Tartufo, ovvero l’idolatria della cultura

Una riflessione sull'intellettuale italiano attraverso il Molière di Garboli

Pubblicato il 17/02/2015 / di / ateatro n. 153 / 0 commenti /
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Tartufo di Cesare Garboli è un durissimo atto d’accusa contro gli intellettuali italiani. Il volume raccoglie vari scritti, spesso d’occasione (servili, diceva lui), nutriti dal degrado culturale del paese. Sono la traccia di un’analisi del personaggio di Molière durata decenni, che permise a Garboli – critico, traduttore e studioso di Molière – di prendere le misure alla casta dei maîtres-à-penser nostrani. Vale la pena di seguirla, questa lunga consuetudine, per ricostruire il filo di un pensiero che non si è mai sistematizzato ma nella sua condanna senza appello rivela una profonda coerenza.

Carlo Cecchi regista e proagonista di Tartufo

Carlo Cecchi regista e proagonista di Tartufo

A innescare il corpo a corpo tra Garboli e Tartufo fu – nel fatidico 1968 – una traduzione per Einaudi, accettata di malavoglia: “Mi sembrava che quel povero prete dal collarino sudicio avesse pochissimo da dirmi”, e invece “la sua immagine mi arrivò addosso con la forza di quelle impressioni che scuotono l’abituale rappresentazione che ci facciamo delle cose” (Cesare Garboli, Tartufo, Adelphi, Milano, 2014, p. 119 e p. 123).
Da quel giorno il testo di Molière divenne per Garboli il classico “personale, privato, famigliare, simile alla nostra vecchia affumicata specchiera dell’ingresso di casa che ci restituisce ingranditi i nostri più piccoli pensieri” (p. 13). Quell’ossessione l’avrebbe accompagnato tutta la vita, come testimonia il volume curato da Carlo Cecchi, regista e attore che ha portato in scena molte traduzioni di Garboli, a cominciare da quelle shakespeariane (ma Garboli ha tradotto, oltre che Molière, tra l’altro Marivaux, Gide e Pinter).

Il fascino teatrale di Cesare Garboli

Scomparso nell’aprile del 2004 a Roma (era nato a Viareggio nel 1928), Cesare Garboli era stato allievo dell’italianista Natalino Sapegno, aveva collaborato negli anni Cinquanta all’Enciclopedia dello spettacolo e poi con Roberto Longhi e Anna Banti alla rivista “Paragone Letteratura” (che diresse dal 1962). Ha lavorato per diverse case editrici, per la televisione (con Mario Soldati), per il cinema (anche come sceneggiatore per un paio di horror di Mario Bava). Ha scritto a lungo su giornali e riviste, diventando una delle firme più autorevoli della “Repubblica”.
Straordinario critico-saggista, con un metodo che a volte comprendeva una rabdomantica immedesimazione con l’autore, è stato sensibile interprete di Leopardi, Penna, Manzoni, Pascoli: “Lettore tra i lettori, Garboli rimane, purtroppo, un critico solitario, senza scuola, utilissimo agli scrittori, così antiaccademico da non poter avere eredi perché il suo individualismo e talento, le sue curiosità e possibilità, i suoi amori e furori erano di una natura difficilmente ripetibile.” (Nico Orengo, “La Stampa”, 13 aprile 2004)
Fu acuto spettatore teatrale, come dimostrano le recensioni per “Il Mondo” e per il “Corriere della Sera”, raccolte nel volume in Un po’ prima del piombo. Il teatro italiano negli anni Settanta (prefazione di Ferdinando Taviani, Bompiani, Milano, 1998) e scritte prima di una data cruciale per Garboli (e non solo): il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro nel maggio 1978, che lo spinse ad abbandonare Roma per ritirarsi in Versilia, tra Vado di Camaiore e Viareggio.

Cesare Garboli

Cesare Garboli

Lo stesso “personaggio Garboli” aveva un coté teatrale: una personalità esuberante, eccessiva, esibita in ogni istante della vita, nelle reboanti apparizioni pubbliche ma anche nei momenti di debolezza, negli a parte delle confidenze. “Garboli dava l’impressione costante di una recita. Quasi gli fosse naturale confondersi con la teatralità di certi personaggi che amava. Ma secondo me era un cattivo attore. C’era come una forzatura in lui. Una sovrapposizione che stonava”, ha raccontato un amico di lunghissima data come Manlio Cancogni, salvo aggiungere che tutto questo era sempre riscattato nella scrittura (“la Repubblica”, 26 ottobre 2014).
L’interessato ammetteva la propria “vocazione teatrale”, con rimpianto: a tenerlo lontano dal teatro era stato il terrore di vivere sulla scena la schizofrenia tra realtà e finzione.

