze…).
Il no-format, come si è già visto, diventa uno slogan, più volte rilanciato nelle dichiarazioni alla stampa.

“Abbiamo dimostrato che si può fare un buon programma con costi bassi e senza format. Il nostro, al massimo, è una formuletta. Chiambretti è un personaggio non banale e uno stakanovista. In questi mesi di lavoro ci siamo divertiti molto, con le ragazze c’è stato un feeling ottimo.” (Gianni Boncompagni, “il Giornale”, 22 marzo 2002)

Insomma, “servizio pubblico al servizio dell’intelligenza” (Carlo Freccero, ADN-Kronos, 4 ottobre 2001).

140 RAGAZZE PER NOI

Sono le Letterate (contrapposte alle Leterine di Mediaset), 140 ragazze tutte laureate o laureande (scelte da Gianni Boncompagni), che costituiscono il corpo di ballo e il coro della trasmissione. Accanto a loro, sfilano in studio o su un grande schermo che campeggia dietro l’arena che ospita le ragazze leader politici e personaggi televisivi, per essere intervistati da Chiambretti. Ospite fisso il lookologo Alfonso Signorini. Un cult della trasmissione diventano quasi immediatamente Renato Balestra e i suoi ospiti aristocratici.

IL TRIANGOLO

Lo show si costruisce intorno a una sostituzione improbabile: la regia di Gianni Boncompagni al posto della presenza in video di Santoro. A gestire il triangolo – come l’allenatore di una squadra di calcio – è Carlo Freccero, dal 1996 direttore di Rai Due, destinato a lasciare l’incarico con il rinnovo del consiglio d’amministrazione della televisione pubblica nel febbraio del 2002:

“Un matrimonio naturale: da una parte l’estetica, dall’altra il sale.” (Carlo Freccero, ANSA, 2 ottobre 2001)

Che l’azzardata alchimia funzioni, se ne accorge subito Aldo Grasso:

“Boncompagni è un po’ meno Boncompagni, Chiambretti un po’ meno Chiambretti ma l’ibridazione funziona. E funzionerà meglio con il tempo, ogni giorno sarà un passo avanti. Del resto, con la televisione si può andare lontano quanto si vuole, in qualsiasi direzione. Impura, perché solidale con la nostra vitalità, essa ci invita a tutti gli eccessi e non fissa alcun limite alla nostra sopportazione né al capitombolo nel Nostro Beato Niente.” (Aldo Grasso, “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2001)

Se ne accorge anche il pubblico, e l’audience cresce:

“I fans di Non è la Rai si sono adeguati crescendo intellettualmente e il mio pubblico ha goduto delle ragazze come di una bibita fresca. Questa è la dimostrazione che la tv è una grande aranciata amara”. (“La Nuova Ferrara”, 24 febbraio 2002)

IL TALENTO DI PIERO

Di sé, spiega:

“Io non ho misure standard. Per questo sono obbligato ad andare dal sarto… Non perché sia snob, ma perché perlomeno posso farne fare giacche e pantaloni secondo le fattezze del mio corpicino”. (“Il Sole-24 Ore”, 27 febbraio 2002)

Per quanto riguarda le proprie qualità professionali, l’interessato insiste soprattutto su un elemento. Quando gli si chiede chi lo protegga e lo raccomandi, risponde:

“Ripeto, ho il talento. Certo, ogni tanto rifletto su ciò che accade intorno a me e quando ci penso a mente serena mi domando dove trovo la forza per reggere a tutte le pressioni e influenze” (“Il Secolo XIX”, 6 gennaio 2002)

“Il talento non ha padroni, prendo con filosofia il mio rapporto con la politica. E’ vero anche, da quello che ho visto. Che le nuove gestioni sono sempre peggiori delle precedenti” (“Libero”, 5 gennaio 2002)

“Non credo nelle raccomandazioni, ma solo nel talento senza padroni. Non vado a Sanremo, è la cartina di tornasole che non sono raccomandato.”
Nessun aiuto neanche dalla sinistra?
“Quale sinistra? Al di là della simpatia, non ho avuto alcun piacere dalla televisione dell’Ulivo.”
(“La Stampa”, 3 marzo 2002)

Sulla politica torneremo. Nel frattempo vale la pena di capire che dicono di lui i suoi collaboratori, a cominciare ovviamente da Boncompagni:

“Mi conforta avere al fianco Piero Chiambretti. E’ un conduttore di cui ci si può fidare. In America vige una regola, per fare in conduttore bisogna essere un po’ imbecilli. Per Piero questa regola non conta affatto.” (Gianni Boncompagni, “Il Secolo XIX”, 27 luglio 2001)

“Ho fatto tanti programmi con i conduttori malati di mente e devono essere così se no non possono fare questo lavoro. Chiambretti è un’eccezione e mi piace lavorare con lui.” (Gianni Boncompagni, ANSA, 2 ottobre 2001)

Né deficiente né malato di mente, Chiambretti si giova della cura Boncompagni:

“Gianni Boncompagni gli ha trovato una presenza scenica che gli impedisce di amarsi in modo indebito” (Aldo Grasso, “Corriere della Sera”, 29 dicembre 2001)

La coppia trova un sorprendente affiatamento anche nell’atteggiamento da tenere nei confronti del piccolo schermo:

Gianni Boncompagni: “Penso che se in tv si intervistasse ogni giorni Himmler, dopo sei mesi la gente direbbe: ‘Ma guarda che simpatico’. Anche se esponesse la filosofia nazista. La tv lo farebbe diventare presto Heinrich, in fin dei conti una brava persona”
La tv fa digerire proprio tutto?
Gianni Boncompagni: “Perché, ci sono dubbi? (…) Basta guardare cosa succede. Non dico che il pubblico sia demente, ma lo può diventare a furia di massacrarlo con la tv”.
Allora perché la fate?
Piero Chiambretti: “Solo per non guardarla”.
Gianni Boncompagni: “Già farla è gravissimo. Guardarla sarebbe una perversione terribile”.
( “l’Unità”, 15 dicembre 2001)

Ma gli altri protagonisti della trasmissione, che impressione hanno del “telebano” Chiambretti?

“Come tutti i comici, è pesante, un depresso cronico, non gli va mai bene niente. Ma è veramente intelligente. Poi lavoro con Freccero, altra grande mente. Mi creda, questa è una fortuna. Perché di gente intelligente che lavora in tv ce n’è veramente poca. Soprattutto in Rai, dove la struttura fa abbastanza pena.” (Alfonso Signorini, “ItaliaOggi”, 19 dicembre 2001)

“Piero è più ironico che aggressivo, è intelligente, sa fare tv. E poi l’ironia smussa anche le armi più affilate.” (Renato Balestra, “Il Mattino”, 15 gennaio 2002)

“Ha il senso del ritmo. E il suo umorismo è aggressivo, mai greve.” (Renato Balestra, “Nazione-Carlino-Giorno”, 28 gennaio 2002)

“Sia Gianni sia Pero sono ‘acqua santa’. Bisogna saper parlare a loro con un linguaggio appropriato, cioè con ironia, intelligenza e spiritualità.” (Don Santino Spartà, “Il Secolo XIX”, 14 febbraio 2002)

