Lo spazio di Alcesti, delicato e crudele

Lo spettacolo di Massimiliano Civica nel Semiottagono dell'ex carcere delle Murate a Firenze

Pubblicato il 30/10/2014 / di / ateatro n. 151 / 0 commenti /
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Lo spazio è una categoria del mito; a differenza del tempo che appartiene alla storia, la dimensione spaziale, il luogo, la presenza sono fattori fondamentali che danno corpo al mito perché il mito non significa tanto narrazione, fabula, racconto ma è anzitutto drama, il mito è sempre incarnato nell’azione scenica, nell’hic et nunc, nel presente dell’azione drammatica. Allo stesso modo lo spazio nel fare comunità attraverso la condivisione di un luogo, attraverso la compresenza, rende il senso dell’inscindibilità della dimensione politica da quella mitica.
Allora il Semiottagono dell’ex carcere delle Murate a Firenze, lo spazio in cui si colloca l’Alcesti di Euripide, un lavoro che ha la delicatezza del sussurro e la crudeltà di una lama tagliente, diretto da Massimiliano Civica e prodotto da Pontedera Teatro e Attodue, è veramente fondamentale, decide di tutto, decide del valore politico e poetico della rappresentazione e dà le direttive di un’altra, tra le tante, suggestione interpretativa.
Decide del valore politico nel momento in cui si offre coraggiosamente al pubblico come unico luogo in cui lo spettacolo può essere ‘visitato’, nel momento in cui obbliga lo spettatore a scegliere di imboccare necessariamente l’unico percorso possibile. Decide del valore poetico nel momento in cui, nella sua peculiarità e nella collocazione geografica, si offre come contenitore di una tragedia greca.

La caratteristica dello spazio è il motivo essenziale che ne ha determinato la scelta registica come luogo adatto a fare teatro, e nella struttura può richiamare le condizioni del teatro greco:  la semicircolarità in cui si svolge l’azione, la prossimità del pubblico, una ventina di persone per spettacolo raccolte attorno alla scena, e lo sbocco all’esterno perché il tetto si apre al cielo su di un lucernaio a vetri,  che di riflesso sembra connettere la dimensione intima, personale a quella pubblica, collettiva.

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E però non si può ignorare che le quinte di questo spazio sono le pareti di quello che è stato un tempo il carcere storico nel centro di Firenze. Ad affacciarsi sulla scena sono proprio i ballatoi da cui si accedeva alle celle; ma quello che colpisce di più è l’altezza di queste pareti e la vertigine che provoca uno spazio che si sviluppa tutto in verticalità. La sproporzione delle dimensioni è evidente e l’effetto è claustrofobico; l’altezza pesa sulla testa, schiaccia l’intimità tutta orizzontale della scena, l’azzurro del cielo che si intravede attraverso il ballatoio è una finestra troppo angusta per aprire il respiro all’esterno.
Viene da pensare allora che quello che è agito in scena, l’Alcesti, questo nucleo di tragedia greca, sia inevitabilmente trasfigurato da questa altezza, sia ingabbiato da questa verticalità.  E che questa sproporzione vertiginosa sia effetto della verticalità del sistema giudiziario occidentale simbolicamente monumentalizzata nella parete del carcere. Ce lo ha fatto notare Deleuze che la civiltà dell’Occidente è la civiltà del giudizio con il suo atto di nascita proprio nella tragedia greca, nell’istituzione del tribunale con cui si chiude la trilogia dell’Orestea di Eschilo. Si chiude un mondo e se ne apre un altro che costruirà il suo sviluppo esponenziale nella convinzione cieca che il logos sia il suo principio dittatoriale,  il suo unico signore, e questo nella complicità di un sistema religioso fondato sullo stesso assunto di base. Un monoteismo fatto a immagine e somiglianza del tribunale giudiziario e complice del sistema istituzionale penitenziario.

Alcesti Daria Deflorian Monica Piseddu 3 ph D. Burberi_DUB2097

foto di Duccio Burberi

La dimensione spaziale in cui appare incastonata a forza l’Alcesti, quest’anima greca, sembra proprio dirci questo, allora non stupisce la stilizzazione che caratterizza la messa in scena, non stupisce la devitalizzazione e scarnificazione, suggellate dall’uso delle maschere, a cui sono sottoposti i personaggi principali interpretati da Daria Deflorian, Monica Piseddu e Silvia Franco. O l’atto metateatrale di introdurre, a inizio rappresentazione, a quanto si andrà ad assistere. Non stupisce neppure che l’azione richiami a una funzione religiosa, con le entrate e le uscite delle attrici, intervallate da atti di vestizione e svestizione, su di un palco/pedana in cui troneggiano due basi di candelabri con alle estremità ben visibili le punte acuminate su cui andrebbero infilzati i ceri. Pathos e logos in questa scena raggelata sono scissi, come nella schizofrenia della cultura occidentale, quello che dovrebbe essere unito è disgiunto ed è il coro, interpretato da Monica Demuru, posta fuori dal palco, a farsi carico attraverso la bellezza carnale del canto dell’emozione che è bandita dallo spazio centrale della pedana/altare.
La dimensione spaziale di questa Alcesti ci ricorda ancora una volta che non possiamo fare i conti con la tragedia greca ignorando il filtro con cui il sistema occidentale e le sue istituzioni ce la fanno comprendere e interpretare, perché di questo filtro sono fatte le stesse lenti che usiamo per osservarla, e il peso di questa cultura è volatilizzato nell’aria che respiriamo e materializzato nei muri che ci circondano. E soprattutto che non si può recuperare un nucleo di pensiero classico, pagano senza che commista ci sia la controparte cristiana, cattolica, in polarità dialettica con esso.

Alcesti  Monica Piseddu ph D. Burberi_DUB2097

foto di Duccio Burberi

Questa d’altronde è una delle consapevolezze più importanti del pensiero filosofico neoplatonico che, guarda caso, proprio a Firenze ha avuto in epoca rinascimentale la sua culla. Ed è stato proprio il neoplatonismo rinascimentale a veicolare, recuperandolo dai misteri pagani,  il contenuto di senso incarnato, ad esempio, proprio dalla figura mitica di Alcesti: la commistione di amore e morte, l’intendere l’amore come dio di morte, comprendendo così anche la paradossale presenza figurativa di scene erotiche in opere d’arte funerarie antiche. E’ per questo che Pico della Mirandola può associare la morte di Alcesti – quella che chiama la “morte di bacio” – alle estasi tragiche dei patriarchi. L’amore per la tradizione orfico platonica restituita nella sua pienezza alla rinascenza fiorentina è dolce-amaro, è coincidenza di gioia e dolore… e ci si potrebbe da qui addentrare in riflessioni sull’equazione amore morte nella cultura greca, su come questa equazione è stata rovesciata dalla cultura  cristiana fino ad affermare la vita a tutti i costi…di come questo possa essere reso tangibile da una scena teatrale contemporanea … ma visto che il filo rosso dell’argomentazione è lo spazio…possiamo accontentarci di osservare come, anche in questo caso, magicamente, Alcesti abbia trovato casa nel suolo di Firenze, luogo d’elezione per ospitare la sua metafora mitica.

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