Cesare Garboli con Elsa Morante

Cesare Garboli con Elsa Morante

Nella sua postfazione a questa raccolta di saggi, Cecchi ricorda che Garboli gli “aveva chiesto insistentemente di mettere su una compagnia dove lui stesso avrebbe potuto finalmente recitar[e Tartufo], per mostrare sulla scena che cosa voleva dire nei suoi saggi, cosa fosse concretamente in atto sul teatro, la sua idea del personaggio” (p. 155).
Colto, brillante, polemico, acuto, istrionico, Garboli è stato per decenni uno dei protagonisti della vita culturale – e dunque civile – del nostro paese: uno di quegli intellettuali dalla competenza e dall’autorevolezza indiscutibili, e tuttavia eccentrici, isolati. Estraneo alle caste dei professori, dei giornalisti e dei letterati, poteva apparire ben inserito nell’establishment (è stato per decenni dominus del prestigioso Premio Viareggio). Ma veniva vissuto come un inevitabile fastidio per la sua indipendenza e per le capricciose prepotenze da primadonna. Un po’ temuto, un po’ subito, e appena possibile neutralizzato.

Il morbo italico, ovvero che c’entra Hegel con la Commedia dell’Arte?

Nel personaggio di Molière quell’intellettuale anomalo trovò la sonda per sciogliere l’enigma antropologico e filosofico che lo tormentava. Tartufo è la chiave che ispira i commenti politico-culturali pubblicati su “Repubblica” tra il 1972 e il 1998 e raccolti nel volume Ricordi tristi e civili (Einaudi, Torino, 2001). Quando si avvicinava a Tartufo, un sensibilissimo nervo teatrale lo portava all’esasperazione, all’indignazione. L’incomprensione del nostro teatro per Molière e per il suo personaggio era il chiaro sintomo del morbo italico:

“Penso che il teatro italiano, e con esso la borghesia italiana, abbiano ‘saltato’ Molière, così come succede a certi adulti che, nel loro sviluppo, rimuovono una delicata ed essenziale fase di crescita. Così poi non riescono più a stabilire, coi fatti rimossi, la distanza giusta. Fra il teatro italiano e Molière c’è stato un lungo equivoco, un malinteso.” (pp. 31-32)

Dietro questa rimozione, Garboli legge ragioni profonde, radicate nella struttura del nostro teatro, e precisamente nella dinamica dei personaggi di quella grande invenzione, profondissimamente italiana, che è la Commedia dell’Arte. Molière prese le maschere che gli attori italiani avevano portato in Francia – i servi furbi e quelli sciocchi, i padroni furbi e quelli sciocchi, in un mondo fatto immutabilmente di servi e padroni – ma li rilegge attraverso la propria esperienza nella Parigi del Re Sole e dell’emancipazione della borghesia, il terzo stato che scatenerà la Rivoluzione Francese. E’ una profonda mutazione antropologica che porta alla genesi del personaggio.

“Nel suo progetto, Tartufo contravviene a uno stereotipo comico, a un codice. È un servo che infrange l’antica, dura legge teatrale che fa dell’intelligenza dei servi un privilegio infruttuoso. Per la prima volta, assistiamo alle trappole di un servo che agisce in nome proprio, non per conto del padrone. Tecnicamente, la ‘ruse’ di Tartufo è uno scandalo, è una ‘ruse’ rivoluzionaria. Ma come ogni vero rivoluzionario, Tartufo si guarda dei gesti passionali, dagli atteggiamenti ribelli. Conosce le regole della diplomazia, e se contravviene a un codice comico, tanto basti; non infrange per questo il codice tout court. Tartufo ha bisogno di un padrone. Come tutti i servi, e come ogni piccolo centro di potere, Tartufo ha bisogno di un potere superiore, di cui essere solerte complice e schiavo. Nello stesso tempo, ha bisogno di un potere essenziale alla sua intelligenza ‘servile’, alla sua natura di personaggio di ceto inferiore. E come potere superiore, Tartufo sceglie il potere supremo: il Cielo.” (pp. 40-41)

Con il suo personaggio, Molière non attacca la religione (politicamente pericoloso), né l’ipocrisia (troppo facile e inutile), e nemmeno l’uso strumentale che si può fare della religione per raggiungere un obiettivo concreto come depredare l’ospite e sedurre sua moglie. Molière va più a fondo. Esplora la strategia con cui l’intellettuale costruisce la propria legittimità. Quella di Garboli è una riflessione che rilegge in chiave teatrale uno dei passi cruciali della Fenomenologia dello spirito, quando Hegel spiega come – attraverso la “lotta mortale“ con il padrone – il servo raggiunga la libertà dell’autocoscienza:

“Il servo, lavorando, dà al padrone ciò di cui ha bisogno. Il padrone non riesce più a fare a meno del servo. Dunque la subordinazione si rovescia. Il padrone diviene servo poiché è strettamente legato al lavoro del servo, e il servo diviene padrone (con la sua attività produttiva) del padrone”.

