Sogni, orizzonti e pupazzi

Premio Scenario Infanzia 2012: vincitore e finalisti

Pubblicato il 12/03/2012 / di / ateatro n. 142 / 0 commenti /
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All’’interno di un sistema teatrale zoppicante come quello italiano, il teatro ragazzi rappresenta forse l’ambito maggiormente colpito dall’’inerzia del settore di riferimento e dall’’assenza di un’’attenzione critica adeguata. Eppure si tratta di uno spazio di ricerca dove l’’innovazione e la tradizione si tengono a braccetto senza mai dimenticare le ragioni degli spettatori: attori e pubblico vivono di una complicità solida, fondata su uno scambio continuo e vitale dove non valgono i condizionamenti delle mode e le suggestioni delle “tendenze” e dove l’artista assume su di sé una responsabilità fondamentale: stimolare nei giovani spettatori la creatività, il pensiero e l’amore per il teatro.
Il Premio Scenario Infanzia è un’occasione preziosa per ripensare il ruolo del teatro ragazzi in Italia e per rilanciare nuove possibilità di ricerca. Vincitore della quarta edizione è il progetto della compagnia L’Organizzazione (Roma), John Tammet fa sentire le persone molto così 😕.
Ad assegnare il premio, Il 23 novembre al Teatro al Parco di Parma, è stata una giuria presieduta da Valeria Raimondi e composta da Stefano Cipiciani, Marco Dallari, Cristina Palumbo, Cristina Valenti, affiancata informalmente da un osservatorio studentesco composto da alcune classi dell’istituto Toschi di Parma, i cui risultati hanno confermato lo stesso vincitore.
I giovani spettatori lo raccontano così: “serio ma ironico”, “geniale e completo”, “forte, che rompe il muro”, “fa viaggiare con la mente” e “fa vedere il mondo con gli occhi di John”, “giusto per tutte le età”, “contiene qualcosa che ancora non ho capito, e che voglio capire”.

Un lavoro, non ancora compiuto, che riesce già a stupire per la maturità e la sapienza dei mezzi e dei contenuti messi in gioco. John Tammet ha la sindrome di Asperger, una forma di autismo che compromette le relazioni sociali e provoca disturbi schizoidi della personalità. La compagnia si è liberamente ispirata all’autobiografia di Daniel Tammet, Nato in un giorno azzurro, al romanzo di Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, e a conversazioni con madri di ragazzi autistici. John ha un amico immaginario, Toby, una specie di robot appartenente a chissà quale galassia. È proprio lui, ingrandito sullo schermo, a fare il prologo dello spettacolo. Si innescano subito diversi livelli di comprensione e di racconto. C’è Toby che introduce il piano metateatrale, motivando l’uso del video in scena che interviene nella costruzione drammaturgica; poi arriva John a farci vivere la sua condizione senza raccontarcela: entriamo dritto nella sua mente prima ancora di conoscerlo. John è capace di memorizzare lunghissime sequenze numeriche, ma per comunicare ha bisogno dei disegni. Lui odia le bugie, per questo è 🙁 quando scopre che suo padre non è stato sincero con lui, ed è 🙂 solo quando parla con Toby.

