specialemilano che cosa (non) abbiamo detto il 22 novembre

Il verbale dell'incontro

Pubblicato il 15/12/2006 / di / ateatro n. 104 / 0 commenti /
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All’’incontro sullo specialemilano del 22 novembre alla Scuola Paolo Grassi mancavano i rappresentanti dei teatri convenzionati, mentre piuttosto nutrita era la presenza di compagnie con o senza sede stabile o rappresentanti di diverse realtà cittadine. Nel corso dei diversi interventi non sono emersi progetti a lungo termine o strategie in atto nell’immediato, ma è rimasto aperto l’invito di ateatro a tutti i presenti, di promuovere nuove occasioni di incontro, magari su temi più specifici, per riuscire davvero ad avanzare ipotesi di cambiamento. Dopo l’introduzione di Oliviero Ponte di Pino e Mimma Gallina sui temi dello speciale e la lettura di una comunicazione di Sisto Della Palma sulla possibilità di rifondare il teatro partendo dalla città di Milano e dalla riorganizzazione delle categorie di settore, ci sono stati i seguenti interventi.

Filippo Del Corno, di Sentieri Selvaggi, sottolinea la mancanza di spazi dedicati al contemporaneo, quando la domanda da parte del pubblico in questo senso è molto alta. Manca nella cultura italiana un incentivo al ricambio generazionale, necessario allo sviluppo dell’innovazione. Rilancia la proposta delle quote arancioni, quote di incarichi da affidare a chi ha meno di quarant’anni, con l’introduzione di agevolazioni per le realtà che hanno il coraggio di affidare la direzione artistica a persene al di sotto di quell’età. Il problema della cultura a Milano nasce anche da una concezione di cultura quasi decorativa, mentre tra i criteri che stabiliscono la qualità della vita di un luogo la cultura occupa uno spazio importante.

Renato Sarti, del Teatro della Cooperativa, sostiene anche che la vera battaglia non solo del teatro ma della cultura in generale è la “Teledeportazione di massa”. La cultura in Italia potrebbe avere lo stesso valore che il petrolio ha per altre nazioni, ma la classe politica è ottusa e non anziché investire su questa risorsa, tende a ridurre i fondi. La dimostrazione dei vantaggi che ottiene una città quando investe in arte è Roma, che negli ultimi anni, grazie alla sua politica culturale, ha aumentato le presenze in città del 30 %. A Milano l’unico barlume di entusiasmo è stata la Festa del Teatro, organizzata dalla Provincia e non dal Comune, mentre qui anche le notti bianche sono piuttosto grigie. Bisognerebbe investire sulla grande presenza di stranieri sul territorio cittadino, riservare una quota di visibilità anche ad altre culture. In tutti i programmi politici la cultura è sinonimo di turismo, ma la cultura e il teatro il particolare, è molto di più. E’ una risposta al degrado politico e morale del paese, uno strumento democratico di critica e di protesta.

Manuel Ferreira, della Compagnia Almarosé, parla della mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine, che non ascoltano nuove proposte finchè non le stupisci. D’altra parte, anche i teatri della città, quelli convenzionati, non fanno niente per cambiare, si impegnano solo a scegliere i titoli delle stagioni, per il resto sempre uguali, sia come contenuti che come comunicazione. Ci sono poi delle realtà delle quali sembra impossibile parlare, come la Fabbrica del Vapore e il Teatro dell’Arte. Si dovrebbero organizzare degli incontri sulle cattive pratiche del teatro per imparare dagli errori degli altri e riuscire a trovare strade alternative.

Patrizia Bortolini, responsabile culturale di Rifondazione Comunista, sostiene che la situazione attuale della città sia l’onda lunga dei cambiamenti sociali ed economici avvenuti a Milano negli ultimi anni, dei quali non si era del tutto consapevoli. Lo scarso interesse generale della politica nei confronti della politica è evidente dagli stessi programmi elettorali anche di sinistra, dove la cultura viene sempre giustificata con le sue potenzialità economiche. Bisognerebbe ritornare a considerare la cultura come un valore aggiunto della città, non solo per i suoi vantaggi economici. Milano oggi non è più la città del fare, ma è diventata la città dove la speculazione edilizia sacrifica qualunque iniziativa, come la Stecca degli Artigiani all’Isola. Ci sono molte riflessioni ancora da fare, rifondare l’accessibilità economica ai beni culturali, agire sui meccanismi del precariato.

Federica Fracassi, di Teatro Aperto, lancia una riflessione sul pubblico, partendo dai risultati della Festa del Teatro. Due sono le ragioni principali di quel successo: la prima, il prezzo contenuto dei biglietti, la seconda la percezione del teatro come evento. Evidentemente l’evento attira di più delle singole stagioni e forse sarebbe il caso di riflettere sulla possibilità di conciliare i contenuti culturali con la tipologia dell’evento.

