Stelle fisse | Vladimir Horowitz

Una marachella per scoprire la magia delle prove

Pubblicato il 04/02/2021 / di / ateatro n. 174

Vladimir Horowitz

Anche alla Scala si possono commettere delle marachelle. Anzi, soprattutto alla Scala, come del resto in tutti i luoghi dove lavorano molte persone. E chissà quante ce ne sarebbero da raccontare… ma non le conosceremo mai. Io ne ho commessa qualcuna, e una la voglio raccontare. Non ero solo, ma non posso fare il nome del mio compagno perché non è più in vita – a differenza di me che ancora resisto – e, non avendo ricevuto un’esplicita autorizzazione, non è il caso di esporlo al rischio di una critica essendo stato, lui, un dipendente del teatro. In quanto a me, non sono mai stato legato alla Scala da un regolare contratto, ma per una decina d’anni mi sono occupato dei programmi di sala, al tempo in cui capo dell’Ufficio stampa era il mitico Carlo Mezzadri.

Vladimir Horowitz e Wanda Toscanini

Era l’anno 1985. Non ho mai avuto una sperticata passione per gli interpreti, e non sono uno di quelli che seguono – o meglio, seguivano – i loro divi in giro per il mondo. Ma all’annuncio che Vladimir Horowitz avrebbe suonato alla Scala mi è nato il forte desiderio di non perderlo. Troppo legato a Toscanini – ne aveva sposato la figlia Wanda – e io stesso troppo legato a Toscanini, con mio padre che negli anni di guerra non faceva che parlarmi di lui, della casa disabitata di via Durini, dei dischi che aveva inciso in America e che giravano anche da noi, ma senza riportarne il nome, solo “Grande Orchestra Sinfonica”: di quale città? diretta da chi? Mah… E così ho imparato a disprezzare le straordinarie fantasie censorie di un regime dittatoriale. Ma torno a Horowitz, e al suo concerto alla Scala.
Il concerto era previsto per il 17 novembre, e naturalmente mi sono subito procurato un biglietto d’ingresso gratuito (il vantaggio di lavorare in quel teatro…). Poi, quando mancava ancora qualche giorno al concerto, ho saputo che il maestro, il giorno prima, avrebbe avuto il teatro a disposizione un paio d’ore per le prove. Giusto: per conoscere lo strumento, per verificare l’acustica del teatro, per ripassare il programma; perché no? Ma seppi anche che alle prove non era ammesso nessuno, “tassativamente”.
Tassativamente? E come mai? E poi, perché proprio “tassativamente”? Quell’avverbio mi ha messo in agitazione, ne ho subito parlato con il mio amico. E, come un sol uomo, abbiamo deciso che, sul quel divieto, volevamo e dovevamo vederci chiaro.
L’unico varco per noi accessibile, senza farci scoprire, era il palco reale. Ma, in posizione così centrale, era molto pericoloso. Bastava che il pianista avesse alzato un momento gli occhi dalla tastiera e ci avrebbe visto: sarebbe stato un disastro. Che fare?
C’era un’unica scelta: penetrare nel palco reale muovendosi carponi. Ma carponi è faticoso, si rischia continuamente, con le gambe così piegate, di sentire il bisogno di distenderle, e le nostre teste, affiorando dal bordo del palco, sarebbero state esposte agli occhi del pianista. Per fortuna avevamo visto molti film di guerra, e sapevamo come fare: un vero marine sa strisciare sul terreno, aiutandosi con i gomiti, tenendo il fucile con le due mani – ma noi il fucile non l’avevamo, se mai l’avrebbe preso Horowitz puntandolo su di noi. E così, lentamente, siamo penetrati nel palco, e ci siamo acquattati sotto il bordo per tutta la durata delle prove. Ne valeva la pena? Eccome se ne valeva la pena! In quell’occasione ho fatto una scoperta straordinaria che, in un certo senso, mi ha cambiato la vita.
Il programma era decisamente eterogeneo: dopo quattro esse (Domenico Scarlatti Schubert Schumann Skrjabin) c’era anche posto per Mozart, Liszt e Chopin. Mentre aspettavo di sentire il suono del pianoforte, mi domandavo come fanno i pianisti, alle prese con un lungo recital, a ricordare l’ordine dei pezzi, e pensavo che proprio a questo problema si sarebbe dedicato Horowitz, suonando tutto il programma esattamente nell’ordine del concerto, forse dopo qualche momento di pura tecnica – e avevo in mente Hanon, e Czerny, e qualcosa del Gradus di Clementi. Poi, improvvisamente, il pianoforte cominciò a suonare – naturalmente non vedevo nulla – ed era Mozart. Giusto, pensai, dal più facile (tecnicamente!) al più difficile (e pensai subito a Skrjabin, che a me era sempre parso un poco ostico). Ma – strano! – dopo poche battute, senza alcuna pausa in mezzo, e solo qualche nota di raccordo, ecco Schumann. Ma Schumann evidentemente era del tutto tranquillo, perché feci appena in tempo a identificarlo che già il pianoforte era passato a Liszt, e fu una fermata piuttosto lunga. Forse si trattava solo di un preambolo, un modo per sgranchirsi le dita (all’uopo mi sarei dedicato a Czerny, ma io non sono Horowitz).
Macché, dopo la lunga pausa lisztiana, la girandola ricominciò. Si passava da uno all’altro, improvvisamente, a volte con qualche modulazione, a volte con qualche passo che non riconoscevo (forse un altro autore fuori programma, forse un’improvvisazione) e sempre avanti così, per più di un’ora, solo con qualche brevissima pausa.
Come suonava? Non sono capace di ricordarlo, forse in quel momento non me lo stavo chiedendo. Ero incantato dal gioco, dalla fantasia, dalla sorpresa, e mi sarebbe piaciuto alzarmi, farmi riconoscere, e dirgli bravo, continua così… ne ero totalmente affascinato!
Poi, il concerto.
Un pezzo, un applauso. Un pezzo, un applauso. Un altro pezzo, un altro applauso. Un ultimo pezzo, un applauso più lungo per chiedere un bis. Bach, senza dubbio… Ma no, non senti Brahms?… io credo sia Debussy – un ultimo applauso, e via. Non proprio una noia, ma insomma, qualcosa come un rito, una cerimonia… Senza la fantasia, che dovrebbe essere il sale della musica, senza il gioco che la fa vivere, senza la sorpresa perché tutto viene rigorosamente incanalato sui binari tracciati dal programma.

Vladimir Horowitz

Da quel giorno i concerti mi sono venuti a noia, e vorrei sentire pianisti, cantanti, violinisti eccetera solo alle prove, così, amichevolmente, quando possono esibirsi al meglio, e tirare fuori l’estro se ce l’hanno, l’invenzione se ne sono capaci. Durante il concerto, al contrario, tutto diventa un po’ incartato, ingessato, smorto.
Molti non saranno d’accordo, me ne rendo conto. Ma li capisco, e li perdono: non hanno avuto il privilegio di ascoltare le prove di Horowitz. Di nascosto, da clandestini.




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post