L’armata a cavallo da Isaak Babel’

Un’internazionale di uomini buoni

Pubblicato il 21/10/2003 / di / ateatro n. 059

Debutta a Bologna (Arena del Sole, 23 ottobre 2003) il nuovo spettacolo di Moni Ovadia, L’armata a cavallo, tratto dai racconti di Isaak Babel’, accompagnato dalle foto di Maurizio Buscarino.
Qui di seguito il testo con cui l’autore, regista e attore presenta il suo lavoro. (n.d.r.)

Nei primissimi anni della rivoluzione bolscevica circolava questa storiella ebraica. Durante una riunione del comitato centrale ristretto del partito comunista, Trotskij bisbiglia all’orecchio di Lenin: «Aspettiamo che vada via il goy (Stalin) e poi possiamo pregare, c’è minian (quorum di dieci maschi ebrei adulti necessario per pregare)». Il raccontino umoristico ci dà conto di un fatto risaputo nel mondo ebraico russo, cioè che il gruppo di dirigenti bolscevichi che aveva deciso e messo in atto la rivoluzione era composto a soverchia maggioranza da ebrei e mezzi ebrei. I loro nomi sono celeberrimi Trotskij, Kamenev, Zinoviev, Radek, Sverdlov e, cosa meno risaputa, lo stesso Lenin era ebreo da parte di madre. Alcuni di essi avevano ricevuto anche un’educazione religiosa. Trotskij, che al secolo si chiamava Lev Davidovic Bronstein, era figlio di un rabbino. Ma questa singolarità non si limitava ai vertici della dirigenza bolscevica. I numeri della presenza ebraica in tutti i movimenti rivoluzionari socialisti, comunisti e anarchici è sconcertante. Il primo partito operaio rivoluzionario dell’est Europa, fu il Bund, organizzazione rivoluzionaria degli operai ebrei di Russia e di Polonia. In seguito dal Bund provenne la struttura di quadri del partito socialdemocratico russo, molti dei quali, dopo la rottura con i menscevichi, confluirono nel partito comunista bolscevico. Quale legame esiste dunque fra l’ebraismo e la rivoluzione? Sicuramente e ovviamente il linguaggio visionario e incendiario dei profeti di Israele che chiamano al dovere della giustizia sociale e alla liberazione dell’oppresso come prima istanza del messaggio ebraico. Ma c’è di più. Molto di più.

L’ebraismo è forse la prima grande rivoluzione della storia del mondo e lo è sicuramente nell’Occidente la cui vicenda inizia proprio con Abrahamo, il grande patriarca ineguagliato rivoluzionario che frantuma gli idoli di ogni specie, spezza lo scettro di ogni possibile tiranno. Il geniale “traghettatore” fonda l’essere umano e ne lancia il cammino nel tempo storico con una radicale sovversione dei fondamenti del mondo antico attraverso un patto di pari dignità fra creatura e creatore con il Dio del monoteismo. Ed è ancora a opera di un ebreo che prende avvio la prima liberazione contro un potere idolatra e imperiale, si tratta di un inedito e inaudito processo che procede dal basso. Un popolo di schiavi guidati da un “rinnegato” della classe faraonica al potere, Mosè, spezza le catene della schiavitù e della sua weltanschauung, per inaugurare una nuova visione della vita basata sulla libertà di cui è garante una dirompente e ineffabile concezione del divino. Mosè non si limiterà a guidare il cammino di liberazione, ma costruirà il passaggio all’istituzione della nuova società e dell’uomo nuovo con lo strumento di una legislazione potente che rimane paradigma ineguagliato di rapporto fra ethos e giustizia. La storia dell’Esodo costruisce in qualche misura il quadro dentro il quale si iscriveranno tutte le storie di liberazione del futuro. Ciò che non passerà tuttavia nelle storie rivoluzionarie vicine a noi è la complessità, la capacità paradossale e la fiducia nel tempo della Torah di Mosè. I grandi rivoluzionari del novecento crederanno nel potere taumaturgico della rottura rivoluzionaria e inventeranno un uomo immaginario e ipostatizzato per fare tornare i conti invece che costruire la rivoluzione per l’uomo reale con tutta la sua fragile e contraddittoria precarietà, con i suoi difetti e con la sua complicazione costitutiva che lo rende soggetto sociale tendenzialmente labile e di scarsa affidabilità. Queste e altre ragioni determineranno il tragico fallimento della più grande utopia della storia dell’umanità, il comunismo. Un revisionismo strumentale oggi vorrebbe fare credere, per precise motivazioni politiche, che quella fu solo una storia di orrori. Non è così, fu la storia di uomini, di idee, di sacrifici, di dedizione, di tradimenti, sofferenze e dolori che non può essere archiviata nel bidone della spazzatura della storia televisiva. Gli uomini che diedero la vita per l’utopia del grande riscatto meritano uno sguardo che ne ricordi l’umanità estrema, una pietas che non li trasformi in numeri. Milioni di rivoluzionari e di comunisti furono vittime del “dittatore insicuro” Jossip Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin, fra di esse il grande scrittore ebreo sovietico Isaac Babel’. Il nostro spettacolo è liberamente ispirato al suo capolavoro L’armata a cavallo.