Il rapporto verità-finzione è il nodo centrale del lavoro. John non sa mentire, non condivide i limiti dell’uomo, ma vive una dimensione sovra-umana, in-umana che lo avvicina sempre più all’universo abitato dal suo amico robot. Eppure, allontanandosi dalla Terra, si nutre a sua volta di una grande illusione, e l’irreale diventa reale. Toby non è più un’immagine sullo schermo, ma entra sul palcoscenico in carne e ossa (se di carne e ossa è fatto). Dove sta allora il confine tra verità e finzione?
John scandaglia le nostre coscienze di spettatori e di uomini, facendoci sorridere e piangere, lasciandoci tutti un po’ così 😕
Una menzione speciale è andata al progetto di Mimmo Conte (Napoli), Gilgamèsc. Due ragazzi, un cinese e un italiano, si incontrano all’interno di una cella (che non è immediatamente rivelata come tale) e pian piano cominciano a comunicare. Lo scontro non è che un rituale per riconoscere l’altro: mani, teste, gambe si toccano, si sfidano. Pian piano nasce un sentimento di amicizia, che, insieme al disprezzo della morte, è uno dei temi principali dello spettacolo, ispirato all’epopea di Gilgamèsh.
Ye-He, l’attore cinese che veste i panni dell’eroe, ha incontrato il teatro all’interno del carcere minorile, prima a Bari poi a Potenza, sconosciuti destinati ad amarsi. La sua forza in scena conquista il pubblico sin dai primi minuti. La sala vuota diventa più luoghi: la cella è un rettangolo di luce, il cortile un quadrato dai confini bui, e i corridoi del carcere strette linee perpendicolari. Il regista ha ideato un perfetto disegno di luci per costruire lo spazio, trasformando la prigione da luogo reale a condizione universale dell’individuo. Il dialetto napoletano dialoga con un italiano straniero, mentre il cinese dà voce a pensieri e affetti, alla preghiera solitaria e al monologo. La lingua diventa segno formale dell’incontro fra due culture.

La finale del premio, che si è svolta nell’ambito di Zona Franca InContemporanea Parma Festival, ha visto confrontarsi otto progetti, che hanno dimostrato la capacità di parlare a tutte le fasce di età, mettendo in gioco temi importanti come la malattia, l’abbandono, il bullismo, l’emarginazione, la crisi economica, lo svuotamento del linguaggio e l’idea stessa di teatralità. Accanto ai contenuti, hanno sorpreso le diverse modalità di lavoro: dai pupazzi ai video proiettori, dallo spazio vuoto a una scena ingombra di oggetti, dal non-luogo onirico o assurdo al realismo di un impeccabile mobilio retrò.
Tratto ricorrente dei progetti la proposta di interazione col pubblico, che diventa presenza attiva in un teatro dove non si applaude mai per pura convenzione.
La possibilità per gli artisti di raccogliere gli sguardi e le reazioni dei giovani spettatori costituisce uno degli elementi di forza e di ricchezza di Scenario Infanzia.

La fortuna di Philéas, il progetto di Giuliano Scarpinato (Palermo), ha inaugurato la giornata con un ritratto critico e poetico al tempo stesso della società dei consumi, dove i valori sono ribaltati e le parole sono appannaggio dei soli che se le possano permettere. Tre personaggi in scena, il ricco, il povero e la principessa ballerina, che abitano un mondo dove le parole sono in vendita e ai poveri non resta che cibarsi degli scarti.

Il deposito delle lettere, rappresentato da una gigantesca figura vestita di bianco e blu, è il segno scenico e immaginifico dell’abuso delle parole, metafora dell’ipocrisia e dell’avidità umane.
Come rappresentare il silenzio a teatro? Vengono in aiuto la danza e la musica, ma la sfida resta difficile. La fragilità di questo progetto risiede forse nella sua ambizione: il regista non ha introdotto elementi narrativi che sciogliessero i nodi della storia e i tre protagonisti si trovano a costruire immagini non sempre decodificabili.
A seguire Fratelli Applausi di Laura Landi (Firenze), un divertente ritratto del pubblico teatrale attraverso l’uso dei pupazzi. Lo spettacolo ha coinvolto l’intera platea, dai più piccoli agli adulti, in un gioco allo specchio: un palchetto di tre spettatori-uccelli strizza l’occhio al pubblico in sala, attraverso sketch muti.
Cosa accadrebbe se le parti si invertissero e i riflettori si accendessero sullo spettatore?