In questo percorso, non vanno perduti i ruoli originari: il padrone diventa anche servo, e il servo diventa anche padrone; tuttavia il servo nel proprio lavoro mette tutto se stesso: ma poiché i beni che produce non sono di sua proprietà, è costretto a dominare i propri desideri. Attraverso il lavoro, l’autocoscienza acquisisce anche la dignità. Questa svolta è alla base dello sviluppo della democrazia, e sarà il germe del socialismo.
Nel momento in cui si emancipa dal padrone, il servo può iniziare a pensare liberamente. E naturalmente si appropria delle tecniche di manipolazione intellettuale utilizzate dal padrone, la costruzione di quella che Marx e Hegel definiranno ‘falsa coscienza’, o ideologia. La usa per imporre il proprio potere. In questo è il primo intellettuale moderno. Gli basterebbe pochissimo per diventare uno Zola, in grado di esercitare una autentica libertà interiore, solitaria e rischiosa.
Sono dunque ben chiari i motivi per cui il personaggio di Molière fu bersaglio di censure e guai infiniti alla corte di Luigi XIV, nel declinare dell’assolutismo. Tartufo è insieme “un attore, un prete, un guaritore, un politico del ‘profondo’”, in grado di “scivolare nell’animo altrui” e di “infondere serenità e pace nell’animo inquieto”. Approfitta di questo potere per “un vasto disegno di equilibrio collettivo”. Il suo è un progetto politico, che usa i metodi della politica, “aperti al possibile, sdegnosi di certezze assolute, pronti a fare un culto del Giro di frase che tocca tutti gli argomenti lasciandoli tutti inevasi (…), attenti alla mobilità delle circostanze per le quali nulla è mai certo, nulla è definitivo” (pp. 66-67). Il tatticismo, il trasformismo – la capacità di rendere negoziabili anche i principi in nome della Realpolitik, o meglio dell’occupazione del potere – sono la conseguenza di questo atteggiamento.
Garboli è affascinato da questa ambigua emancipazione: di fronte alla sua irresistibile ascesa e si improvvisa caduta, si chiede se Tartufo è “impostore od eroe?”. C’è un germe tragico, in questo interrogativo, come scopriranno le vittime delle purghe staliniane.
Potenzialmente Tartufo è il prototipo del moderno intellettuale, ma non ha ancora compiuto la mossa decisiva. Quando alla fine viene arrestato, nella pièce di Molière, la sua sorpresa è sincera. Perché mai viene punito? Non gli è bastato parlare in nome del Cielo? Non ha acquietato le coscienze? Il potere – quello vero – non ha capito che la sua funzione è stata proprio quella di un suo servo?
Vederlo all’opera significa vedere gli effetti pratici dell’ideologia. Smascherarlo, come fa Molière, significa smascherare gli effetti dell’ideologia.

Il Bertoldo di Giulio Cesare Croce

Il Bertoldo di Giulio Cesare Croce

Nella perversione italiana identificata da Garboli, questa consapevolezza non è mai scattata. L’intellettuale italiano si è rifiutato di prendere in considerazione la trappola in cui è caduto Tartufo e dunque non ha mai imparato a praticare la libertà di pensiero. Resta un servo sempre in cerca del padrone. Per legittimarsi ha bisogno dello scudo e della spada dell’ideologia. Diventa un direttore delle coscienze, che riesce a conciliare “dolcezza conformista e violenza intimidatoria”.
E’ una figura che ha radici antiche, nella Controriforma, e infesta l’Italia da secoli: Garboli ne identifica alcune moderne incarnazioni con nome e cognome, altre è fin troppo facile individuarle nel passato e nel presente. Non sorprende che questi figuri abbiano proliferato nell’Italietta dei democristiani e dei comunisti, con il perbenismo, le doppie morali, le pratiche di potere, l’addestramento all’autocensura. Quell’ipocrisia era un male che si poteva identificare e smascherare. Era anche possibile combatterlo, anche se a caro prezzo, come dimostra la parabola sacrificale di Pier Paolo Pasolini. Ma a decretare il suo definitivo trionfo sarebbero stati gli anni Sessanta e Settanta, terreno di coltura di “molti piccoli duci ansiosi di farsi notare”, a destra come a sinistra, che combattevano le istituzioni e insieme ne facevano parte. Garboli ne riconosce “l’eccesso ideologico, l’estremismo dichiarato, la violenza e la teatralità del linguaggio intimidatorio”: hanno lo stesso odore della sottana di Tartufo. La diagnosi è spietata:

“Il Novecento ha decretato, senza più rimpianti, che il linguaggio della semplicità, l’innocenza, la purezza, la lealtà escludono dalla vita, mentre l’intelligenza e la conoscenza del male, la perversità, la simulazione, l’artificio, il trucco ce ne rendono protagonisti. Se è il male a renderci intelligenti, è solo il male a liberarci. Non ci resta che servirlo con correttezza e diplomazia (…) la convivenza con la criminalità è una realtà irrinunciabile, un sintomo di normalità” (p. 130).