Lory Dall’Ombra, del Comune di Milano (ma intervenendo a titolo personale), sostiene che ormai le risorse a disposizione del Comune si sono esaurite. La prima conseguenza di questa condizione è il fatto che non basta più proporre al Comune un progetto da sovvenzionare, perché in questo modo il Comune ha piena discrezionalità nello scegliere quali finanziare e quali no. Bisogna trovare nuove forme organizzative. Nella città, al di là delle realtà esistenti e finanziate, esistono altre realtà nate negli ultimi dieci anni che sono riuscite a vivere, nonostante l’assenza del Comune. Bisogna trovare il modo di mettere insieme le forze, non andare più da soli in una interlocuzione individuale. Il discorso sugli eventi è di altro tipo. La Festa del Teatro è stata possibile da realizzare per la Provincia, grazie al supporto dato ai teatri dal Comune. Quella degli eventi è una strada che viene sempre di più finanziata da parte del Comune, bisogna quindi lavorare per riempire di contenuti quegli eventi. Altri tipi di progetti verranno sempre meno finanziato. Un’Amministrazione eletta rispetta veramente quello che era stato presentato come programma elettorale. Il problema è a che punto del programma si trova la cultura e lo spettacolo, che nel nostro caso si trova solo in poche righe nelle ultime pagine. Su quel programma viene redatto il bilancio e ovviamente l’ammontare dei finanziamenti è proporzionale a quella posizione. Le convenzioni verranno ridiscusse nel 2007 quando si conoscerà il bilancio a disposizione. Saranno mantenute ma i contenuti saranno tutti rinegoziati. Per quanto riguarda il Teatro degli Arcimboldi, davvero nel pensiero di molti, a partire dell’ex sindaco Albertini, mantenere quel teatro sarebbe stato semplice ed economico. Era scontato che il Teatro sarebbe stato parte della Scala, ma poi, quando la Scala non ha avuto ricevuto ulteriori finanziamenti per la gestione degli Arcimboldi, si è tirata indietro. Albertini, che era anche presidente della Scala, se ne è assunto la gestione come Comune di Milano . Per far fronte alle spese si è deciso di affidare ad enti esistenti una parte di programmazione. I costi riconosciuti dal Comune al Teatro sono solo quelli di gestione, luce, riscaldamento etc, ma quelli artistici devono essere coperti con gli spettacolo. In ultimo, Sgarbi ha deciso di elevare a sei i direttori del teatro sotto la Sovrintendenza di Zecchi e solo il giorno prima dell’inaugurazione questi sono stati approvati.

Marcella Formenti, dell’Arci Lombardia, illustra un progetto di promozione del teatro sul territorio regionale attraverso la rete delle sedi decentrate dell’associazione. L’Arci da qualche tempo sta organizzando con le compagnie regionali un cartellone da presentare nelle diverse località che hanno un’offerta culturale inferiore, cercando di garantire al pubblico biglietti a prezzi economici, senza sacrificare il compenso degli artisti. Tra le compagnie che hanno accettato di partecipare anche una prodotta dal Piccolo Teatro, vista dall’Arci come un segnale importante di riconoscimento da parte del Teatro Stabile. La Formenti parla poi di un altro progetto del quale fa parte, ovvero l’AOS Lavoratori Auto-organizzati dello spettacolo, che riunisce tecnici, artisti e organizzatori interessati a rifondare il sistema lavorativo e produttivo dello spettacolo.

Fabio, studente del corso di recitazione della Paolo Grassi, esprime la propria perplessità rispetto alla possibilità di recitare senza aver seguito nessun iter scolastico, come invece accade per altre professioni e sulla necessità di avere fondi per continuare a fare teatro. Avanza l’ipotesi di un totale azzeramento dei contributi per una decina d’anni, in modo da stabilire chi sia in grado di dire comunque qualcosa al pubblico anche senza possibilità economiche. A sostegno di questa ipotesi cita la propria esperienza di attore che, trovando degli sponsor privati, è riuscito a realizzare il suo spettacolo.

Francesco D’Agostino, della Compagnia Quelli di Grock sostiene che nel micromondo teatrale manchino le pari opportunità, non tutti hanno infatti le stesse possibilità di accesso alle risorse. Non crede sia giusto che realtà cittadine che negli ultimi quattro anni si sono svuotate di pubblico e di senso continuino a ricevere gli stessi contributi di una volta. Bisognerebbe riflettere sull’effettiva attività delle diverse realtà e rendere proporzionato il contributo. Tra le entrate di Quelli di Grock, il 20 % è dato da fondi pubblici, mentre il resto è dato dalla vendita degli spettacoli, dai corsi della sua scuola di teatro, dal pubblico pagante. Il Comune dovrebbe riprendere il controllo del Teatro dell’Arte e affidarlo a una gestione condivisa, con una direzione artistica non scelta dal Comune, ma coordinata tra delle strutture.

Per Mara Rampelli, organizzatrice teatrale, si parla troppo del passato, siamo nel 2006 e la situazione è quella illustrata da Lory Dall’Ombra, gli Enti Pubblici non hanno più soldi e siamo costretti a inventarci altre strade. Per la mia esperienza le residenze potrebbero essere una buona soluzione e il Teatro dell’Arte potrebbe essere una giusta residenza di diverse compagnie, da dividere come un condominio, perché nessuna delle piccole compagnie potrebbe permettersi una stagione interna, ma una parte sì. L’importante per rifondare il teatro è voler cambiare qualcosa, senza disdegnare il mercato e senza chiudersi sotto il nome di cultura.

Giovanna_Crisafulli

2006-12-15T00:00:00

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