Sotto il palchetto, il sipario si apre su favole note e mixate, dalla Bella addormentata alla Spada nella roccia, dove il principe protagonista, vittima delle tentazioni, dimentica la sua amata.
Gli uccelli indignati vorrebbero fermare tutto e aiutare il piccolo eroe a fare la scelta giusta, ma non possono; spetterà al pubblico reale, quello dei bambini in platea, decidere il finale.
Quando c’era Pippo della compagnia OSM, Occhi Sul Mondo (Perugia), è tratto dal diario di una nonna che racconta la sua esperienza di staffetta partigiana durante il secondo conflitto mondiale. In scena due sedicenni degli anni ’40 vivono la tragedia della guerra tra le mura di una cantina abbandonata, dove l’unico contatto col mondo esterno è rappresentato da una piccola finestra. Una sorta di luogo beckettiano, dove trova spazio un realismo commovente e a tratti ingenuo.

Sotto il tavolo di legno consumato, Giulia e Emilio cantano a squarciagola vecchie strofe da grammofono per esorcizzare la paura delle bombe, contano le stelle, si raccontano sogni e speranze: storie piene di vita nonostante la guerra, il terrore, la morte.
La voce registrata della nonna della giovane attrice, Greta Oldoni, all’inizio e alla fine del lavoro, restituisce l’autenticità del ricordo, e la memoria del passato rivive in funzione della memoria presente, nel rispecchiamento fra i giovani di oggi e quelli di ieri.
1,2,3… crisi, Ovvero la crisi salvata dai ragazzini di Giuseppe Provinzano (Palermo) è un tentativo di spiegare la crisi ai più giovani, traducendo termini come ʽspreadʼ o ʽobbligazioneʼ in un linguaggio accessibile a tutti.

Interessante l’idea di avvicinare i ragazzi a una questione attuale e urgente, ma fin troppo complessa, attraverso una trasposizione fantastica, dove il dio denaro, cugino di paura e avidità, appare in carne e ossa, dipinto di bianco. Nonostante la continua ricerca di interazione con il pubblico, il lavoro purtroppo non risulta colpire nel segno.
Niña di Roberta Maraini (Torino), è un trailer cinematografico, una performance, una canzone pop.

Nei panni di una ragazzina “sfigata”, la regista-attrice-autrice racconta, con un pizzico di cinismo, il mondo spietato di un’adolescenza vissuta tra le mura dell’istituto scolastico. Affiorano ingiustizie, rabbia, disprezzo e la scuola si fa metafora del mondo e della società che imprigiona l’uomo dentro false credenze. Una scenografia mobile, fatta di scatoloni multiuso e oggetti di ogni tipo, riempie lo spazio insieme a un testo ben scritto, dai toni poetici, ma a tratti stridenti col racconto. Il suono di una pianola scandisce lo spettacolo in quadri coreografici: il livello performativo esplorato dall’attrice garantisce forse un forte impatto visivo e sonoro, ma non riesce a coinvolgere i più giovani che non vedono riconosciute sul palco le contraddizioni e le fragilità delle loro vite.
Nato ieri della compagnia Eco di fondo (Milano) è la storia di due solitudini impacciate che si incontrano: Mino, un bambino col corpo di un adulto, e Lucignolo, cresciuto dentro, piccolo fuori. Non potranno più fare a meno l’uno dell’altro, viaggeranno insieme verso il paese dei balocchi per tornare poi al punto di partenza, l’orfanotrofio dove sono stati abbandonati.

In questi venti minuti, che incantano spettatori di ogni età, c’è l’elogio di un’infanzia perduta, in una società dove si è spinti a crescere troppo in fretta. Bravissimi i tre attori in scena, che con un umorismo sapiente riempiono la sala di malinconia, allegria e tristezza, raccogliendo gli archetipi di tante fiabe, da Pinocchio a Hänsel e Gretel, per raccontare una storia nuova, che attraverso la fantasia parla ai più piccoli della realtà.