I racconti di Konnaja Armija nascono dall’esperienza viva dell’autore sul fronte russo-polacco della guerra civile seguita alla Rivoluzione Bolscevica. Babel’, che nella propria opera chiama se stesso Ljutov, fu al seguito della Prima Armata a cavallo del mitico generale cosacco Budionnij. Il piccolo intellettuale ebreo occhialuto educato alle dolcezze e alle profondità dell’ebraismo khassidico chiede di unirsi ai feroci cosacchi rossi che, pur avendo scelto di battersi per la rivoluzione, hanno iscritto nella propria cultura più profonda un selvaggio antisemitismo nutrito da una storia secolare di massacri di ebrei. Babel’-Ljutov è ciononostante attratto dalla forza primitiva e vitale di quei leggendari combattenti a cavallo in simbiosi amorosa con le proprie cavalcature e cerca un battesimo di violenza per ottenere una piena legittimità di rivoluzionario. Non ci riuscirà. Rimarrà sconfitto dall’insanabile contraddizione con il proprio ebraismo, dal comandamento “non…ucciderai!”. Non troverà neppure la forza di caricare la propria arma durante le azioni di combattimento per non correre il rischio, Dio scampi, di togliere la vita a qualche essere umano, ancorché nemico. Il suo delitto più efferato sarà quello di sciabolare un’innocente oca e quell’orribile omicidio gli procurerà continui incubi e gli farà sanguinare il cuore. Babel’-Liutov, che combatté sul fronte polacco, l’unico che vide la sconfitta dell’Armata Rossa di Trotskij, ha lasciato a noi che lo leggiamo il dono di uno dei momenti più alti della letteratura di tutti i tempi. Dalle pagine di Babel’ emergono uomini piccoli e straordinari. Tutti, i deboli, i feroci, i folli, gli orgogliosi, le vittime, gli esecutori vengono visti nella loro lancinante e disperata umanità. Mai Babel’ si lascia andare alla perversione del giudizio. Fra tutti troneggia il robivecchi Ghedali, il cieco venditore di cianfrusaglie, rapsodo sui generis, che vuole conciliare ebraismo e rivoluzione e va gridando al vento: «dov’è la dolce rivoluzione? La rivoluzione è gioia e felicità. Noi lo sappiamo che cos’è l’internazionale, dateci un’internazionale di uomini buoni. Noi tessereremo ogni anima al partito e le diremo: siediti alla tavola della vita anima e gioisci!».
Lo spettacolo si dipanerà come una partitura di immagini, suoni, musiche, canti e parole con cui combatteranno i due grandi cori dei bolscevichi e degli zaristi. In mezzo ai due “eserciti” un drappello di musicisti cavalleggeri rossi suonerà l’epopea dei rivoluzionari mentre gli attori racconteranno e urleranno lo sgomento dei piccoli uomini sconfitti. La Rivoluzione danzerà il suo sogno-incubo di gloria e di sangue prima di morire.

Perché fare uno spettacolo così “demodé” con stelle e bandiere rosse, perché ascoltare la voce dei Ghedali, eroi della diaspora che sono passati per i camini trasformati in cenere da un mondo brutale e non più umano? Per gli uomini di buona volontà che non credono alla fine della Storia, che non vogliono essere definitivamente consegnati al dominio di Mamona, l’idolo dell’oro nel suo ultimo e subdolo travestimento del cosiddetto libero mercato che vuole il sacrificio dei nostri figli, e da ultimo per gli uomini che ancora credono alla possibilità di conquistare su questa terra libertà, giustizia, uguaglianza e bontà.

Se vuoi approfondire, su ateatro puoi leggere:
§ Conversazione con Moni Ovadia (1995)
§ La mia questione ebraica di Oliviero Ponte di Pino (sugli spettacoli di Moni Ovadia)
§ Sei spettacoli teatrali su Raidue di Oliviero Ponte di Pino (su Oylem Goylem)
§ La forza della tradizione, una testimonianza di Moni Ovadia
§ Ci sono cose che non si possono dire ai morti?, una lettera aperta di Oliviero Ponte di Pino a Moni Ovadia (a proposito di Tevjie e noi)

Moni_Ovadia

2003-10-21T00:00:00




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