LE POLEMICHE

Chiambretti c’è nasce, cresce, si fortifica e raggiunge il successo tra le polemiche. Non sorprende, visto che il punto di partenza è la censura preventiva che ha impedito la nascita de I gemelli, il programma che Chiambretti avrebbe dovuto condurre con Michele Santoro. Il progetto era stato subito bocciato per motivi politici, ma anche per non fare “concorrenza sleale” a Vespa. Ecco, le frecciate contro Vespa – che presidia la seconda serata Rai da dieci anni – e Costanzo – che da venti presidia la seconda serata Mediaset – sono state uno dei ritornelli che hanno accompagnato Chiambretti c’è, insieme a quelle – meno esplicite – contro Le Iene, ree di rifare in sostanza il Chiambretti impertinente degli esordi.
Per molti questa difficile gestazione fa di Chiambretti c’è un fiasco annunciato, una trasmissione senza futuro. Viene preventivata una prima serie, dal 3 ottobre 2002 alla fine dell’anno. Con altre due proroghe a furor di popolo, lo show cresce fino alla “strepitosa puntata d’addio” (Maurizio Caverzan, “il Giornale”, 25 marzo 2002) del 22 marzo 2002.
Ma le premesse sembrano dar ragione ai pessimisti. Chiambretti non è in un momento poco brillante della sua carriera. Il debutto arriva in un momento particolarmente difficile: poche settimane dopo l’11 settembre, quando il mondo è sotto shock e rullano i tamburi di guerra. L’intero sistema della comunicazione e dello spettacolo è costretto – per una volta – a ripensarsi.
Dopo le prime puntate è subito polemica: Roberto D’Agostino abbandona la trasmissione, seguito poco dopo da Klaus Davi e Angelo Bucarelli. Il lookologo, che torna a occuparsi del suo sito internet Dagospia, prova a sputare un po’ di veleno: “Del resto me l’avevano detto Tatti Sanguineti e Roberto [probabilmente Marco, n.d.r.] Giusti: Chiambretti è un comico privo di ironia” (“Il Giornale”, 13 ottobre 2001). A fine stagione si vedrà chi aveva ragione.
Quella con D’Agostino è solo la prima schermaglia di una lunga serie: si va dalle discussioni sul giornale che parla di più del Toro (per Piero è “La Stampa”, per “Tuttosport” è “Tuttosport”) alla correzione imposta dalla Sipra, la concessionaria di pubblicità della RAI che impone di modificare il ritornello “Porco qui, porco là, ecco la pubblicità…” diventa “Compra qui, compra là, ecco la pubblicità…”, dalle frecciate contro Boncompagni (per i diritti SIAE che percepirebbe per le canzoncine e per le foto) ai rimproveri perché maltratta un sacerdote (don Felice) e in un’occasione sdi accintenta di un riassunto dell’”Avvenire” senza andarsi a leggere l’”Osservatore Romano”…
L’atmosfera si surriscalda quando il conte Filippo fugge dal Grande Fratello 2 per trovare asilo politico nella seconda serata di Rai Due: il “Che Guevara del GF” (definizione chiambrettiana) straccerà il mitico e misterioso contrattone che lo lega alla Aran Endemol in diretta proprio nel corso di una puntata di Chiambretti c’è, di cui nel frattempo è diventato ospite fisso.
Poi tocca alle schermaglie con i pubblicitari: dopo un sondaggio interno alla categoria, vorrebbero imporre ai conduttori che fanno flop di rinunciare ai cachet e di abbandonare per qualche tempo il piccolo schermo per meditare sui loro errori
Il conduttore viene ovviamente coinvolto nel dibattito sulla tv deficiente innestato dalle dichiarazioni di Donna Franca Ciampi – che Chiambretti ribattezza all’istante “la nuova casalinga di Voghera”, e nelle campagne sugli sprechi e costi Rai orchestrate dalla stampa di destra.
Nel corso delle settimane – a dimostrazione che si tratta di libertà vigilata – Chiambretti c’è viene accusato di tutto. Finisce nel mirino
· perché ha offeso l’inno nazionale, ·
· perché irride il crocifisso “per strappare al pubblico qualche stupida risata”, ·
· perché – secondo il consigliere d’amministrazione della Rai Alberto Contri – vilipende la religione (in uno sketch Chiambretti osa rifiutare l’estrema unzione), ·
· perché – secondo il ministro delle Telecomunicazioni Gasparri, poche settimane prima ospite d’onore alla prima puntata dello show – pratica il turpiloquio (ma il coretto delle Letterate con il “’fanculo” verrà difeso dalla collega di partito Alessandra Mussolini, presente nella puntata contestata), ·
· perché è maleducato in quanto sfora e fa ritardare il TG2 (il rimprovero arriva in diretta a lui e Santoro dal TG delle 20.30 diretto da Clemente J. Mimun, che scrive lettere per spiegare che Chiambretti è ignorante), ·
· perché ha riportato per tre minuti Beppe Grillo sugli schermi della RAI, ·
· perché attacca la RAI che non manda inonda il film di Maselli & Co. sui G8 a Genova… ·
Sono tutti peccati veniali – e infatti la trasmissione non subisce sanzioni – ma danno l’idea di un clima non certo disteso.
L’unica espulsione dal cast sarà quella di Don Santino Spartà, che compariva tra la nobiltà di Casa Balestra: a febbraio il prelato verrà richiamato dai superiori e costretto dalla Conferenza Episcopale Italiana ad abbandonare la trasmissione.

LA POLITICA

Chiambretti è un intervistatore abilissimo. Non si fa intimidire, sa essere aggressivo ma sa anche spiazzare l’interlocutore con repentini cambi di argomento. Proprio questa qualità ha fatto il successo di una trasmissione come Il portalettere.
Nelle prime puntate di Chiambretti c’è i politici si offrono volentieri alle sue cure, con diversi effetti sull’Auditel: Gasparri (24%), Bertinotti (24%), Melandri (6%), Sgarbi (25%), Fassino (18%), La Russa (14%).
Rispetto alle sue prime apparizioni, il puffo televisivo è meno aggressivo e provocatorio. I politici “Chiambretti li intervista a modo suo, rivolgendogli domande impertinenti che ne mettono in evidenza, come si dice, il lato umano (troppo umano)” (Norma Rangeri, “Il Tirreno”, 21 ottobre 2001).