Appendice
Raccolto domestico

di Cristina Valenti

Scriviamo queste righe, rivolte a una nicchia delle nicchie del teatro italiano, mentre il presidente del paese più ricco del mondo si rivolge al popolo americano festeggiando la rielezione e dicendo che la vera ricchezza degli Stati Uniti consiste nella cultura, nelle università, negli insegnanti e nell’intreccio di diversità che compone la comunità della nazione.
Cultura e diversità: parole sentite come vincenti, se poste al centro di un momento comunicativo di tale importanza. Le stesse parole che in questo momento sentiamo come le più deboli nel nostro paese, che abbiamo quasi imbarazzo a pronunciare, perché la cultura, come ci hanno spiegato, non dà da mangiare, e per la diversità (sia essa culturale, religiosa, sessuale, socio-sanitaria) non ci sono politiche di sostegno né risorse da investire. Ma soprattutto non c’è attenzione né rispetto. Tutto questo, ovviamente, vale per il teatro, che nella sua dimensione di sistema non è affatto esente da responsabilità, sempre più arroccato su privilegi consolidati e rendite di posizione, afflitto da programmazioni fotocopia che si rivolgono a un pubblico di consumatori anziché di cittadini responsabili e competenti. Certo, mancano le risorse, l’onda dei tagli a livello centrale si abbatte rovinosamente sui territori, ma manca soprattutto un progetto, una diversa visione della distribuzione delle risorse e della priorità degli investimenti. I soci di Scenario appartengono a questo sistema, sono colpiti essi stessi per primi dalla crisi, eppure continuano a pensare che il teatro emergente sia una priorità, che i giovani siano la vera risorsa (e non il problema) del paese, e che il futuro cominci oggi, nella concretezza di un impegno non delegabile e non procrastinabile. Lo spettacolo forse più straordinario della passata stagione lo dobbiamo a Motus, che ha portato in scena il dialogo fra la trentenne Silvia Calderoni e l’ottantaseienne Judith Malina, che ha fatto tracciare in ogni teatro la parola per lei più importante: NOW.
Cara Judith, Scenario è proprio come l’immagine che ha accompagnato il percorso di quest’ultima edizione del premio rivolto all’infanzia e all’adolescenza: una tazza da tè piena di fragoline di bosco. Il fotografo che l’ha scattata l’ha chiamata “raccolto domestico”. È un raccolto di stagione, sono frutti che non nascono in serre né in coltivazioni forzate, che fanno dell’habitat naturale (per quanto esposto a insidie ambientali e atmosferiche) la propria risorsa, e che appartengono a un’offerta costruita con cura.
I giovani artisti propongono linguaggi e temi assai diversi, ma un’analoga consapevolezza rispetto al presente che stanno vivendo e agli spettatori ai quali si rivolgono. Hanno scelto storie originali o favole che affondano nel mito, ambientazioni storiche o luoghi di fantasia per raccontare il confronto con una contemporaneità della quale denunciano le derive per rilanciarne sfide e valori. Sulla scena portano adolescenti reclusi e bambini costretti a crescere troppo in fretta, il disagio personale di chi si confronta con un mondo afflitto da competizione, classismo, bullismo e il disorientamento generale di chi si interroga sulle prospettive di una crisi epocale. Approcci diversi che individuano tutti nel teatro un luogo di concretezza, non metafora né evasione, ma spazio in cui rifondare il senso delle parole, il valore dell’incontro, il significato della memoria.
Alla quarta edizione del premio hanno partecipato 64 candidati (39 dal nord, 14 dal centro, 7 dal sud e 4 dalle isole), venti dei quali ammessi alla Tappa di Selezione che si è svolta a Cascina fra il 26 e il 28 settembre, per arrivare agli otto finalisti che incontreranno i giovani spettatori delle diverse fasce d’età che vanno dai 6 ai 18 anni. Dalla tazzina da tè di Scenario, l’ennesimo richiamo all’importanza dei preziosi frutti di stagione, da cogliere dove nascono e da valorizzare come risorsa per il futuro di tutto il teatro.

Le fotografie che illustrano questo articolo sono di Marco Caselli Nirmal.

Giada_Russo

2012-03-12T00:00:00

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Tag: ragazziteatro (32)


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