Gli scheletri, i cani, il teatro

Marina Abramovic e Velasco

Pubblicato il 29/04/2006 / di / ateatro n. 098 / 0 commenti /
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Marina Abramovic, Count on Us, 2003.

In scena c’’è un coro di bambini che canta. La canzone si intitola Le Nazioni Unite:

L’’amore e l’’armonia vi regnano
L’’ardente bandiera dell’’amicizia
La fede nella giustizia, speranza
Di tutto il genere umano.
Le Nazioni Unite
Sono la vetta inespugnabile della libertà.


A dirigerlo, uno scheletro che quasi sembra danzare con le sue mosse leggere e appena burattinesche. Quando finisce la canzone, si scopre che ad animarlo è una donna, quello scheletro è fissato alla sua schiena.

Marina Abramovic, Nude with Skeleton, 2003.

Un altro schermo. Una donna nuda. Uno scheletro.
Dopo molti anni, dopo un lunga guerra, Marina Abramovic è tornata a Berlgrado, in quella che una volta era la Jugoslavia.
La guerra. La morte. Il sesso.
Ancora schermi. Da una parte un gruppo di uomini, in costume tradizionale, in fila. Si vedono quei volti duri, immobili. E dai pantaloni escono i loro cazzi eretti.

Marina Abramovic, Balkan Erotic Epic, 2005.

Dall’’altra un prato sotto la pioggia. Una pioggia che sembra non smettere mai. Un gruppo di donne, vestite anche loro con costumi tradizionali, danza e urla, mostrando le vagine.
La guerra, la morte, il sesso. Negli ultimi anni Marina Abramovic ha avuto il coraggio di misurare quello che significano queste tre parole con il proprio corpo, in una serie di opere raccolte sotto l’’insegna di Balkan Epic all’’Hangar Bicocca di Milano, a cura di Adelina von Fürstenberg (nel ciclo rientra anche Balkan Baroque, presentato alla Biennale di Venezia nel 1977).

Velasco, Tana, 2006.

Il sottopalco di un teatro, cui si accede dopo un percorso tortuoso. Nella semioscurità, tra i pilastri che sostengono l’’edificio, sembra di essere sul ponte di una nave: gomene, bitte sparse alla rinfusa sul pavimento. E poi alcuni cani, scuri, inquietanti, pieni di energia, cime nella visione di un mistero. Sono le sculture che Velasco ha portato al Teatro dell’’Arte di Milano, in una installazione carica d’energia, bella e feroce.

Ecco, forse il teatro dovrebbe essere così, trasmettere le sensazioni e la forza, l’’energia e la ribellione delle opere di Marina Abramovic e di Velasco.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2006-04-29T00:00:00

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