È una scelta consapevole, si tratta anche di smussare quelle punte di aggressività e provocazione che caratterizzavano il primo Chiambretti.

“Cerco di osservare una logica frontale nei confronti degli ospiti, senza zerbinarmi come fa qualcuno. Oggi comunque indosso una seconda pelle: non uso più il dileggio, il microfono come un manganello. In un momento così violento mi piace essere, a mio modo, pacifista”
Come fate a convincere i politici a scendere nell’arena?
“Confesso che non facciamo molta fatica. Il politico deve promuoversi. Devo dire che in questo periodo la destra, forse repressa da una sala d’attesa troppo lunga, si mette in gioco più amabilmente della sinistra.”
(“Nazione-Carlino-Giorno”, 28 ottobre 2001)

C’è chi lo definisce “ossequiosamente controcorrente” (Chiara Pavan, “Il Gazzettino”, 22 novembre 2001), inserito in una “perfetta e attualissima ottica bipartisan” (“Libero”, 5 gennaio 2002). Per Aldo Grasso, “si è romanizzato, ammainandosi da icona della sinistra” ( “Corriere della Sera”, 29 dicembre 2001).
Lui precisa:

“Ho sempre avuto ‘attenzione’ per il centrosinistra. Ma rispedisco al mittente tutti gli inviti alla ‘partecipazione’. Non è giusto utilizzare pubblicamente qualcosa, il voto, che dovrebbe restare segreto”. (“Corriere della Sera”, 3 febbraio 2002)

Che Chiambretti sia di destra o di sinistra, che sia ossequioso o impertinente, che sia nordico o romano, però, con l’aria che tira non fa molta differenza. Non passa molto tempo e arriva un veto che obbliga ancora una volta a modificare il no-format.

“Dopo le prime puntate, ci è stato vietato di portare i politici in trasmissione: si sa, la politica è una riserva di caccia di Bruno Vespa. Noi siamo frenati, ma ce la siamo cavata lo stesso.” (“il Giornale”, 22 marzo 2002)

Resta il rimpianto. All’inizio c’è chi scrive: “Sarebbe stato l’unico a poter fare un David Letterman Show, sogno inseguito da tanti. Ma si è un po’ buttato via, girovagando tra gastronomia, cinema, amori e manie di protagonismo” (Decoder, “.com”, 22 ottobre 2002). Con questa trasmissione avrebbe potuto provarci – ma un Letterman senza politici non può esistere, e la colpa non è certo di Chiambretti.

LA SATIRA

Il problema della satira emerge non appena si affrontano la politica e la cronaca in termini non seriosi. Fin dalla prima puntata, Chiambretti si interroga sulla propria figura e chiede aiuto a Lucia Annunziata:

“La satira è sempre importante, l’informazione può tornare a essere il cuore dell’intrattenimento, importante è non usare il cazzeggio come sedativo.” (Lucia Annunziata a Chiambretti c’è, 3 ottobre 2001)

Gianni Boncompagni è più pessimista:

“Non credo che la satira esista. Se la satira passa vuol dire che è di regime. La satira vera è difficile che passi in tutto il mondo. Quando in Italia facciamo l’imitazione della moglie del presidente della Repubblica, quella non è satira.” (Gianni Boncompagni, “Il Tempo”, 18 gennaio 2002)

Chiambretti si allinea:

“Io non credo alla satira in questo momento, io non so se ho mai fatto satira, credo di aver fatto informazione.” (“Libero”, 5 gennaio 2002)

“La tv di oggi non permette la satira e non potrà che peggiorare, se la RAI perde Freccero noi difficilmente potremo elaborare e lavorare in questo modo. Nel ’92 la situazione era migliore, il delirio è cominciato nel ’94.” (“Corriere della Sera”, 6 febbraio 2002)

UN GIGANTE IN UNA STAGIONE DI NANI

Il successo di pubblico è innegabile: una audience con vette del 18-20% a puntata, che osa sfidare e in certe occasioni superare persino le corazzate di Vespa e Costanzo.
Anche la critica e gli addetti ai lavori, in una annata televisivamente assai scialba, si schierano decisamente a favore di Chiambretti c’è. Comprese alcune testate che avevano gettato benzina sul fuoco delle polemiche censorie.