Questo vale, viene da chiosare, per il rapporto Stato-mafia o per la deriva macellaia dei terroristi. Vale per le scalate al potere di cordate di cinici e arrivisti, corruttori e corrotti, concussori e concussi. Degenera nella patologia della ‘terra di mezzo’ teorizzata da Massimo Carminati. Dietro queste limacciose e degradanti ascese sociali, Garboli individua la perversione (ovvero il mancato sviluppo e la coazione a ripetere) che ha impedito lo sviluppo di una consapevole democrazia dei cittadini. Gli italiani – a cominciare dagli intellettuali – non sono uomini autenticamente liberi, ma una casta di Tartufi manipolatori.
Non sorprende che i teatranti italiani abbiano rifiutato di riconoscersi nel personaggio di Molière, che ne abbiano rinnegato l’importanza culturale, riducendolo a farsa o polemica anticlericale.

L’idolatria della cultura è un male peggiore dell’ignoranza

Attraverso Molière, la teatralità della Commedia dell’Arte incontra la dialettica hegeliana servo-padrone e assume una strategica rilevanza politica. Il nodo è la legittimità del potere: c’è quello determinato dalla forza (militare ed economica), quello legittimato da valori assoluti (come la religione), che tendono però a svaporare, incrinati dalle varie forme di laicizzazione (più o meno illuministe). Ma allora, oggi, su quale base si può legittimare il potere?

”Io credo che esistano due forme di potere: il potere che nasce dal privilegio, e quello che nasce dal nulla e si fa strada da sé. Nel primo caso, a costituire il potere è una violenza, cioè il privilegio stesso: nel secondo, il potere non può determinarsi senza mettersi al servizio della santità o della nobiltà di una causa. Nel primo caso, il bisogno di legittimazione culturale è accessorio; nel secondo, è essenziale. Nel primo caso, la negatività è rappresentato dalla violenza. E, nel secondo, c’è il rischio della frode e dell’impostura”. (pp. 113-114)

Ora che non ci possiamo più appellare al cielo, come facevano Tartufo e i democristiani, e nemmeno all’ideologia, come facevano i comunisti, resta un solo fondamento cui appellarsi, la cultura:

“uno dei pochi valori rimasti intoccabili, se non il solo ‘valore’ ancora in commercio. Ma l’ambiguità esalta il feticismo: da una parte la cultura è soggetta a falsificazioni e manipolazioni (basta pensare all’impiego di referenti culturali nella pubblicità), dall’altra tende a sostituire, o meglio a surrogare quel sistema di sicurezze e valori consacrati che un tempo era rappresentato dalla religione. Per questo sembra lungimirante l’opinione di Molière che l’idolatria della cultura sia un male peggiore dell’ignoranza.” (pp. 112-113)

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Le riflessioni di Garboli suonano profetiche. Assessori e funzionari pubblici e privati tartufeggiano sul valore della cultura, sull’importanza di scuola e educazione per il futuro del paese, sulla necessità di investimenti nella ricerca per lo sviluppo per competere nello scenario globale. L’efficace gestione degli eventi culturali è materia di studio per università e master. Politici, imprenditori, giornalisti a libro paga non perdono l’occasione di ribadire l’importanza e la centralità della cultura, senza poi far nulla per diffondere e promuovere davvero l’autenticità del pensiero e dell’esperienza estetica, e diffondere un atteggiamento critico. Li vediamo, questi Tartufi televisivi, mentre celebrano isterici il rito della par condicio. Li sentiamo ribadire, con tono ricattatorio, che la cultura è l’unico antidoto alla barbarie – ovvero tutto ciò che incrina le loro certezze e poltrone.
Lo si capisce subito. Stanno tutti cercando legittimità e autorevolezza, senza pagare alcun prezzo, con la violenza intimidatoria del linguaggio politicamente corretto. In un paese come l’Italia, dove gli intellettuali sono spesso servi in cerca di padrone, non sorprende che i Tartufi della cultura oggi la facciano da padrone. Sono diventati strategici nella gestione di un potere che non riesce a trovare una legittimazione democratica.

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