Le recensioni di “ateatro”: Ada, cronaca familiare. Ardis I (Les Enfants maudits)

di Fanny & Alexander

Pubblicato il 20/07/2003 / di / ateatro n. 055 / 0 commenti /
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René Magritte usava tutti gli elementi della grammatica della pittura per destrutturare e distruggere la rappresentazione pittorica.

René Magritte, La chiave dei sogni, 1930.

Fanny & Alexander utilizza i meccanismi della rappresentazione teatrale, in tutti i suoi formalismi (la definizione dello spazio scenico che determina il limite tra realtà e finzione e il rapporto con il pubblico, l’equilibrio tra attore e personaggio, la drammaturgia), per destrutturare e distruggere la rappresentazione teatrale, rimandando ogni volta a una realtà che trascende sia il mondo sensibile sia quello della finzione scenica. Non è un caso che sia per Fanny & Alexander sia per Magritte (che nel programma di sala di questo Ada funge da Leitmotiv visivo) la cornice – ovvero il limite che separare la rappresentazione dal mondo reale – sia in ogni caso il fulcro dell’operazione concettuale che si dispiega poi nell’opera, per aprire a una quinta dimensione, oltre lo spazio e il tempo.

In Ada, cronaca familiare Fanny & Alexander riprendono ed enfatizzano l’adesione alle regole implicite della rappresentazione e la loro disarticolazione che aveva segnato i precedenti lavori: da Ponti in core, fiaba goethiana d’amore e morte ambientata in un teatrino anatomico, dove la rappresentazione si dà dunque come dunque postuma, in una sorta di autopsia del teatro, a un Romeo e Giulietta che si poteva cogliere solo oltre un candido diaframma da macchina fotografica, fino al Requiem, ovvero il mito di Orfeo narrato alle soglie degli inferi in forma di opera.

Questa volta la scena è una stanza dalla carta da parati a strisce gialle, con la parete di fondo disseminata di cornici cieche: buchi e pertugi con evidenti rimandi erotici, oltre i quali ci dovrebbe essere il nulla, il vuoto e che invece innescano un meccanismo di seduzione e perversione del desiderio. A destra, oltre la quarta parete immaginaria del teatro naturalista, una sedia. Ci si accomoderà Luigi De Angelis, arrivando dalla platea, a costituire un doppio del pubblico, muto e immobile spettatore-ascoltatore delle presenze evocate da quello spazio. Perché quella stanza è animata da presenze vive e pulsanti, da un racconto, da una storia: quella dell’amore incestuoso tra Ada e Van, abitanti di un’altra galassia, di un’altra dimensione.

Attraverso quelle cornici emergono frammenti dei corpi dei protagonisti della vicenda: una bocca o un’orecchia, parole sperdute (diascalie…), immagini… Sono frammenti visivi e vocali di una vicenda dove riecheggiano le ossessioni care al gruppo ravennate: la fiaba dell’infanzia, il mito dell’incesto tra fratelli, il sottofondo ossessivo e pulsante dell’intreccio di amore e di morte.
In questo «cinema da camera» (e però sospeso anche tra romanzo, teatro e pittura) a innescare i meccanismi ossessivi di Fanny & Alexander è il romanzo sottilmente erotico di Vladimir Nabokov Ada (appunto), che narra l’amore sensuale e metafisico tra Ada, appunto, e Van, sbocciato fin dall’infanzia. Ed è come se, nel trasporre il romanzo su questa virtuosistica “non scena”, dove tutto si coglie solo per frammenti feticisti e isterici, Fanny & Alexander avesse usato su Nabokov gli stessi metodi che lo scrittore russo-americano – grandissimo critico – applicava ai grandi capolavori della letteratura: in cerca di segni ricorrenti o rivelatori (sintomi). Ma per spostare subito questo metodo fuori dalla pagina scritta, fuori dal saggio critico, per restituirlo alla materialità, alla fisicità del teatro. Così come la lettura di Nabokov seziona i testi per coglierne frammenti di realtà, così Fanny & Alexander restituisce il testo per frammenti di corpo, di fisicità; e questi frammenti vengono trasformati dunque in segni, in linguaggio, innescando un gioco di seduzione prima intellettuale che carnale. Anche qui (per restare a una delle passioni di Nabokov, il suo amore tassonomico per le farfalle) con freddezza e lucidità da entomologo: per fissare e raggelare la forma vivente in uno sforzo di analisi che insieme è pulsione di morte.

La staticità cinematografica dello spettacolo (con la parete-schermo spezzata in diversi frame) è la conseguenza di questo radicale partito preso: il rifiuto della rappresentazione, lo slittamento della narrazione (della sua capacità di portare senso) in uno spazio “altro”, che il rituale del teatro può evocare, l’ingranaggio di curiosità voyeuristica e frustrazione che condanna lo spettatore al suo ruolo.
Così Ada – primo appuntamento di un percorso in sette tappe dedicato al romanzo di Nabokov – sposta la rappresentazione e il racconto oltre lo spazio della scena, in un altrove irraggiungibile, che possiamo cogliere solo per schegge visive e vocali, che rimandano a una pienezza che possiamo solo evocare. Anche se è proprio in quella dimensione che, alla fine, Van-Luigi De Angelis approderà, compiendo il gesto sacrilego di entrare nella cornice, per rompere il tabù, e al tempo stesso annullarsi in quanto presenza reale. Accanto a lui, o meglio oltre la parete di fondo di questa Wunderkammer, in una macchina scenica di implacabile perfezione formale, offrono frammenti di sé Chiara Lagani, Paola Baldini, Marco Cavalcoli, e Sara Masotti.

Ada, cronaca familiare
Ardis I /Les Enfants maudits

Cinema da camera per voci, pianoforte, ondes Martenot e macchine del suono
Ideazione di Chiara Lagani e Luigi De Angelis
Regia, scene e costumi di Luigi De Angelis
Drammaturgia e costumi di Chiara Lagani
Fanny & Alexander
Ravenna Festival, poi Santarcangelo dei Teatri, Longiano

Le immagini sono tratte dal video di Ada. Ardis I.

Per approfondire: Casuali frammenti da una conversazione con Fanny & Alexander (ovvero Chiara, Luigi e Stefano) (1998).

Oliviero_Ponte_di_Pino

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