“La sola trasmissione con un barlume di inventiva, tutta permeata di un cinismo a volte irresistibile.” (Giulia Cerasoli, “Il Tempo”, 16 gennaio 2002)

“Mi piace Chiambretti c’è. E’ fresco, nuovo, originale. Chiambretti è molto bravo, ha verve, riesce a rendere spiritose anche situazioni difficili.” (Piersilvio Berlusconi, “il Giornale”, 19 gennaio 2002)

“Un programma ricco, con un’estetica, un pensiero. Ben condotto. Peccato che sia nostro concorrente.” (Davide Parenti, “ItaliaOggi”, 21 febbraio 2002)

“Un gigante in una stagione di nani.” (“Il Foglio”, 7 marzo 2002)

“E’ stato un programma nuovo, una rarità assoluta in mezzo a rifacimenti, repliche, rivisitazioni, riproposizioni di questi giorni. Ha incontrato e non ignorato, in questi mesi, diversi momenti della cronaca italiana, nera, sociale e politica (…) Chiambretti ha condotto bene. Dice un po’ troppo spesso ‘Come dire’ ma è un grande navigatore della tv. E’ rimasto compatto, solido e tagliente, ma pure controllato, quando il programma veniva accusato di volgarità, laddove quella volgarità pareva più che una accusa, una scusa per l’attacco. (…) Insomma, in questa tv, adesso è un peccato dove dire ‘Chiambretti c’era’”. (Alessandra Comazzi, “La Stampa”, 23 marzo 2002)

“Certe sere la trasmissione era irritante, marchettara, esageratamente autoreferenziale (…) ma era anche una delle poche occasioni per cui valesse la pena tirare tardi. Lo strano alchemico triangolo tra Boncompagni-Ghergo, Chiambretti e Freccero ha funzionato, a dimostrazione che la buona tv esiste ancora, se solo la si pensa, se solo la si immagina”. (Aldo Grasso, “Corriere della Sera”, 24 marzo 2002)

“Strepitosa puntata d’addio di Chiambretti c’è, il programma più innovativo dell’intera stagione televisiva.” (Maurizio Caverzan, “il Giornale”, 25 marzo 2002)

Per Chiambretti il trucco è semplice:

“Siamo riusciti a creare un nuovo stile: la provocazione leggera.” (“il Giornale”, 22 marzo 2002)

CHIAMBRETTI CI SARÀ?

Dopo il successo della trasmissione, che accadrà a Chiambretti e al suo team? Fermo restando che Boncompagni inventerà presto un nuovo no-format…

“Inutile nasconderlo, la fine di Chiambretti c’è coincide con la fine di Rai Due, o perlomeno io la considero la fine di Rai Due (…) Nessuno lo voleva questo programma, è partito come una sconfitta, navigando tra gli interstizi di una programmazione della RAI che già stava cambiando pelle. Come un gioco, siamo invece riusciti a consolidarlo. E’ diventato un programma cangiante, capace di adattarsi all’attualità. Siamo partiti con Bin Laden, la cappa della guerra, e siamo finiti con Vittorio Sgarbi. Tutto questo senza mai toccare la politica e soprattutto senza parlare mai di Cogne. Abbiamo fatto record d’ascolto parlando d’altro: è stata la nostra risposta obliqua all’amato Vespa”. (Carlo Freccero, “Corriere della Sera”, 20 marzo 2002)

“La de Blank fa serate inaugurali di centri commerciali. A Balestra hanno proposto di fare un film, Giada fa la modella, don Santino grazie alle ‘scomuniche’ del Vaticano è diventato un prete famoso, Signorini finirà presto in un programma di Rai Uno. Delle 140 ragazze alcune hanno trovato lavoro in tv, Melissa in una fiction e Maria Elena è testimonial di uno spot. Non è male.” (“il Giornale”, 22 marzo 2002)

“Sono felice di aver chiuso questo momento storico. Per quanto mi riguarda, è prematuro dire quel che farò. Quando ascolto le parole del neo-presidente Baldassarre, non capisco se rientro nelle sue categorie. Chiambretti c’è è stato definito un programma intelligente e poi deficiente, professionale e qualunquista. Si è detto tutto e il contrario di tutto”.
(“Corriere della Sera”, 20 marzo 2002)

“Sebbene io non sia un terrorista del video, non vorrei essere epurato.” (“il Giornale”, 11 novembre 2001)

Oliviero_Ponte_di_Pino

2004-05-15T00:00:00

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